Archives For venture capital

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Commenta bene la curatrice dell’archivio affermando che “For Bill Hewlett and Dave Packard, the company itself was their most important product”. Ricorda l’odierno “Build a company, not a product”. Si tratta del documento originale – chiamarlo ”business plan” è eccessivo – da cui è nata HP, nel 1937. Era in realtà un “Tentative work program for proposed business venture”Continue Reading…

andare a san francisco

Mi sposto là per il mese di ottobre. Se sei in zona e ti va di incontrarci sarà un piacere. Per esempio, comincio il 5 con un aperitivo organizzato da BAIA – Business Association Italy America. Per lavorare sarò un po’ a The Hub Bay Area un po’ a Rocket Space. Suggerimenti segnalazioni idee… molto apprezzate. Ci aggiorniamo, ciao.

(foto)

How fun. Conoscevamo già Startup Visa, iniziativa di un gruppo di rilevanti VC creata per facilitare l’ingresso di giovani imprenditori negli Stati Uniti al grido di “More startups! More jobs!”. Ora c’è anche una raccolta fondi per farne una campagna pubblicitaria a Washington, nei dintorni dei palazzi del Governo. Qui.

Startup Visa funding campaign

Dice Ben Horowitz (di Andreessen-Horowitz): “Major technology cycles generally last 25 years, with the “bulk of the purchases” happening the last 5-10 years as late adopters sign on. Using this as a frame of reference he says we are “poised to hit the major adoption wave for the Internet technology platform over the next 8 years”". Hope so.

Tech valuations

Su The Economist un approfondito (e, grazie al cielo, serio e informato) dibattito bolla sì / bolla no. Via

Il titolo di questo post, in realtà, risale a mesi fa. Ma torna d’attualità oggi per il contributo di Augusto Marietti di Mashape (vedi anche) su Il Tagliaerbe: Lettera aperta all’Italia, investitori e startup. Una discussione da un centinaio di commenti riapre il dibattito non solo su quel che vuol dire fare startup in Italia, ma proprio su cosa si intenda per startup. Web e digitale possono far parte di questo mondo? Ma soprattutto, si possono trovare dei capitali per validare delle idee, e non solo per investire su iniziative che abbiano già metriche consolidate e quindi un mercato probabile? Perché se la risposta a quest’ultima domanda è “No” allora vuol dire che il capitale di rischio è sempre quello delle tre F: “Friends, Family and Fools”. Che può andare benissimo (anche in America: vedi per esempio) però, appunto, non ci si può stupire se Augusto e i giovani startupper come lui esprimono frustrazione.

O forse ci vuole una riflessione sul sistema dell’innovazione italiana? Da far tremar le vene, vista la complessità. E quindi, per studiare, allego il Venture Capital Monitor 2009, trovato sul sito del Private Equity Monitor italiano grazie alla segnalazione di Emil Abirascid di Startupbusiness in questa interessante conversazione su Friendfeed. Il report ci dice che in ambito VC, non considerando quindi seed e angel, di digitale non c’è molto. Il che fa pensare.

Il titolo di questo post, dicevo, si riferiva originariamente a una spazzolata che Robert Scoble ha fatto mesi fa agli startupper francesi: World-brand-building mistakes France’s entrepreneurs make. Ancora una volta, un incitamento agli aspiranti imprenditori a pensare in grande, non starsi a lamentare, darsi da fare. Valido anche per Augusto e tutti gli altri. Vero. Ma, ancora una volta, c’è o non c’è qualcosa da pensare nell’innovazione digitale italiana se le vere opportunità vengono dal guardare all’estero?

IMHO da noi manca ancora una cosa: una vera presenza sul Web e sui Social Media degli imprenditori esperti, degli investitori e di tutti gli attori “istituzionali”. Sono la parte fondamentale dell’ecosistema, ma se non escono allo scoperto, se non trasmettono le loro impressioni, le loro esperienze – e non solo le loro notizie – non ce la possiamo fare. La stragrande maggioranza delle fonti che seguo in ambito imprenditoria sono internazionali. E come per me, questo vale per tantissimi would-be entrepreneur italiani. E’ anche da lì che si impara. Ma preferirei imparare dagli investitori italiani.

Venture Capital Monitor Italia 2009

Vedi anche: Infoservi: Fare Startup E’ Difficile? No, Peggio. Luca Lani: Mappa dei venture capital italiani che investono in Internet.

