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“Fare predizioni è difficile”, diceva Niels Bohr, “soprattutto se si tratta del futuro”. E della tecnologia, e dei media – pron. mìdia, anch’io – e di tutto l’ambaradan digitale che ci travolge, dice in sintesi Luca Sofri sul suo Wittgenstein. E bene ha argomentato nel suo intervento alla quarta Venice Session, di cui si possono trovare i video qui. Non è che si possa essere d’accordo o in disaccordo: quel che dice è sacrosanto, il suo stile fantastico (era la prima volta che lo vedevo dal vivo) e “Una posizione etica incontrovertibile non è banale, di questi tempi”, come dice Massarotto. Però Luca analizza uno strato che è quello del mestiere, di come si fa giornalismo. Aggiungerei quindi qualcosa, ma prima tocca fare un passo indietro, alla Tempesta Perfetta.
La pila dei giornali
In quell’occasione ho detto qualcosa tipo “Abbiate fiducia, il modello è BoingBoing”, come sintetizzato da Alberto Cottica nel commento. Beh, in effetti sì. Se sotto il mestiere guardiamo il modello vediamo già oggi esempi di informazione online che funziona: TechCrunch, di cui è essenziale guardare la pagina di statistiche e tariffe di advertising, e Mashable ed Engadged per primi, e poi Huffington Post che nel mese di settembre ha superato i visitatori unici del Washington Post (Prima Comunicazione) dopo aver ispirato Tina Brown, già editor of di Vanity Fair e The New Yorker, a fare The Daily Beast (qui), e poi ancora BoingBoing che ci ha messo cinque anni prima di guadagnare davvero con la pubblicità (qui) e che ha ispirato Neatorama e una pletora di altri.
Quel che avrei voluto dire a Venezia è che è stato curioso vedere tre generazioni di blog insieme – quella iniziale, storica, impersonata da David Weinberger (che ha fatto un intervento tecnologicamente straordinario sui metadata, ne parliamo in altro momento); quella italiana diventata pubblicamente rilevante poco dopo, e quella del Medio Oriente in atto oggi raccontata da Ahmad Humeid. E se oggi nei Paesi mediterranei a noi vicini vediamo dinamiche che ricordano fortemente quanto accaduto da noi negli ultimi anni, anche nei blog italiani vediamo modelli che iniziano (faticosamente) a funzionare, come i blog americani qualche anno fa: Blogo.it, per esempio, di cui è importante vedere le statistiche, o Blogosfere. Faticano ma funzionano.
Se c’è una cosa su cui mi permetto di dissentire con Sofri è che non si possano interpretare i movimenti di innovazione. Non è vero: basta guardarli in prospettiva. Mettendo i puntini viene fuori un disegno che ovviamente parte dalla tecnologia, che sta sotto il modello e lo definisce. E’ ora che la cultura italiana, da sempre refrattaria al tema, si arrenda all’evidenza: l’innovazione dei media parte sempre dalla tecnologia.
L’abbiamo visto accadere con Gutemberg, la fotografia, il cinema, la CNN, etc. E’ sempre così, l’ho detto qui che lo diceva anche Clay Shirky, e lo spiega Berlin Johnson in Old Growth Media, l’ho citato qui. Mettendo i puntini viene fuori una linea che parte dalla tecnologia e si diffonde in altre industry; e che dai mercati tecnologicamente avanzati poi arriva altrove. Succede sempre. In time-shift: quel che sta succedendo da noi replica quel che è già accaduto negli Stati Uniti, crisi dei grandi giornali comprese, che da noi devono ancora scoppiare.
Prova del nove. Quant’è diverso il Corriere Della Sera del 24 maggio 1915 qui a fianco dal giornale di oggi? E quant’è diverso il giornale di oggi con gli strumenti informativi che usiamo tutti i giorni – Internet in primis ma televisione compresa? Davvero ci interroghiamo su come si possano Salvare i giornali senza un cambiamento epocale?
