Il Wall Street Journal l’altro giorno titolava The Internet Is Dead (As An Investment), sostenendo che non vale la pena di investire in titoli “digitali”, meglio guardare altrove. Non potrei essere più d’accordo, ma – paradossalmente – per motivi opposti a quelli dell’autore. Certo, se sei solo uno speculatore finanziario e pensi alle aziende Web come occasione per un “mordi e fuggi” (ma lo chiamerei piuttosto “ruba e ammazza”) con ritorni del 1.000%, tasso citato nell’articolo, non solo non ti conviene ma per favore stai lontano, evita. Sei solo “droga” per il mercato, e i danni che hai fatto nel primo giro ce li ricordiamo bene.
Se invece sei un potenziale investitore che si può permettere di guardare al di là del proprio naso, non sei angosciato dalle trimestrali o dal fare a tutti i costi il budget annule dal quale dipende gran parte del tuo stipendio (situazione piuttosto comune non solo negli Stati Uniti, ma in qualsiasi società finanziaria, almeno fino a un po’ di tempo fa), ragiona un attimo. Dove sta andando l’industria – qualsiasi industria? In quanto valuti l’impatto della trasformazione digitale in atto? Certo, ci vorranno magari tre o cinque anni. E, certo, Internet e il Web sono un business tutto sommato piccolo, in ambito tecnologia. Ma non secondario.
Così anche Fred Wilson, “VC and principal of Union Square Ventures” in The Internet Is Alive And Well (As An Investment):
We think the Internet is one of those transformative technologies that changes everything. We see it like the industrial revolution or the invention of the printing press. It is a huge game changer. The Internet has been a commercial technology for about fifteen years now. And we are beginning to see the impact of it on everything around us. The industrial revolution and the Renaissance before it lasted a century or more. It takes a long time for such fundamental changes to work their way through the system and produce a new “normal”.
Lo cita con enfasi passionale Garry Tan – il che non stupisce, visto che è il fondatore di Posterous. Technology is not dead. It is exponential:
The exponential march of software begets the exponential march of software capability. Software has gone more and more high level. Instead of slinging machine-readable bits, we started writing assembly. Then C/C++. Then Java and Perl. Now, Ruby and Python — each step is less efficient for the computer but more efficient for the human. In 1946 you needed a PhD to even get near a computer, and only now are we seeing the rise of the truly interconnected, paperback computer that costs next to nothing but is indispensible for everyday life — not just for an educated elite but for every person on the planet.
Estende il ragionamento al computing in generale, ri-pubblicando il noto schema della Legge di Moore (vedi anche), ma spostando l’attenzione sul software:

Ci si dimentica davvero troppo spesso che software e hardware sono essenzialmente la stessa cosa. E che quello che prima vedi come un programma complicato prima o poi te lo trovi in tasca come oggettino da pochi dollari. O, viceversa, che quello che ora vedi come funzione cablata in un oggetto, prima o poi te la trovi trasformata in semplici bit – vedi per esempio il numero di telefono di Google. E, se diventa bit, è ovvio o no che finisce in Rete? Non c’è niente di virtuale, in questo. E’ pura industria. Ripeto: Virtuale sarà lei.


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