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Stagione importante, la prossima, per il Publishing. C’è la solita convergenza di forze – economica, tecnologica, sociale – che preannuncia l’arrivo dell’onda. Anche da noi.

Recente il lancio di BookRepublic, “Servizio di distribuzione online per i libri digitali rivolto principalmente agli editori indipendenti e libreria online”, iniziativa di Marco Ferrario (intervista) e Marco Ghezzi, con Giuseppe Granieri quale direttore editoriale e Matteo Brambilla chief editor. E’ un online store che aggrega un gran numero di editori italiani (vedi), quindi in chiara alternativa a Apple iTunes – iBooks. Non altrettanto lucida, ma pur sempre positiva, sembra la proposta di Ebook.it, di ambito romano, che ha recentemente organizzato un incontro sul tema dell’IVA che per i libri cartacei è al 4% mentre per gli ebook, parificati al software, al 20.

Gli stessi fondatori di BookRepublic hanno poi creato anche una piccola casa editrice, 40k, che si aggiunge alla pioneristica Simplicissimus e alle collane di Apogeo. E molte altre. Per esempio, Noa Carpignano mi contatta via blog per segnalare la sua BBN, “Prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali”, e la tre giorni che sta organizzando per il prossimo settembre: Ebook.Fest. Be’, complimenti.

Insomma il primo passo è stato interpretare i nuovi sistemi di pagamento, senza i quali non si muove foglia. Dichiarazione netta del director of operations di una importante casa editrice italiana, che ho incontrato proprio al lancio di BookRepublic: “Il giro del web gratuito l’abbiamo fatto. Il prossimo giro sarà a pagamento. Deve essere redditizio”. Sacrosanto.

Nel frattempo si reinventa la tecnologia. Riflessione appuntita di De Biase in questo post, che termina affermando “I libri resteranno prodotti. I giornali tenderanno a diventare servizi”. E’ proprio così: vedi per esempio gli aggregatori di blog come Liquida, giusto per citare un italiano (a proposito: che fine ha fatto BlogNation?). I blog negli anni scorsi si sono affermati come nuove fonti ma puntuali, atomiche. Il giornale generalista è diventato un aggregatore. E sempre De Biase segnala il passo avanti fatto dal New York Times che, dice, “Proporrà in licenza le sue applicazioni ad altri editori su un vero negozio online”. Per ora il NYT ha aperto la sua Developer Network, offrendo accesso ai suoi dati tramite interfacce di programmazione – le API. Qui il blog, che non a caso si chiama Open. Interessantissimo. Per chi ama le letture tecniche, questo post dà un’idea di alcune possibilità, recuperando i dati di geo-localizzazione associati agli articoli.

Quindi non è solo il giornale che va ripensato, ma anche i suoi contenuti. Questo stesso articolo è un oggetto stupido, fatto di tante parole buttate in un campo testo, senza differenziazione. WordPress, la piattaforma che uso, si dichiara “semantica” solo perché usa le tag. Ridicolo. De Biase un po’ di tempo fa affermava che i giornali siano applicazioni. Esatto. Anzi, prima di tutto i giornali sono database, o dovrebbero esserlo, e in formati ben definiti – vedi per esempio.

Se riusciamo a strutturare informazione e conoscenza, riusciremo poi a estrarla creando nuovo significato. Da lì in poi sì che svilupperemo applicazioni. Dove il differenziale diventerà però l’esperienza. I nuovi device come l’iPad ci hanno fatto finalmente… toccare con mano, scusate la battuta, le potenzialità. D’ora in poi è tutto da costruire. Di nuovo.

Vedi anche: visual Data.

La Rete Del Debito Europeo

dottavi —  14 May 2010 — 1 Comment

Qui si segue il filone Visual data, si sa. Impressionante però la grafica qui sotto, e inquietante che venga dal New York Times. L’ho trovata da Paul Buchheit su Friendfeed.