Il Wall Street Journal l’altro giorno titolava The Internet Is Dead (As An Investment), sostenendo che non vale la pena di investire in titoli “digitali”, meglio guardare altrove. Non potrei essere più d’accordo, ma – paradossalmente – per motivi opposti a quelli dell’autore. Certo, se sei solo uno speculatore finanziario e pensi alle aziende Web come occasione per un “mordi e fuggi” (ma lo chiamerei piuttosto “ruba e ammazza”) con ritorni del 1.000%, tasso citato nell’articolo, non solo non ti conviene ma per favore stai lontano, evita. Sei solo “droga” per il mercato, e i danni che hai fatto nel primo giro ce li ricordiamo bene.

Se invece sei un potenziale investitore che si può permettere di guardare al di là del proprio naso, non sei angosciato dalle trimestrali o dal fare a tutti i costi il budget annule dal quale dipende gran parte del tuo stipendio (situazione piuttosto comune non solo negli Stati Uniti, ma in qualsiasi società finanziaria, almeno fino a un po’ di tempo fa), ragiona un attimo. Dove sta andando l’industria – qualsiasi industria? In quanto valuti l’impatto della trasformazione digitale in atto? Certo, ci vorranno magari tre o cinque anni. E, certo, Internet e il Web sono un business tutto sommato piccolo, in ambito tecnologia. Ma non secondario.

Così anche Fred Wilson, “VC and principal of Union Square Ventures” in The Internet Is Alive And Well (As An Investment):

We think the Internet is one of those transformative technologies that changes everything. We see it like the industrial revolution or the invention of the printing press. It is a huge game changer. The Internet has been a commercial technology for about fifteen years now. And we are beginning to see the impact of it on everything around us. The industrial revolution and the Renaissance before it lasted a century or more. It takes a long time for such fundamental changes to work their way through the system and produce a new “normal”.

Lo cita con enfasi passionale Garry Tan – il che non stupisce, visto che è il fondatore di Posterous. Technology is not dead. It is exponential:

The exponential march of software begets the exponential march of software capability. Software has gone more and more high level. Instead of slinging machine-readable bits, we started writing assembly. Then C/C++. Then Java and Perl. Now, Ruby and Python — each step is less efficient for the computer but more efficient for the human. In 1946 you needed a PhD to even get near a computer, and only now are we seeing the rise of the truly interconnected, paperback computer that costs next to nothing but is indispensible for everyday life — not just for an educated elite but for every person on the planet.

Estende il ragionamento al computing in generale, ri-pubblicando il noto schema della Legge di Moore (vedi anche), ma spostando l’attenzione sul software:

Moore law

Ci si dimentica davvero troppo spesso che software e hardware sono essenzialmente la stessa cosa. E che quello che prima vedi come un programma complicato prima o poi te lo trovi in tasca come oggettino da pochi dollari. O, viceversa, che quello che ora vedi come funzione cablata in un oggetto, prima o poi te la trovi trasformata in semplici bit – vedi per esempio il numero di telefono di Google. E, se diventa bit, è ovvio o no che finisce in Rete? Non c’è niente di virtuale, in questo. E’ pura industria. Ripeto: Virtuale sarà lei.

Marc Andreessen, di cui si è parlato spesso, annuncia di aver aperto una società di venture capital:

My partner Ben Horowitz and I are delighted to announce the formation of our new venture capital firm, Andreessen Horowitz, and our first fund — $300 million in size — aimed purely at investing in the best new entrepreneurs, products, and companies in the technology industry.

Between the two of us, Ben and I have started three companies directly, created many new products and services, run operating businesses at high levels of scale, angel invested in 45 tech startups in the last five years, and served on a broad cross-section of company boards with some of the best entrepreneurs and investors in the industry.

E’ un po’ tipo quel che succede in Italia, ma 100 volte di più. Forse.

Bellissima iniziativa e soprattutto bellissimo segnale, visto che si aggiunge ai tanti che, in questi ultimi mesi, si sono mossi per sostenere e sviluppare  l’innovazione e per “Promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del paese, andando finalmente oltre le patologie di una transizione politica infinita e ripetitiva”. E’ ItaliaFutura.it, associazione nata “Dall’incontro tra alcuni protagonisti della vita pubblica italiana (Luca Cordero di Montezemolo, Corrado Passera e Andrea Riccardi) e un gruppo di giovani esponenti del mondo dell’università, della cultura, delle professioni e dell’economia”. Bellissima iniziativa. Se non fosse che ai Soci semplici, che semplicemente “Partecipano alle discussioni on line sul sito dell’associazione e sono costantemente informati sulle attività”, vengono chiesti 100 euro.

