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Nel commentare la sua prova degli Oculus Rift, “Next-generation Virtual Reality headset designed for immersive gaming”, Babele Dunnit scrive uno dei più bei pezzi mai letti sulla storia della tecnologia, dell’innovazione, della Rete, dei matti personaggi che queste cose le hanno fatte. Whatever. Uno dei più bei pezzi mai letti e basta.

Oculus-Rift-virtual-reality-headset-immersive-gaming-babele-dunnit-test-review

Questo è un post che chiude un cerchio lungo 22 anni e decine di migliaia di chilometri.

Perché per me questa faccenda della Realtà Virtuale è iniziata nel 1992 e, fino ad oggi, mi era rimasta in sospeso. Son finito in posti buffi, inaspettati, improbabili ma anche no – da Legoland all’Havana alla RAI di Saxa Rubra al Movida al Cyberspazio nero e vuoto come quello di Gibson alle lussureggianti isole di Second Life alla VR Fair di New Orleans a un improbabile Bar Mitzvah a New York – e visto sfilare un’umanità davanti ai miei occhi che neanche il Nexus. Dal genio al cialtrone attraverso ogni possibile declinazione.

Emeriti sconosciuti e personaggi famosi, ladri patentati, milionari idealisti, modelle che si son rimboccate le maniche, inventori pazzoidi, imprenditori squalo e pecora e leone, professori universitari diversamente competenti sia nel bene che nel male, padri fondatori dell’Informatica italiana, gente che ha fatto i soldi senza volerlo e gente che avrebbe dovuto fare i soldi e invece niente, universitari in cerca di relatore, relatori che non han capito una cippa, neurofisiologi in grado di leggere cose imbarazzanti della serata precedente dal tuo EEG, autoproclamati artisti e scrittori che non hanno mai fatto o scritto nulla e militi ignoti del Metaverso che hanno costruito meraviglie con un mouse e una tastiera.

Gente incontrata per caso che ti illumina spiegando l’ovvio come nessuno prima aveva mai fatto e ti fa capire che quello è il genio e la poesia. Hacker autentici, che il Web ancora non esisteva Continue Reading…

“Io qui non assumo laureati” – “E’ un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole”.

Ho sentito dire in giro che c’è un film interessante sull’Italia precaria di oggi. Non mi ricordo il titolo. Uno che però devo assolutamente andare a vedere è “Smetto Quando Voglio – Meglio ricercati che ricercatori“. Se mantiene la metà di quanto promette il trailer, c’è da morire – letteralmente – dal ridere. Mentre assistiamo divertiti alla nostra estinzione.

Blogs_on_business_ayustety

“Un italiano su cinque segue un blog o vi scrive”, dice ISPO, l’istituto di ricerca di Renato Mannheimer. E si riferisce alla popolazione in generale, perché “La percentuale sale vertiginosamente tra i frequentatori del web”, arrivando all’83%. Gli italiani, di blog, ne leggono almeno due (i blogger ne leggono 11), e “Non per divertirsi” bensì “Per approfondire temi di interesse e per cercare informazioni”. Nonostante ISPO li definisca “Diari online” – definizione decisamente incongrua – interessanti le conclusioni: i blog sono “Strumenti di riflessione e di approfondimento più che di semplice svago”. Con buona pace di chi pensava fossero “morti”. La ricerca è qui sotto.  Continue Reading…

Qualcuno si ricorda Cyberia? E’ sempre lui, Douglas Rushkoff. Il suo ultimo libro si intitola Program Or Be Programmed. Sintesi meravigliosa.

Douglas Rushkoff Map Of Media Power Over Time

Quella qua sopra è una mappa che ha fatto per Edge.

Visioni sul Futuro degli Schermi

dottavi —  20 September 2010 — 1 Comment

Di The Astonishing Tribe avevo già parlato: è un’agenzia che lavora sul futuro delle interfacce, basata in Svezia. Nel video qui sotto immaginano qualche possibilità di sviluppo, soprattutto per telefonini. Carino, e ottima occasione per riflettere sul futuro degli schermi.