Pubblicità, digitalizzazione dei processi, Cavalli e Segugi
E quindi almeno per questo giornalismo, almeno per i blog, almeno a breve-medio termine non è problema di modello. Quello pubblicitario va benissimo, purché ci sia del valore che oggi, in Italia, non c’è. L’ha detto anche Sir Martin Sorrell, CEO di WPP, praticamente il boss di tutta la pubblicità del mondo: oggi la quota online del mercato pubblicitario mondiale è al 13%, mentre l’Italia è ferma al 6-7%. Vero che sulle prospettive di monetizzazione della Coda Lunga ha affermato che la quota arriverà presto al 20%, ma ha aggiunto che non vede un’uscita dal tunnel. Peggio: mi ha detto che con le varie società del gruppo specializzate in ricerche di mercato (e oltre, MillwardBrown tra queste) conducono studi continui e ancora non sanno dare una risposta. Il passaggio è “From dollars to penny”, ha detto sempre Sorrell. E per aziende editoriali che hanno presenza sia sulla carta sia online, per non parlare di quelle che controllano stampatori e distributori, vuol dire perdere valore. Ne discende che il problema è relativo a processi e modelli organizzativi.
La pubblicità si può rinnovare molto – vedi a questo proposito un bel thread di Gianluca Diegoli, o il fatto che il primo banner è comparso Solo 15 anni fa (come “solo”? E’ un’infinità di tempo!) – e dovrebbe farlo in fretta: Ma l’emergenza è palesemente sui modelli industriali dell’editoria italiana, su quelli organizzativi del lavoro giornalistico e, ovviamente, sui risvolti politici. Per esempio: nel 2007, in qualità di contribuenti, abbiamo dato 2.530.638,81 euro a Sportsman Cavalli e Corse (al punto 1 di questa pagina del Governo Italiano, trovata via Franco Abruzzo).
Non è per i cavalli, dei quali ci rincuora la buona salute. Ma è così che costruiamo il futuro dei Media?
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Di corsa per il treno verso la Venice Session di domani. Il tema, questa volta, è The Future of Media in a Digital Age, a me caro quant’altri mai. In questo post il programma. A questo indirizzo sarà possibile seguire la video-diretta web. Tra gli ospiti Sir Martin Sorrell (Wikipedia), CEO di WPP – un’aziendina che in ambito marketing e pubblicità ha qualcosa da dire (vedi la struttura del gruppo su Wikipedia). Inoltre molti altri nomi illustri di Media e Internet, ma per contrappasso a me piace segnalare l’interessante scelta di avere tra gli speaker anche Nicola Greco, che ha compiuto 16 anni da poco. Per la precisione durante il MateraCamp, quando ve l’ho presentato per la prima volta.
Qui sotto allego invece una mia video-intervista registrata la volta scorsa, quando si parlava di Arte e Tecnologia (altro tema frequente su queste pagine).
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Valorizzare l’imprenditorialità della Rete. Questa l’intenzione più volta sottolineata da Franco Bernabé, amministratore delegato di Telecom Italia, durante il secondo “Incontro con la Blogosfera” tenutosi in occasione della Blogfest di Riva del Garda – qui il report dell’anno scorso. Per questo Working Capital, Jpeggy, Venice Sessions, Capitale Digitale e, per ora ancora in versione alfa chiusa al pubblico, quel che per ora viene chiamato con il nome in codice DailyMe, citando un concetto di Nicholas Negroponte. Si tratta di un aggregatore di blog, pensato per fornire una pagina iniziale cha facilità l’accesso verso la Blogosfera italiana. Se ne vede la prima schermata verso la fine del video qui sotto, che riporta in integrale l’intervento di Bernabé. Io ho fatto un paio di domande di cui allego le risposte in fondo.