Italiafutura

Non mi sembra il migliore dei modi, da parte di così brillanti esponenti dell’economia italiana, per iniziare un dibattito sull’innovazione che qui in Rete già si svolge a ritmo serrato grazie a sforzi personali, volontari, non retribuiti, pro-bono. Speriamo in un rapido pit-stop per sistemare il set-up della macchina.

Fail is over

dottavi —  17 June 2009 — 1 Comment

[Viste le robe magiche che s'è dovuto fare per risolvere le ultime issue come sempre imprevedibili, per oggi si riattiva questo Infoservi V2, si migra stanotte verso la V3, fingers crossed]

Ieri sera alla Innovation Dinner, prima di una serie di tre. Stasera e domani le altre due, le informazioni arriveranno. Iniziativa di Giandomenico Sica, che oltre a essere founder di Polimetrica e direttore del Business Design a Itsme è anche, e per qualcuno soprattutto, un appassionato di Filosofia della Scienza ;)

Si è parlato di innovazione, start-up, relazioni tra università e mercato, e altro. Gianluca di dPixel segnala ancora insoddisfazione per la qualità delle proposte che riceve – dalla capacità di presentare all’idea ripetitiva, etc. Questo non è un buon segnale, visto che da un paio d’anni di queste cose si parla molto più di prima, e si sperava si fosse meglio diffusa la cultura. Evidentemente non basta, bisogna fare di più.

Io ho lanciato una provocazione: che per innovare è necessario fare in modo che il futuro sia diverso dal passato. Un modo per dire che dobbiamo trovare forme nuove e migliori. Con i miei due soci / amici di sempre abbiamo sviluppato un’idea, e la presenteremo presto. Intanto ribadisco, noioso e pedante, il valore di un ambiente open by nature come Internet, che tanto ha portato in questi ultimi mesi. Non basta: ma se di iniziative ne avessimo migliaia, anziché centinaia, sono sicuro che uscirebbe qualcosa di meglio. Cambiando scala, credo si farebbe un salto di qualità, non solo di quantità.

Io credo che le barriere all’ingresso siano ancora troppo alte, e che sia un tassello fondamentale. Si dovrebbe poter sbagliare di più. Provare e riprovare, seguendo le idee, non il business plan, e in questo supportare meglio l’innovazione giovane. Anche perché non si tratta, in realtà, di sbagliare. Si tratta solo di fare. Senti cosa ne dice Anil Dash, founder di Six Apart e blogger dal 1999:

“FAIL is over. Fail is dead. Because it marks a lack of human empathy, and signifies an absence of intellectual curiosity, it is an unacceptable response to creative efforts in our culture. “Fail!” is the cry of someone who doesn’t create, doesn’t ship, doesn’t launch, who doesn’t make things. And because these people don’t make things, they don’t understand the context of those who do. They can’t understand that nobody is more self-critical or more aware of the shortcomings of a creation than the person or people who made it”.

(via un twit di Luca de Biase)

Start-up: Qualcosa si muove

dottavi —  16 March 2007 — 4 Comments

Da più parti arrivano voci che il sistema del venture capital si stia risvegliando, in Italia, e che in questo giro abbia particolare interesse nell’innovazione. Ho trovato qualche idea interessante, a partire dal Premio Start Cup Milano Lombardia che leggo da Emil. Ma la stessa Confindustria per il suo convegno del prossimo 30 marzo usa come tema le difficoltà nel fare impresa. Chiaro, da interpretare nella loro ottica (le loro parole vanno chiaramente lette in chiave politica), però è una voce da ascoltare.

Il tema è vastissimo. Due link veloci. Luca Mascaro mi aveva segnalato tempo fa Zopa, una specie di “banca 2.0″ con un sistema di prestiti diretti tra utente e utente. Ha approfondito l’argomento Alessandro Gilioli su un numero de L’espresso qualche tempo fa. Ora trovo su .Dust di Alessandro segnalazione di Kiva, che mi sembra ancora meglio. Un sistema di micro-credito diretto da utente a micro-business. Quasi da Banca Etica. Interessantissimo, da approfondire. Devo segnalarlo al mio amico di Valori.

Ma quel che conta, si sa, sono le idee. Allora interessante questo thread aperto sul nuovo sistema “Answers” di LinkedIn da Reid Hoffman, il fondatore. Io ho dato le mie idee.

Voi cosa ne pensate? Sto facendo una ricerca su questo argomento, e mi piacerebbe raccogliere segnalazioni di nuove idee, iniziative, start-up o anche solo tentativi sul tema dell’innovazione, in generale e ovviamente in particolare nel settore del Web 2.0 italiano. Chi vuole può scrivermi al mio diretto: alberto at infoservi punto it.