Tema non banale, visto che siamo all’inizio di un capitolo tutto nuovo. Il multi-touch ha fatto molta strada – questo video faceva impressione nel 2006, ora queste cose ce le abbiamo sul cellulare – e si incrocia con Augmented Reality e 3D, riconoscimento dei gesti e ologrammi. Insomma stanno reinventando tutto l’hardware. Quest’altro video del Microsoft Applied Science Group dà un’idea di come potremmo avere 3D senza occhialini e interazioni gestuali. Non male, pensando che queste tecnologie potrebbero arrivare sulle nuove TV intelligenti, come quelle basate su Android.

(via Aurea Mediocritas)

Bellissimo: The illustrated guide to a Ph.D. Da leggere tutto.

Via Augusto Pirovano (di CriticalCity) su Facebook.

Segrate non è proprio in cima alla lista delle design location milanesi, giusto? Uno pensa al glamour di via Tortona, alle vele della nuova fiera, a certi spazi lussuosi di zona 1. Però a Segrate ci sono un po’ di aziende. Una di queste è Microsoft Italia. Intorno è tutto terziario e industriale; un paesaggio non proprio bucolico, specie con la nebbiolina dell’inverno. Dalla strada che porta lì si vedono le forme sempre più grigie del grande palazzo Mondadori, quello di Oscar Niemeyer — uno stacco netto, che piaccia o meno: in mezzo a quei prefabbricati anonimi, sembra l’ultima impronta lasciata da una civiltà superiore.

Palazzo Mondadori

Photography by Nitot, Creative Commons by-sa 3.0, from Wikipedia

Microsoft lo scorso novembre ha promosso e ospitato un workshop intitolato “Interaction Design @ Microsoft Research”, per far meglio conoscere la “visione [dell’azienda] sull’evoluzione delle tecnologie di Interaction Design attualmente oggetto di ricerca e sviluppo nei laboratori di Microsoft Research”. Il workshop rientrava nel programma dei Faculty Days, iniziativa più ampia per gli scambi con il mondo accademico. Io ero lì con il doppio cappello di NABA, Scuola di Media Design e Arti Multimediali, dove insegno ormai da qualche anno un corso di metodologia, e con quello di Infoservi, grazie all’invito indirizzato in precedenza ad Alberto (che pure insegna in NABA) e Francesco Monico, direttore della Scuola, da parte di Roberto Cavallini e Mauro Minella di Microsoft,

Nell’auditorium a dire il vero non eravamo in molti, ma quasi tutti hanno seguito i lavori dall’inizio alla fine e le conversazioni durante le pause, almeno per me, sono state fitte ed eccellenti. Buona parte della giornata è stata spesa nella presentazione di alcune tecnologie e strumenti Microsoft nel dominio della creatività e del design: di mio ho trovato interessante soprattutto l’introduzione a SketchFlow di Roberto, ma si è parlato anche parecchio di Blend e soprattutto  di Silverlight, dove come sanno anche i sassi da tempo Microsoft sta proponendo un’alternativa al numero uno in questo spazio, Flash di Adobe. Dicevamo però di interaction design e Microsoft Research. Bisogna dare credito qui agli organizzatori per aver aperto una finestra su pratiche, metodi e processi di progetto diventati un riferimento nel contesto internazionale, ma purtroppo molto meno frequentati dalle nostre parti (e sì, è difficile trovarne traccia anche nella Milano “capitale del design”, come disse con grande cortesia Bill Moggridge quando passò in Mediateca per Meet the Media Guru, recensito sempre qui su Infoservi).

In rappresentanza di Microsoft Research ha parlato quindi Richard Banks, di stanza a Cambridge, UK, dove c’è l’unico polo europeo della struttura globale di R&D dell’azienda. Un centinaio di persone sulle duemila totali impiegate nel mondo. Di queste cento, ha spiegato Richard, la maggior parte lavora su problemi di pura (“hard core”) computer science, mentre un buon quarto, al quale appartiene lui stesso, si colloca in un ambito ibrido, una combinazione di ricerca sociale, psicologia e design, dove per design si intende appunto “interaction design”. Penso sia meglio precisare, col rischio di sembrare pedantii: nel mondo accademico e nella pratica professionale non c’è ancora un accordo granitico sulle definizioni e sui confini esatti di questo dominio. Non ci mettiamo a imbastire qui la discussione teorica. Chi volesse una traccia autorevole sul punto potrebbe partire per esempio dalle prime pagine di Theories and Practice in Interaction Design, co-editato da Gilliam Crampton Smith, tra l’altro presente al workshop (oggi è allo IUAV, dopo l’esperienza all’Interaction Design Institute di Ivrea). Durante la pausa ho trovato il modo di chiacchierare un po’ con lei di design, design research e interaction design in Italia.