Oggi è il giorno dell’iPad, il device che ha stravenduto se stesso già prima dell’uscita. BoingBoing ne ha pubblicato una prima prova dai toni entusiastici: Ipad is a Touch of Genius. New York Times e Guardian.co.uk fanno due rassegne sui prototipi dei nuovi magazine: Interactive Magazines (NYT) e How Will Print Content Look? (Guardian), e sempre il NYT dovrebbe rilasciare un’applicazione gratuita proprio oggi. Mashable ha raccolto i demo-video di ben dieci applicazioni, anche se la più bella di tutte sembra essere la tavola perioda degli elementi. Steve Wozniak ha messo da parte la sua gelosia per Steve Jobs e ne ha comprati tre. Nel venture capital hanno raddoppiato gli investimenti e sperano di portarselo a letto stasera.

Insomma ce n’è per tutti i gusti. Ma una cosa sola sembra mettere tutti d’accordo: la vera killer app sarà quella di Marvel Comics ;)

Frequentando luoghi digitali si incontrano usi e costumi diversi, che tipicamente coinvolgono gruppi di persone. Dopo un po’ si notano dei pattern, delle persistenze: ciò che accade in un tempo/spazio poi si ripete altrove. Tipicamente, in Italia si adottano abitudini nordamericane un paio di anni dopo – abbiamo ormai intere antologie di casi osservati. Un po’ come le onde dei bioritmi: siamo fuori sync, ma abbiamo la stessa fase, il che ci dice anche qualcosa sulla prevedibilità dell’innovazione.

Ora in ambienti conversazionali come Twitter e FriendFeed, che hanno iniziato esclusivamente come piattaforme di egoboosting, abbiamo anche professionisti nel senso italiano del termine: commercialisti, avvocati, imprenditori e top manager che, dopo un prudente studio iniziale, chiacchierano tranquillamente delle loro attività professionali con le loro micro-community.

E’ un’apertura di processo, of course. Il prossimo passo sarà quello di ribaltare totalmente il punto di vista del racconto: come ha fatto il New York Times con TimesCast, selezione di video in cui mostrano quel che succede dentro.

New York Times TimesCast

(via LSDI)

At Art

dottavi —  22 March 2010 — Leave a comment

“It dates to the sixth or seventh century when it was adopted as an abbreviation of “ad,” the Latin word for “at” or “toward”… Another theory is that it was introduced in 16th-century Venice as shorthand for the “amphora,” a measuring device used by local tradesmen. Whatever its origins, the @ appeared on the keyboard of the first typewriter, the American Underwood, in 1885 and was used, mostly in accounting documents, as shorthand for “at the rate of.” It remained an obscure keyboard character until 1971 when an American programmer, Raymond Tomlinson, added it to the address of the first e-mail message to be sent from one computer to another…”

E oggi è al MoMA di New York: Why @ Is Held in Such High Design Esteem – NYTimes.com.

Aggiornamento: Il post di Paola Antonelli sul blog del MoMA.

Stefano Quintarelli ha pubblicato estratti e commenti sulla battaglia legale Viacom – YouTube, prima e seconda parte. I documenti citati sono mail provenienti dalle diverse aziende coinvolte, il che ci dà una succosa prospettiva di corporate culture (ricordate il “Don’t be evil“? Be’, scordatevelo). In sintesi emerge che i fondatori di YouTube hanno volontariamente violato il copyright, che quelli di Viacom hanno fatto upload illeciti di materiale promozionale di nascosto, e altre amenità. Il New York Times, seriamente, sintetizza i fatti salienti. Dopo il salto la discussione su Friendfeed.

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David Carr sul New York Times, Media & Advertisement: The Fall and Rise of Media. Gran bel pezzo. Di “colore”, come si diceva ai tempi, e un po’ spaventevole nella prima parte di cronaca e storia, ma con un bel finale (evidenza mia):

Those of us who covered media were told for years that the sky was falling, and… then it did. Great big chunks of the sky gave way and magazines tumbled — Gourmet!? — that seemed as if they were as solid as the skyline itself..

So what do we get instead? The future, which is not a bad deal if you ignore all the collateral gore. Young men and women are still coming [to New York] to remake the world, they just won’t be stopping by the human resources department of Condé Nast to begin their ascent.