Volevo capire quale fosse la struttura dell’intervento sul debito, sia per avere rassicurazioni dirette sullo stato di Telecom Italia – l’esposizione mi risulta ammonti a circa 35 miliardi di euro, i dipendenti circa 80.000 – sia per capire le intenzioni strategiche. Ho infatti chiesto successivamente se Bernabé immagina un ruolo di primo piano, per TI, in ambito Web. Di seguito le risposte, transcript più o meno fedele di quanto ho registrato. In realtà gli ho anche chiesto cosa pensi, quale operatore mobile e dal punto di vista business, di Twitter: su questo non ha risposto, o solo indirettamente. Rimane la curiosità, ma i temi qui sotto sono decisamente prioritari:
Le infrastrutture in Italia sono necessarie, devono espandersi e faremo prima di tutto il nostro mestiere che è quello di gestirle e farle crescere. Credo che, nel paradigma di business che ha introdotto Internet, servizi e infrastrutture siano sempre più separati. I servizi tendono a distribuirsi sulla Coda Lunga con iniziative diffuse, e a essere creati da un ecosistema, non dall’operatore principale. L’unione indissolubile tra servizi e infrastrutture che è stata caratteristica essenziale delle telecomunicazioni degli ultimi 150 anni è in procinto di sparire. Sono soggetti almeno idealmente distinti che devono fare le cose. noi siamo in grado di farlo, cioè di fare servizi over-the-top, ma credo che saremmo velleitari se dicessimo che siamo in grado di fare tutto noi.
La risposta è: noi siamo la rete, facciamo la rete e vogliamo che si promuova un ecosistema non necessariamente collegato a noi ma che cresce nel Paese e che consenta al Paese di crescere. La Coda Lunga, però, funziona se c’è una dimensione mondiale del mercato. In Italia abbiamo il problema della lingua ma credo che se siamo sufficientemente bravi il sistema Italia ha potenzialità.
Debito: certamente sono molto più rilassato [fa riferimento a una battuta iniziale che ho fatto dicendo che su questo tema lo vedevo più rilassato dell'anno scorso, ndr], perché prima di tutto abbiamo dimostrato che siamo in grado non solo di finanziarlo ma di finanziarlo a costi decrescenti. Nei primi cinque mesi dell’anno abbiamo praticamente rifinanziato per cinque miliardi il fabbisogno dei prossimi 18/24 mesi. Quest’anno succede anche un’altra cosa: paghiamo quasi 2,5 miliardi di tasse in contanti. Ho firmato la dichiarazione dei redditi proprio l’altro ieri. In passato Telecom Italia aveva goduto di benefici fiscali importanti grazie a operazioni societarie e che aveva pagato delle tasse limitate, quest’anno dà un contributo enorme alle disastrate finanze pubbliche.
Certo, se non avessimo problemi saremmo una gazzella che corre nella savana. Facciamo un po’ più di fatica ma riusciamo a fare lo stesso le cose importanti che dobbiamo fare. In prospettiva io credo che Telecom Italia può tornare… Telecom Italia è stata… e l’Italia in generale [qui diventa più discorsivo perché, diciamo così, si è "scaldato", ndr]. La cosa che più disturba, e più disturba me, perché onestamente l’ho vissuto sulla mia pelle e perchè la ragione per la quale Telecom Italia oggi ha questi problemi è stata l’OPA del ’99, è che Telecom Italia e il sistema italiano delle telecomunicazioni è stata all’avanguardia negli anni ’50 e ’60. Noi non ricordiamo la radiodiffusione, il centro di ricerca della RAI [che sono stati all'avanguardia, ndr]. Oggi purtroppo… non voglio dire quello che si vede alla televisione, non voglio far commenti su quello che ci purtroppo tocca vedere tutte le sere, ma insomma… il centro scientifico di ricerca della RAI di Torino è stato all’avanguardia, l’Italia ha fatto l’algoritmo di compressione dell’MPEG4, ha inventato dei sistemi di ottimizzazione del suono che sono stati all’avanguardia a livello mondiale. Torino in particolare perché a Torino era concentrato lo CSELT, il centro ricerca della RAI, c’era il Politecnico, c’erano altre istituzioni…
l’Italia deve tornare ad essere all’avanguardia. Noi abbiamo avuto Marconi, e non a caso: non è nato nel vuoto, c’è stata una configurazione di eventi, non si è prodotto un genio casualmente. E’ perché in Italia negli anni precedenti era all’avanguardia, e lo è stata ancora fino agli anni ’80 e ’90. Certo è un Paese piccolino, non possiamo competere con Palo Alto, però è un Paese che le potenzialità ce le ha, ha le intelligenze, ha la cultura e lo spazio per crescere in futuro.
