Research Coffee

Technology Drive
18 May 2008 3,282 views 2 Comments di alberto dottavi SHORT URL
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Il titolo di questo post è il nome di una strada di Pittsburgh, Pennsylvania. Da una parte le vecchie case, sulla collina, dove, fino a una quindicina di anni fa, cercavano ancora di sfuggire ai fumi delle acciaierie e degli stabilimenti di lavorazione del carbone. Dall’altra il fiume e una serie di nuovi edifici dove oggi si fa ricerca universitaria avanzata, si incubano nuove aziende, si studia il futuro.

E’ questo racconto il piccolo contributo che ho cercato di portare al fenomenale Sci(bzaar)net di sabato. Grazie Gianandrea, hai messo assieme competenze pregiate, compatibilissime e diversissime – lo raccontano bene i ragazzi di SketchIn. La prima fotogallery qui sotto (oppure qua) racconta l’Entertainment Technology Center, dipartimento della Carnegie Mellon University. All’ingresso un e-book è forse un tentativo di unire passato e futuro, mentre la parete che sembra un videogioco mostra i piani di studio. La mappa registra le sedi, dell’ETC e della CMU, che la Carnegie Mellon sta aprendo in un numero di Paesi nel mondo. Poi si passa al Database, che è in realtà il corridoio dove ogni targhetta ricorda un “milestone”: agli studenti è richiesto di aggiungere il proprio. La mega-console a metà presentazione è funzionante, ed è un esercizio, così come l’unione del dance-pad con la Wii – è in questi posti che nascono robe come il Wii-Fit che sta spopolando ultimamente. Le persone che abbiamo incontrato all’ultimo sono il direttore dell’istituto e Anthony Daniels, meglio noto come… C3P0. E’ l’attore che l’ha impersonato per tutta la saga di Star Wars, ed è stato chiamato come docente. Le parole chiave qui sono interdisciplinarità, informalità, serious fun.

Della CMU vediamo sotto (oppure qui) una panoramica del campus, con una mostra che celebra la “Interdisciplinary Science”, per poi entrare ed essere accolti da un “roboceptionist”, detto Tank – non per niente il dipartimento di robotica della Carnegie è tra i più famosi al mondo. Nell’atrio ci ricordano che è qui che hanno inventato lo Smiley, oggi ne hanno fatto un premio, e poi entriamo nel laboratorio di Robotica che sembra solo meccanica, lo testimonierebbero i lunar vehicle della Nasa appoggiati negli angoli, roba vecchia. Ma William “Red” Whittaker ci racconta su cosa sta lavorando: un veicolo in grado di muoversi da solo nelle vecchie miniere, in luoghi irraggiungibili. Uno scanner laser produce un segnale che viene poi rielaborato in real-time 3D per fare una mappa del luogo, che viene analizzata e produce le istruzioni di automazione – alla faccia del mash-up, quando si diceva interdisciplinarietà. Nel laboratorio successivo – che è quello dove hanno inventato i sistemi di force feedback usato nei controller di gioco – il prof. Ralph Hollis ci mostra la “magnetic levitation haptic interface”, un dispositivo in grado di controllare e muovere oggetti in ambienti 3D, potendo anche simularne peso e resistenza. Infine passiamo al Collaboration Innovation Center, dove “convivono” laboratori di Intel, Google e altri. Nel primo di questi vediamo che Intel sta lavorando a un’idea di automazione non programmata: il braccio robotico è in grado di acchiappare gli oggetti anche se in posizioni non predeterminate. Le parole chiave qui sono approfondimento, confronto, collaborazione.

Al termine di questa carrellata mi sono permesso di lanciare tre spunti, tre domande:

- Quale rapporto con l’industria. La mia proposta, spero non ingenua, è che l’università dovrebbe fare soldi per fare ricerca, e non fare ricerca per fare soldi. Quantomeno è certo che si devono risolvere le contrapposizioni.

- Quale ricerca. In Italia credo ci sia ancora una certa “presunzione di superiorità” di alcune discipline rispetto ad altre, e in particolare ritengo ci sia una concezione strumentale della tecnologia. Ritendo sia molto sbagliato. Ogni scienza (dalla fisica delle particelle alle social sciences) dovrebbe sedersi al tavolo considerando la tecnologia un pari grado. Con un’accortezza in più: che “l’architettura è politica”, come diceva Mitch Kapor. Il nucleo progettuale di un sistema ne influenza gli usi. E da questo discende un marasma di cose, ma non è questo il luogo.

- Quale divulgazione. E’ stata un po’ lunga ma alla fine sono arrivato al tema dell’incontro di sabato :). Il mio punto è che la divulgazione non è e non deve essere banalizzazione, bensì l’unione di due eccellenze, scientifica e comunicativa. Per questo motivo nella progettazione (e nello studio) degli ambienti social bisogna stare attenti a non far prevalere il “minimo comun denominatore”. Per tirar fuori davvero l’intelligenza collettiva ritengo serva anche una dose di “difficoltà” che rappresenti una “sfida cognitiva”, un incentivo alla crescita.

E in ogni caso credo serva un approccio aperto e di sistema.

PS Del viaggio in Pennsylvania ho analizzato altri temi imprenditoriali su 1GN.

PS2 Mi scuso per il post lungo ma non faccio a tempo ad accorciarlo.

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2 Commenti »

  • Gian ha detto:

    Prima di tutto voglio ringraziarti per aver sostituito all’ultimo Leandro con un brillantissimo intervento. Scusa se ti mettevo fretta ma hai fatto l’intervento più lungo di tutti :)

    Quando hai detto che “bisogna smetterla di reinventare la ruota” (tema a me e a Foll molto caro che ci ha portato a scrivere Elementi Teorici…) mi è venuto spontaneo farti un applauso.

    Grazie ancora per la tua energia e intuizione. :)

  • alberto ha detto:

    gian perdonami stato fuori casa due giorni di fila ma i ringraziamenti vanno a te, e le scuse se ho preso troppo tempo nell’intervento, e cmq sei troppo gentile :D

    PS ma il video del cronometro umano poi è online? adesso guardo :)))

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