For every kid that I bump into who is wandering the media industry looking for an entrance that closed some time ago, I come across another who is a bundle of ideas, energy and technological mastery. The next wave is not just knocking on doors, but seeking to knock them down.

musicforweb2Stasera all’evento Kublai Dieci anni di tempesta perfetta: i bloggers italiani fanno il punto sulla musica. Andrò soprattutto ad ascoltare. Quale contributo alla riflessione segnalo questo articolo del New York Times che analizza il calo delle vendite, riassunto dall’immagine a fianco. Immagino che quelli dell’industria lo chiamino “distruzione di valore”. Io mi chiedo 1. quanto valga l’indotto della musica (concerti e merchandising) che qui non è contato, e 2. quanto valga e come sia cambiato con la disintermediazione il valore degli introiti dei musicisti – o almeno quale sia il suo trend.

Se posso aggiungere una considerazione personale, tutto va visto in prospettiva. Io ho passato molto tempo a ri-digitalizzare i miei CD, faticando come una bestia per sistemarne i tag e assicurarmene il backup, in modo da non perdere i file. Se avessi una copia nella cloud della mia libreria musicale sarei molto più contento. Intanto già non è male poter comprare un disco spendendo sette euro, con un singolo click.

Proprio quello che ho fatto con The Miseducation Of Lauryn Hill, visto il suggerimento dell’autore del NYT, alla fine del suo pezzo. Conosco l’artista, ho un suo live acustico in cui lei fa dei tostissimi rap con la chitarra. Però questo disco, sinceramente, non mi è piaciuto. Devi conoscere bene chi ti dà un consiglio, mi viene da dire. La musica mica è come la gazzosa. A ciascuno la sua.

I Geek Hanno Vinto

dottavi —  3 September 2009 — Leave a comment

Preso da un tweet di Fabrizio Capobianco. Fa riferimento all’articolo The Race to Be an Early Adopter of Technologies Goes Mainstream, del New York Times. “What used to be the pursuit of a few has become decidedly mainstream. We’re all gadget geeks now” afferma l’autrice, citando una ricerca Forrester. Certo, fa riferimento al mercato statunitense, ma non c’è dubbio che il trend stia decisamente emergendo anche da noi. No surprise, peraltro :)

[Occasione mi è gradita per presentare ufficialmente Fabio Mattia, studente NABA con cui si è già collaborato ai tempi del Nokia University Program e che ha già scritto qua. S’è stretta una partnership: su queste pagine Fabio ci terrà al corrente delle sue ricerche, che attualmente si concentrano sul tema dello sharing ma che riguardano in generale i Media in Rete – e non solo. Inauguriamo con il cross-posting di questo interessante articolo, già pubblicato altrove, sulle prospettive della cultura Anime – Manga, e di come questa stia plasmando abitudini e, ehm, abiti di tutti i giorni. Una dinamica che incontriamo anche dall’altra parte dell’oceano: avevate visto i super-eroi che aiutano gli homeless di New York? Qui NY Daily News, qui New York Times. Insomma le tribù più strane continuano a rimbalzare tra online e offline. In bocca al lupo a Fabio – anche se un inizio del genere direi promette bene :) -ad]

Lunedì 18 maggio, presso l’Aula Magna dello IED, ho avuto modo di partecipare alla conferenza “L’animazione Giapponese”, tenuta dal Professor Takamasa Sakurai, docente e preside di Facoltà alla Digital Hollywood University di Tokyo. Ospite per l’occasione, il Console Generale del Giappone a Milano, Dott. Azuma Hiroshi, che ha introdotto l’evento parlando dell'”Anno del Giappone a Milano” promosso insieme al Comune di Milano, facendo una panoramica delle attività svolte fino ad ora e le prossime nei mesi a venire, finalizzate a un sempre migliore scambio culturale fra Giappone e Italia.

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E’ stato un evento molto interessante, data l’importanza di un esperto del settore dell’animazione giapponese come Takamasa Sakurai. Un viaggio molto divertente all’interno del mondo degli anime, affrontato con vivacità e partecipazione da parte di un pubblico molto interessato all’argomento.