Su ricerca e prospettive spero si tornerà in futuro. My personal point is: ok, bello, facciamolo. Perché questo obiettivo, valorizzare la ricerca in ambito tecnologico, non si raggiunge con la divulgazione. Che è sacrosanta: la demand generation, in un Paese in cui meno della metà della popolazione usa Web e tecnologie in maniera abituale, è ovviamente necessaria. Dico spesso che l’Italia è davvero entrata in Rete giusto un anno fa, quando gli italiani su Facebook sono passati da 700.000 a sette milioni. Possiamo considerare il 2008 come anno zero dell’Italia digitale – con quindici anni di ritardo. Pazienza. Però la sfida per tornare all’avanguardia credo non l’abbiamo ancora affrontata.
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“Dr. David P. Reed enjoys architecting the information space in which people, groups and organizations interact”: così l’inizio della biografia familiare di David P. Reed, associated professor al MIT Media Lab e HP Fellow, come già detto noto per una delle principali Leggi delle reti. Qui la sua bio ufficiale al Media Lab, qui su Wikipedia.

Ha parlato di “Terza Cloud”, definizione interessante per segnare uno scenario sempre più attuale, quello tra Ubiquitous Computing, Mobile Internet, Internet of Things – eccetera: tanto complesso che non avevamo ancora un “nome generale” con cui definirlo, appunto.
In stringatissima sintesi, la prima “cloud” è stata quella del “browsable content”, diciamo del Web. E non è un caso che si usi la metafora della nuvola, perché proprio così è sempre stata descritta la Rete. La seconda fase, emersa in questi anni, è quella della collaborazione on-line di massa, per esempio con i MMORPG, Second Life e altri ambienti simili, comprese le prime tecnologie che stanno rendendosi accessibili a livello di massa. La terza cloud, definisce Reed, è un insieme di risorse / tecnologie, ambienti e relazioni in grado di facilitare una “Intimate, personal, environmental expression”.
Stiamo parlando di come usare i sensori e cosa farne; del fatto che il principale tra questi è il telefonino; che questi e il computing devono essere riprogettati per supportare la comunicazione; e che quindi, per esempio, l’elaborazione dei dati di contesto permetterà la mobility di “persone, non device”.
“The third cloud”, è anche uno dei loro research project su mobile e social interaction utility. Qui sotto le slide di sintesi che ha presentato durante l’intervento al terzo appuntamento delle Venice Sessions.
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Alle Venice Sessions grande spiegamento di tecnologia e media, mentre si entra nel vivo con gli interventi di Daniel Birnbaum, direttore La Biennale, e Andrew Lippman, senior researcher MIT Media Lab. Ci sono dei “take” (sembrano lanci d’agenzia, no? :) che si leggono su Friendfeed, e io sto provando a fare video streaming dal telefonino, con Qik. Si dovrebbe vedere qui sotto:
Aggiornamento: Ho tolto l’embed video perché rallentava troppo. Mi scuso per la cattiva qualità, soprattutto audio. Comunque i due spezzoni video che sono riuscito a realizzare si trovano qua (una parte di David Reed) o qua (una parte dell’intervento di Andrew Lippman).
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Qui si va verso Venezia, per la terza edizione di Venice Sessions.

Tra gli altri, ospiti di questa edizione Daniel Birnbaum, direttore La Triennale e David Reed, noto per la Legge che porta il suo nome.

