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Ciao Splinder

dottavi —  31 January 2012 — Leave a comment

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“Popolare la Rete solitaria”, diceva Marco Palombi a quei tempi. E Splinder c’è davvero riuscito. La temperatura delle relazioni che sono nate nel primo grande blog network italiano si percepisce ancora forte dai commenti su Twitter riguardo la sua chiusura. Qualche esempio qui:

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Debora

dottavi —  9 June 2009 — 2 Comments

Un elemento di novità, in queste ultime elezioni, c’è: Debora Serracchiani ha stravinto.

La sua pagina di Facebook ha raccolto quasi 13.000 sostenitori. Debora ha un bel blog, dove correttamente scrivono “Debora” e “Admin”: convince e piace subito. Ha anche una nuova Casa sul Web il cui senso, invece, non è chiaro. Noi s’era recensito il suo primo exploit in Rete, con il video del suo discorso davanti a Franceschini.

“Non sono preoccupato per la stampa. Come media ha un grande valore. Ma se intendi lanciare un magazine, faresti meglio a giustificare perché stai uccidendo gli alberi”.
Grande John Battelle. Nel video qui sotto.

Buffa cosa. Non mi ero accorto che il Codice Da Vinci cita, quali “crittografi moderni”, Zimmermann e Schneier. Ai tempi li ho intervistati tutti e due. Ho riportato l’intervista a Zimmermann qui. Schneier l’ho conosciuto solo telefonicamente perché, in ZDNet Italia, avevamo preso i diritti e ripubblicavamo la sua Crypto-Gram.

Nel frattempo, altra curiosità, ho ritrovato un’intervista che avevo fatto nel 2003 a Marcus J. Ranum, a cui dobbiamo l’idea di firewall, diciamo il più importante dispositivo di sicurezza perimetrale. Ho ripubblicato l’intervista qui, e nonostante i sei anni passati ha ancora i suoi perché.

Being Reed

dottavi —  12 May 2009 — Leave a comment

“Dr. David P. Reed enjoys architecting the information space in which people, groups and organizations interact”: così l’inizio della biografia familiare di David P. Reed, associated professor al MIT Media Lab e HP Fellow, come già detto noto per una delle principali Leggi delle reti. Qui la sua bio ufficiale al Media Lab, qui su Wikipedia.

David P. Reed

Ha parlato di “Terza Cloud”, definizione interessante per segnare uno scenario sempre più attuale, quello tra Ubiquitous Computing, Mobile Internet, Internet of Things – eccetera: tanto complesso che non avevamo ancora un “nome generale” con cui definirlo, appunto.

In stringatissima sintesi, la prima “cloud” è stata quella del “browsable content”, diciamo del Web. E non è un caso che si usi la metafora della nuvola, perché proprio così è sempre stata descritta la Rete. La seconda fase, emersa in questi anni, è quella della collaborazione on-line di massa, per esempio con i MMORPG, Second Life e altri ambienti simili, comprese le prime tecnologie che stanno rendendosi accessibili a livello di massa. La terza cloud, definisce Reed, è un insieme di risorse / tecnologie, ambienti e relazioni in grado di facilitare una “Intimate, personal, environmental expression”.

Stiamo parlando di come usare i sensori e cosa farne; del fatto che il principale tra questi è il telefonino; che questi e il computing devono essere riprogettati per supportare la comunicazione; e che quindi, per esempio, l’elaborazione dei dati di contesto permetterà la mobility di “persone, non device”.

“The third cloud”, è anche uno dei loro research project su mobile e social interaction utility. Qui sotto le slide di sintesi che ha presentato durante l’intervento al terzo appuntamento delle Venice Sessions.

Mediateca affollatissima, ieri sera, per il Meet The Media Guru con Larry Lessig. Giuste le critiche dalla Rete (“Se mi iscrivo on-line vuol dire che c’è posto, se non c’è più posto chiudo le iscrizioni”), anche se so per certo che Maria Grazia Mattei chiede da tempo uno spazio più ampio alla Provincia.

Free Culture Larry Lessig

Lessig – qui il suo blog – molto preparato, molto americano, molto affilato in alcune considerazioni (in fondo a questo post una sua presentazione identica a quella di ieri sera, eccezion fatta per le conclusioni) ma anche, se posso dire, un po’ distante. Comunque un utile monito ricordare quanto sia importante il vincolo di trust / mistrust, fiducia e non fiducia che ci lega alla politica, alla scienza e alla medicina, a ogni entità sociale – istituzioni, aziende, media. La sua tesi è che un uso sbagliato del denaro corrompa questa relazione, creando forme di dipendenza vera e propria, nell’accezione del termine che si usa per droghe o alcool.