Si è cominciato con un’analisi di mercato, con conferma del dato che l’Italia resta uno dei Paesi maggiormente fruitori di anime e manga, insieme a Francia, Spagna e Germania per quanto riguarda l’Europa. In aumento l’interesse anche negli Stati Uniti, Paese tradizionalmente più chiuso alle produzioni straniere. Si parla di dati legati anche al settore della vendita di dvd e fumetti e non solo alla trasmissione televisiva, la quale anche in Italia ha subito un forte ridimensionamento rispetto gli anni ’80 e ’90. Oltre alla diffusione dei contenuti, in costante aumento anche il numero degli eventi organizzati da tutti i fan delle serie che raggiungono in alcuni casi partecipazioni che contano alcune migliaia di persone. In particolare va segnalato il successo del cosplay. Questo sito per darvi un’idea della dimensione del fenomeno: Cosplay.com.

Per quanto riguarda le serie di maggior successo a livello internazionale, allo stato attuale nel panorama televisivo la classifica è la seguente: One Piece, Inuyasha, Naruto, Bleach e Full Metal Alchemist (ho linkato i primi risultati di ricerca di Google di siti italiani, -esclusa Wikipedia-). Nel settore cinematografico invece il maggior successo va attribuito ad Akira e Ghost in The Shell.

one-piece

Dopo alcuni divertenti scambi di battute fra Takamasa Sakurai e i ragazzi del pubblico su quali fossero i personaggi o le serie preferite, si è arrivati alla domanda fondamentale: Perchè il sostegno agli anime da parte dei giovani di tutto il mondo?. Sono stati concessi 5 minuti di pausa per riflettere sulle risposte da dare, ma a giudicare dal vociferare concitato scatenatosi in aula sarebbero bastati 5 secondi. Da una prima risposta di un ragazzo che ha esclamato “Per la bellezza delle protagoniste!” (ok, era una battuta, ma non si può comunque dargli torto!), si è passati a varie risposte che concordavano tutte su quella che poi è stata la riflessione conclusiva di Sakurai (cerco di riassumere al meglio): certamente è importantissimo il fatto che gli anime non hanno età. O, meglio, sono fruibili a tutte le età per il modo in cui vengono trattati i contenuti (e qui entra in gioco una fondamentale differenza culturale tra Giappone e altri Paesi del mondo, ovvero che l’animazione, i cartoni animati, non è considerata un prodotto unicamente per bambini, ma ha la stessa rilevanza di tutte le forme audiovisive rivolte ad ogni età). Quindi la molteplicità di letture e fruizioni possibili da parte di pubblici di generazioni diverse. Inoltre (e strettamente connesso a quanto detto sopra) va sottolineato il lavoro di sviluppo dei personaggi che viene fatto con estrema cura, tale da definirli psicologicamente così bene da far sì che sia inevitabile l’immedesimazione da parte degli spettatori. Questa resa porta a provare quello che col tempo diventa vero e proprio affetto nei confronti dei protagonisti, anche perchè le loro avventure fanno riferimento all’immaginario giovanile e i protagonisti hanno sempre dei problemi personali, dei conflitti interiori, coi quali devono confrontarsi durante le loro storie e affrontarli per poterli superare. Inoltre c’è un approccio molto sincero alle cose, ad esempio nei confini fra i “buoni” e i “cattivi”, che non sono mai netti, ma anzi si sottolineano molto le sfumature che ci sono in ogni tipo di personalità. Tutto riporta a una dimensione del quotidiano simile alla vita reale, quindi molto vicina a noi stessi, ulteriore motivo di immedesimazione nei personaggi e nei loro conflitti, al di là di quale sia il loro mondo narrativo (lo spazio, un paesino di montagna o una grande metropoli).

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Questa analisi aiuta a capire il successo degli anime in tutto il mondo e non solo in Giappone.

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Ok, ci son cose ben più gravi a cui pensare, però non è stato solo un cartone animato. O un disco. O un evento musicale. Voglio dire: Yellow Submarine. Heinz Edelmann, che l’ha disegnato, è mancato oggi: Yellow Submarine Graphic Designer Dies at 75 – NYTimes.com.


Trovo da Marcello Del Bono notizia dell’assunzione, al New York Times, di una Social Media Editor. Intrigante anche il fatto che Jennifer Preston, stando alla mail interna che avverte i dipendenti, sia una giornalista con 25 anni d’esperienza.

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