Dicevamo dell’intervento di Richard Banks. Pur essendosi assegnato il compito di offrire soltanto una cornice e un rimando (“grounding”) al resto delle presentazioni previste nella giornata, molto più orientate ai prodotti, Richard ha aperto un bello squarcio su alcune delle ricerche in corso nel suo gruppo, dando dimostrazione di come si può articolare il nesso tra design e ricerca nello sviluppo delle tecnologie. Dal punto di vista culturale, è il mondo descritto magistralmente da Bill Buxton in Sketching User Experiences, uscito nel 2007 e già diventato un titolo importante nella migliore divulgazione sul tema. Buxton è entrato in Microsoft Research in tempi abbastanza recenti, dopo una lunga carriera di ricercatore sulle interfacce sviluppata tra università di Toronto, Xerox PARC, SGI e Alias Wavefront. I metodi e i casi raccontati nel suo libro, a voler cercare una formula, mostrano che l’essenza esplorativa, visuale e generativa del design tradizionale può evolvere in un insieme di modelli e di tecniche adatti a progettare interazioni, media e “intangibili”, per dirla con John Chris Jones (per inciso, il nume tutelare del mio corso in NABA). Come ovvio qui il discorso va oltre le dimensioni pur gigantesche di Microsoft: uno dei casi di studio più ampiamente illustrati nel libro di Buxton, acclamato in quarta di copertina nientemeno che da Bill Gates, riguarda l’evoluzione della user inteface dell’iPod…

I progetti su cui si è soffermato più a lungo Richard hanno a che fare con la fotografia digitale, la memoria personale e familiare, compresa quella delle persone che sono mancate. Una scelta originale e interesante, credo. Le applicazioni e i servizi digitali straripano di cose utili, divertenti o inutili, ma alle volte sono lontane dagli affetti o dai dolori più forti della vita quotidiana, come quello del lutto. Le persone, ha sottolineato Richard, sono già parte di ecologie complesse e pre-esistenti rispetto alle tecnologie, con le quali entrano poi in relazioni di reciproca influenza (Buxton, aggiungo io, ha scritto che “technologies are adapted, not adopted”). Si tratta di comprendere le persone dal loro punto di vista (Richard: “understanding users in human terms”, e non in “machine terms”), per poi mettere a fuoco idee e opportunità di progetto. Nel caso della fotografia, la domanda di fondo è quindi sul “futuro della memoria” (“the future of looking back”). Pensiamo alla tradizione della fotografie di famiglia, delle immagini fatte per conservare un ricordo. In molte case, spesso in una posizione di rispetto, magari in sala, c’è un classico ritratto di famiglia. Cosa potrebbe diventare il ritratto di famiglia nell’età di Flickr e dei Social Network?

Un prototipo mostrato da Richard, sviluppato attorno alle fotografie del padre, offre un’interfaccia che esplora a più livelli la storia personale, quella familiare e la storia generale degli avvenimenti, pubblici, politici, economici e culturali. Le foto analogiche ereditate dal figlio, una volta digitalizzate, si arricchiscono attraverso le associazioni con altre immagini e storie che ne costituiscono il contesto. In un’altra vista sulla sperimentazione il focus è sulla modalità di interazione. Un’interfaccia multitouch (credo via Surface) permette di manipolare le immagini come se fossero raccolte in una serie di box, per analogia con le scatole delle foto stampate. Un altro prototipo mostra le possibilità di esplorare un ambiente andato distrutto o disperso, come uno studio personale o un garage degli attrezzi, combinando in un oggetto 3D una serie di immagini scattate fintantoché era ancora integro, per esempio nello stato in cui era quando la persona venuta a mancare lo viveva quotidianamente. Nelle parole di Richard, questi artefatti sono “eredità tecnologiche” (“technology heirlooms”), emergenti nell’uso quotidiano ma con ampie possibilità di cambiamento, indagine, invenzione.