Future of Ideas Larry Lessig

Il gioco di parole tra “Dependency” e “Independence” è stato un po’ il cuore del suo discorso. Forse perché disincantato, l’ho purtroppo sentito lontano dalla realtà italiana, dove l’indipendenza non sembra essere un valore e dove la stessa logica del vincolo fiduciario sembra essere ormai tramontata – parrebbe che ci siamo abituati, parrebbe normale che un medico ci prescriva un farmaco perché sponsorizzato da una casa farmaceutica o che un politico compia le sue scelte per interesse e non per il bene comune.

Lessig, tutto sommato, ci ha aiutato a ricordare che invece non è così: la dipendenza non è normale, e l’indipendenza deriva dalla nostra responsabilità.

Lunga intervista, stamane, a Cory Doctorow, “science fiction novelist, blogger and technology activist, co-editor of the popular weblog Boing Boing (“a directory of [really] wonderful things” ;), contributor to Wired, Popular Science, Make, the New York Times and many others, and former Director of European Affairs for the Electronic Frontier Foundation (a non-profit civil liberties group that defends freedom in technology law, policy, standards and treaties)”, in Italia per il Meet The Media Guru di stasera (ehi! ingresso libero, se riuscite a entrare!).

Cory parla in maniera appassionata e divertente di libertà di informazione in Rete, peer to peer e open source, media industry, of course blogging, Make e steampunk, e molto altro. Abbiamo registrato un video che pubblicherò quanto prima. Intanto qualche pillola (da prendere “as is”, per ora).

Sul problema dei contenuti in Rete, e di come retribuirli:

We [as authors, producers etc] are succeeding in expressing ourselves and connecting with audiences in a way that we never had before. The Internet hasn’t solved the money problem, and neither had the record industry [with strict copyright-protection policies like DRM, ndr]. But solved the distribution problem, the audience problem, the self-expression problem in a way that music industry could never do.

Monetizzazione dei contenuti:

Doing a blog, you write exactly what you are interested in. That’s the opposite of doing a magazine. And we did Boingboing for free for many years, before entering some advertisement.

Boingboing:

It is the most famous blog in a world called “Boingboing” :)

Blog:

A blog is more like a container for a lot of different kinds of activity, than a kind of activity in itself. Maintaining a blog is like polishing house when your mother comes in. It helps you to learn, study, remember, etc.

E infine gli ho chiesto il perché di Fibonacci nel nome di sua figlia:

She has four names: Poesy Emmeline Fibonacci Nautilus. The first is for poetry; the second refers to Emmeline Pankhurst, the woman who fought for the right to vote for women in England; Fibonacci is the mathematician, for hard science, physics and maths; Nautilus from Jules Verne, for soft sciences and nature sciences.

Intrigante. A presto per gli aggiornamenti.

PS Altri spunti interessanti in questo articolo su VisionPost.

PPS Thnx to Maria Grazia Mattei e Lucia Tubaro for the opportunity

Wired: Come Si Cambia Il Mondo

dottavi —  12 November 2008 — 1 Comment

Ripubblico qui l’intervista che ho avuto occasione di fare a Chris Anderson, direttore di Wired USA e autore di The Long Tail, grazie a una partnership con 7th Floor.

In occasione del lancio di WIRED in Italia, 7thFLOOR pubblica un’intervista esclusiva al direttore di WIRED USA, realizzata durante l’ultimo World Marketing & Sales Forum di HSM, in un incontro tra Andrea Genovese direttore di 7thFLOOR, Alberto D’Ottavi e Chris Anderson. Oggi inizia anche il conto alla rovescia per il lancio dell’edizione italiana del magazine Condé Nast, diretto da Riccardo Luna, in edicola a partire dal 19 febbraio 2009.

Visto da vicino è massiccio, alto, imponente. Eppure arriva silenzioso, quasi all’improvviso, nel suo black suit lineare, con camicia bianca sbottonata. Affabile, crea subito una situazione rilassata pur essendo al centro di un capannello di persone un po’ emozionate per l’incontro con la celebrità – tra cui ci siamo anche noi dell’Altopiano, il settimo. In italiano spicciolo diremmo che “non se la tira”.


