Sette del mattino e sono già in ritardo. Ma non posso non segnalare questo post di Palmasco, che ho conosciuto da poco e ritrovato l’altra sera insieme al Confuso e altri amici, alla presentazione ai blogger della community di MenStyle, contestuale al "compleanno" di quella di Style, che avevo salutato qui.
Sette del mattino e niente tempo. Solo per segnalare questa frase di Mafe, che non so più da che post ho preso: "Nelle community la cura dei particolari – impliciti ed espliciti – è vitale per la sopravvivenza di un sistema complesso, in cui i risultati dipendono dal modo imprevedibile in cui persone diverse sceglieranno di fare attenzione a elementi diversi e di ricombinarli"
Perfetto, e nello stesso tempo segnale forte. Perché per quanto si preveda l’imprevedibile, questa è progettazione. Crei un ambiente, proponi dei modelli, fornisci esempi, promuovi i "migliori". Selezioni. Che è il tipico business editoriale.
Determini comportamenti: chi ha un blog lì dentro farà del suo meglio per finire in home page. Che è il motivo per cui, da qualche tempo, ho iniziato a criticare l’influsso di BlogBabel: perché crea dinamiche di emulazione su parametri che non sono spontanei e liberi (quali che essi siano, non sto a sindacare).
Perché, in sintesi, non fa emergere pariteticamente l’intelligenza collettiva, bensì si limita a evidenziare una "testa". Mentre ciò che accade nella "coda" resta più o meno oscuro. E forse è meglio che sia così. Forse l’esposizione mediatica, i riflettori hanno inibito certa libera creatività, come quella dei busker.
Credo questa la risposta al quesito di Palmasco. Le community di Condé Nast sono ottimi ambienti, e ottimi segnali dal punto di vista giornalistico ed editoriale. Veri passi avanti. Ma creare un ambiente è il contrario di creare una piattaforma aperta e libera. Che finora è stato fatto solo dalla tecnologia.
(Palms: intanto io continuo a fare i trenini :)