The Timecard (Richard Banks)

Sono soltanto esempi, come si capisce. Come e quando diventeranno prodotti e tecnologie per tutti è un’altra storia. Ma danno un’idea del tipo di ricerca possibile su persone, società e interazione. Due o tre segnalazioni in chiusura per chi volesse approfondire: il newsfeed di Microsoft Research (dove si parla di R&D in generale, non solo interaction design), il sito personale di Bill Buxton (con molti articoli e video) e per la generazione più giovane il nome celebre, ben meritato, di danah boyd, sempre ricercatrice a Microsoft Research, non UK ma New England — btw, a quando Microsoft Research Milano?

Quelli di Boing Boing, recentemente, sono andati a fare un giro giù per la Highway 101 fino al civico 3333 di Coyote Hill Rd, poco sotto la Stanford University e poco prima di Mountain View, Sunnyvale, Santa Clara, Cupertino, San José e tutto il resto. Insomma hanno fatto visita al Palo Alto Research Center: “Established in 1970 as a division of Xerox, through the years PARC has churned out more than 2100 patents and patents-pending in a variety of disciplines — from computing and engineering to electronics and biomed. At one time, PARC’s patent portfolio was worth an estimated $1 billion”.

ParcHanno raccolto un sacco di storie interessanti. Una da segnare, perché storica, è relativa all’architettura Ether Networks, cioè Ethernet, progettata da Bob Metcalfe and friends nel 1972/73. Così sono nate le reti locali e poi, insomma, quasi tutto. Qua sotto il diagramma originale (quant’era bravo a disegnare?), qui l’articolo.

Bob Metcalfe PARC 1973 Ethernet sketch

Non c’è limite alla cultura geek. Una piccola galleria di follie matematiche trovate in Rete. Con lieto fine.

I heart math

Le magliette su Neatorama.

Equation graffiti

Equation graffiti su Geeks are Sexy (delirante!)

Math clock

Controlla l’ora, se puoi (perso link, sorry)

E tramite Fuck Yeah Physics (ehm, yeah, si chiama così), passando per Fuck Yeah Space, trovo le lectures della Stanford University su YouTube. E alla prima lezione sulla relatività generale di Einstein questo commento:

I find it funny that in highschool I used to ditch Physics and now I’m watching a lecture at 5 am

Non male no? :)

L’amico Galli ci informa dell’uscita del paper del suo ultimo lavoro: VERTIGO. Find, Enjoy and Share Media Trails across Physical and Social Contexts:

There is limited experience of successful endeavours in bringing the best out of the once clearly separated worlds of mass media and personal technologies… VERTIGO aims at tackling this challenge by focusing on the opportunity to expand and enrich the users’ capabilities in finding, enjoying and sharing media connections or “trails” across the different physical and social contexts… Social networks do have sharing features, but they are scattered among many services with limited interoperability and have little or no integration with the linear media consumption setting. The VERTIGO vision is to transform such currently ephemeral “media trails” into a working technology.

Ricostruire la dispersione dei media e delle informazioni attraverso reti, contesti, ambienti. Una sfida non banale ma senz’altro attuale.

A software engine that pulls together facts by combing through more than 500 million Web pages has been developed by researchers at the University of Washington. The tool extracts information from billions of lines of text by analyzing basic relationships between words”.

Comincia così il pezzo del MIT Technology Review, e il resto è tutto un programma. Può interessare chi si occupa di elaborazione del linguaggio naturale. Anche perché nasconde un link intrigante: quello verso Google Research.

Web Trend Map

dottavi —  6 April 2009 — Leave a comment

Quei matti di Information Architects hanno rilasciato la “final beta” della nuova mappa. Qui la versione in alta. C’è qualcosa che non sai? Cerca e trova. E soprattutto, tu dove ti posizioni?

Web trend map

(Via Todd Cameron Tacker)