Chris Anderson fotografato da Giancarlo Mazzaro per 7thFLOOR

D’altronde non ha niente da dimostrare: è semplicemente uno degli influencer più importanti del mondo. È Chris Anderson, direttore di Wired e autore di The Long Tail, uno dei libri più importanti per capire l’economia digitale. Era a Milano per il World Marketing and Innovation Forum di HSM Italia.

Classe 1961, è il pronipote di uno dei fondatori del Movimento Anarchico Americano di fine ‘800. Suo nonno ha inventato un irrigatore automatico, suo padre era un operatore del telegrafo. Da ragazzo suonava in una punk-band. Forse segni del destino, perché sembrano gli ingredienti perfetti di quella cultura americana che ha generato, appunto, Wired, il magazine di quelli che vogliono cambiare il mondo. E poteva nascere e crescere solo lì, vicino, se non dentro, la Silicon Valley.

Siamo abituati a pensare a Wired come un magazine di tecnologia o, al limite, di innovazione, con una grafica complicata e chiassosa. I puristi che lo leggono dal 1992, anno della fondazione, sono anche un po’ delusi dal taglio modaiolo che ha preso da quando Condé Nast (in realtà Advance Publications, proprietari del gruppo editoriale famoso per Vogue) ne ha acquisito gli asset nel 1998, per 75 milioni di dollari.

Ma a ben guardare Wired non parla – non ha mai parlato – di tecnologia. Parla di come si cambia il mondo. O meglio: è espressione di quella cultura tipicamente americana basata e centrata sull’innovazione. Che fa dell’innovazione e dell’invenzione il suo modello di business. Quegli “Hippie.com” da controcultura californiana, per dirla col titolo del libro di Enrico Beltramini. Basta un’analisi tecnica un po’ accurata del magazine per capirlo, ma ce l’ha anche detto lui. Ben chiaro.

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Chris Anderson fotografato da Giancarlo Mazzaro per 7thFLOOR

Rimane un po’ spiazzato quando gli racconto che, sulla sua pagina di MySpace, il regista Jim Jarmush ha scritto “Preferisco essere sub-culturale che mass-culturale”, e gli chiedo cosa ne pensa. Mi guarda, mi risponde che, lui personalmente, vuole andare nelle due direzioni ed essere «deep and broad», e mi racconta della sua iniziativa “DIYDrones” di open source robotic hardware.

Discutiamo un po’ del valore delle nicchie (e dell’open hardware, vedi box) ma poi chiarisco la domanda: “Wired è un grande esempio di trasformazione di una sub-cultura di nicchia in fenomeno di massa”, gli dico. «Sì», risponde.

«Ciò che Louis Rosseto, uno dei fondatori, dice spesso è che ciò che ha fatto Wired in passato è stato trasformare “cult” in “culture”. Ora è l’inverso: stiamo riportando questa cultura a un valore di culto».

“Quindi la tecnologia ha cambiato il mondo?”, chiedo. No: «Wired non è mai stato un magazine di tecnologia. Abbiamo sempre parlato di “come la tecnologia può cambiare il mondo”, in tutti gli aspetti». E in effetti traspare chiaramente dall’analisi della rivista.

Dalla struttura rigidissima, con un peso percentuale di pagine per sezione che non cambia quasi da numero a numero, dedica la maggior parte dello spazio ad articoli di approfondimento (”Feature”), che parlano di tecnologia solo incidentalmente – perché è uno dei drive del cambiamento.

La sezione più importante, dopo Feature, è Start, che aggrega temi diversi: curiosità della Rete, la chimica degli ingredienti di uno shampoo, fotografia dallo spazio, gli oggetti che si usano nei luoghi di lavoro, le mappe. E così via. Sono quelli che oggi chiameremmo lifehack, trucchi per migliorare la vita, invenzioni intelligenti, strumenti “per gente in gamba”. In ogni caso, sono esempi d’eccellenza, di uscita dalle regole, di capacità fuori dall’ordinario. Non è semplice pruderie gadgettistica. È tecnica. Per metterla sul trekking: non è la bussola, è sapere davvero come si usa. Sono oggetti che corrispondono a un’aspirazione, alla voglia di conoscere il mondo, capirlo, e fare qualcosa in prima persona. Cambiarlo, appunto.

La sfida


Andrea Genovese, Chris Anderson e Alberto D’Ottavi

«Quando sono diventato direttore di Wired nel 2001», racconta, «era la fine della bolla. Tutti pensavano che fosse finita. Ma ho scommesso che era solo l’inizio. Dovevo affrontare una sfida difficile: come mantenere l’integrità del magazine rivoluzionandolo. Dovevamo trasformare noi stessi». E ce l’ha fatta: ha portato il giornale a sei nomination per il National Magazine Award, vincendo il primo premio per la General Excellence nel 2005 e nel 2007. Nell’aprile dello stesso anno è entrato anche nella “Time 100″, la lista di Time Magazine “di quegli uomini o donne il cui potere, talento o esempio morale sta trasformando il mondo”.

Mica male. A quei tempi aveva già pubblicato The Long Tail, apparso la prima volta in forma di articolo su Wired nell’ottobre 2004 e poi in libro nel luglio del 2006. Un’idea che spiega efficacemente le dinamiche digitali, e che oggi sta estendendo verso il “Free” (vedi box). Su questo è lapidario. Diciamo da tempo che tutto ciò che può diventare digitale diventerà digitale. L’abbiamo visto dimostrato innumerevoli volte. Non solo i prodotti in qualsiasi modo legati all’informazione, e cioè immateriali, ma anche i processi – e in questo caso, invece, il modello si applica a qualunque contesto. Come diceva Kevin Kelly: “Ogni processo ripetitivo può essere automatizzato, e quindi digitalizzato”. «E tutto ciò che è digitale diventerà “free”», gratuito o quantomeno aperto, aggiunge Anderson.

Non è una distruzione di valore. È un cambiamento di sistema.
Produzione, movimentazione e commercio mica smettono di esistere. Ma cambiano le modalità. Certo a qualcuno non farà piacere, specie se questo qualcuno fa conto sulla capacità di intercettare passaggi, intermediare momenti di catene del valore. Questo non sarà più possibile, a meno che non si inventino nuove forme di re-mediazione che aggiungano valore. Ma la catena, come già avvenuto in altri contesti, è destinata a spezzarsi, sostituita da una rete di collegamenti. Bisogna prenderne atto: a Genova c’è ancora qualcuno che ce l’ha con Cristoforo Colombo per l’apertura delle rotte atlantiche, ma cosa vuoi farci. Succede.

E noi?


Chris Anderson durante la conferenza HSM

“Cosa pensa del modello italiano?”, gli chiedo, col dubbio di fare una domanda scontata. Ma la sua risposta scontata non sembra affatto: «Le Piccole Medie Imprese saranno il futuro. Il modello italiano può essere quello principale per il 21° secolo», perché i “luoghi economici” in cui si creerà maggior valore sono le “nicchie”. Sì, è vero, «L’Italia ha sofferto per un accesso inefficiente [alla Rete e ai mercati internazionali, ndr]», afferma, «ma avete fatto lo stesso un lavoro eccellente». E ora c’è la chance di Internet che offre un accesso paritario alla concorrenza internazionale, perché è un «Complete leveler». Difficile da tradurre senza pensare alle parole di Totò, ma il senso è ben diverso, e piuttosto chiaro. Livella le barriere all’accesso, offrendo – potenzialmente – eguali opportunità.

Si tratta di «Dominare le nicchie e lavorare per il mondo piatto», perché «lavorare per le nicchie significa essere autentici, reali, molto focalizzati e in contatto diretto con i clienti, perennemente sostenuti dal word-of-mouth, il passaparola». Non solo, ci permettiamo di aggiungere: chi altri se non le PMI italiane, quelle vere, hanno saputo esprimere eccellenza nel capire come sono fatte le cose, conoscere il mondo, cambiarlo?

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Inventiva, ingegneria e telecomunicazioni. Un così curioso parallelo con la sua storia di famiglia. Aggiungi a questo che «Nel 21° secolo ognuno può trovare la sua economia di scala», chiude Anderson, e le prime indicazioni ci sono. Si tratta di non guardare sempre in su, ai più grandi, ma in giù, verso la coda, i piccoli esempi di eccellenza che pullulano sul territorio italiano. E metterli in grado di lavorare, di muoversi, di aprire le prospettive. Di cambiare il mondo.

di Alberto D’Ottavi
Infoservi.it

Non per gemmazione

dottavi —  5 June 2008 — Leave a comment

ArduinoMassimo Banzi, il "papà" di Arduino (e di Tinker), ha aperto un blog in italiano: Ora. Un piacere, perché è vero che a volte "sembra che sti progetti si generino dal nulla, che non ci sia nessun essere umano che li fa… si generano spontaneamente in qualche fabbrica per gemmazione da un condensatore abbandonato". E invece meglio sapere chi li fa.

(Ho citato Arduino qua e qua)