Archives For netwo

Man mano che andiamo avanti, il 2.0 italiano si presenta sempre più variegato. Venerdì 4 maggio una piccola “delegazione” è stata ospite di Dada, in un incontro stimolato dal gruppo Netwo di cui ho il piacere di essere tra i fondatori. Padrone di casa Paolo Barberis, insieme agli altri co-fondatori dell’azienda. Anche questa volta le novità e i temi interessanti non sono mancati.

Alcune nuove presenze, rispetto al precedente incontro tenutosi da Yahoo!. A partire da Stefano Giannuzzi di GridLab, che sta lavorando a un progetto di social networking rivolto agli italo-americani. Very cool, mi viene da dire, anche perché Giannuzzi afferma che avrà una forte componente di “grassroot journalism”, e personalmente mi fa piacere perché quella del citizen journalism per gli italiani all’estero è un’idea che avevo avuto anch’io, ne avevo parlato in questo convegno (qualcosa di più qui). Il problema segnalato da Giannuzzi è sostanziale: due anni e mezzo per ottenere dei fondi, un tempo durante il quale il progetto è cambiato radicalmente. La tecnologia non aspetta la burocrazia, è tempo che anche le strutture pubbliche aprano le orecchie su questi temi.

Luca Mearelli, autore di The Typer, ha parlato di artigianato del software, un tema credo importante soprattutto riguardo la user experience, di cui avevamo al tavolo due esperti: Luca Mascaro (anche lui co-fondatore di Netwo) e Andreas Zumthor di Phiware (ma che lavora soprattutto per la Radio Televisione Svizzera, il che ci dice già molte cose). Credo che una progettazione con cura artigianale delle interfacce utente sul web, oggi, contrapposta a un approccio industriale e di massa, sia cruciale per consentire accesso ai molti che con la tecnologia non hanno familiarità – penso agli anziani – e che se navigano sono sicuro fanno un uso attivo molto limitato dell’Internet italiana (e se qualcuno è utente di BancoPosta Online sa cosa intendo).

Altra nuova presenza Tiziana Ferrando di SegnaloItalia, un aggregatore alla Digg per il turismo rivolto alla valorizzazione del territorio. Credo si possa definire iniziativa “hyperlocal“, un altro tema che ritengo molto importante per la realtà italiana. Diverso, ma non meno cruciale, l’approccio di Daniele Alberti, co-founder di Altre-menti, MyMinutes e Bakeca.it, che parla di trasferimento di tecnologie verso le industrie creative. Quelle di cui si sta occupando sono architettura e design: fantastico. Bellissima la rivista di Altre-menti (stralcio sotto, versione integrale sul loro sito), che nell’editoriale di Alberti focalizza anche uno dei principi ispiratori degli incontri Netwo: “Siamo sempre più convinti che solo il dialogo fra l’innovazione spontanea e il sistema produttivo rappresenti la leva strategica per lo sviluppo di nuovi business e per la creazione di stimoli e nuove conoscenze per il mondo industriale”. Esatto.

Daniel Ruzzini Mejia di DomainsBot e Davide Lombardi di Zooppa.com ce l’hanno quasi fatta. Due aziende ormai in cammino, con già qualche interessante successo internazionale. La prima ha elaborato una tecnologia di “name suggestion” per chi cerca un nome di dominio, e nasce quand’erano ancora minorenni. Ma hanno avuto l’idea di chiedere aiuto a un senior manager di caratura internazionale. Questo è il ruolo importantissimo del “mentor”, che in Italia sembra davvero carente. Lombardi ha invece trovato un incubatore privato (Davide sorry dimenticato il nome, se ce lo puoi segnalare) specializzato in nuove tecnologie, che quindi ha saputo capire subito il valore dell’innovazione proposta da Zooppa: user-generated advertisement (un tema che avevo sfiorato qui).

Intorno al tavolo, inoltre, Federico Colla, che sta lavorando al progetto Work-o-Matic, Claudio Cicali di Scrive.it, Tommaso Sorchiotti, brillante studioso :) che sta lavorando su Tumblr, il mini-blog super-facile, e sul concetto di “life blog”, Alesso Jacona, che segue con lodevole caparbietà il settore dei corporate blog e giustamente afferma che qui il problema è che “là fuori”, nel mondo di atomi, molti dei temi comuni alla blogosfera non si sa neanche che esistano, Paolo Valdemarin, che, lasciatemelo dire, quando parla dice sempre cose importanti, il vulcanico Giovanni Intini di Nimboo e Medlar, il superattivo Fabio Masetti, Marco e Stefano di Duespaghi, e gli altri “Netwooers” (e altro) Stefano Vitta di Bloggers e Fon, Lorenzo Viscanti (Wikio), Emanuele Quintarelli. Ci mancava Kiaroskuro del gruppo Nimboo.

Di Dada, insieme a Barberis, erano presenti anche gli altri co-founder: Angelo Falchetti, CEO dell’azienda, Alessandro Sordi, responsabile di Dada.adv, Jacopo Marello, responsabile delle corporate communications, Marco Argenti di Dada.net. E ancora Barbara Bellini, responsabile community e content, Chiara Ronchetti e Chiara “Chiarula” Rivella delle relazioni esterne, Marco Magnocavallo di Blogo.it, recentemente acquisiti, e Cristiano Escaplon di una finanziaria del Gruppo Mediolanum (spero di non aver fatto errori, nel caso mi scuso e attendo correzioni).

Crescita del fatturato, espansione internazionale, integrazione con il mondo “mobile”. Questi i punti salienti della rapida carrellata sulle attività di Dada che ci propone Paolo Barberis. Una crescita importante (520 dipendenti di cui 300 in Italia, 15 Paesi serviti, oltre 110 milioni di Euro di fatturato), che vede oggi ben il 50% dei ricavi dell’azienda provenire dall’internazionale. Un processo di globalizzazione dell’azienda che diventerà più significativo entro breve: tra non molto, infatti, sarà possibile pubblicare i propri contenuti in diverse lingue, superando così i limiti “per country”.

Funzionalità importante soprattutto perché legata a Friend$, il meccanismo di “pubblicità virale” inventato da Dada usando Google. Non solo chi porta nuovi iscritti può guadagnare anche dalle attività dei suoi “amici”, ma se si è particolarmente attivi, creando contenuti di valore, si guadagna anche se questi vengono mostrati in altre pagine, e non solo sul proprio blog. Il fatto di poter pubblicare sul mercato internazionale può portare a guadagni molto superiori agli utenti. Negli Stati Uniti l’efficacia di una certa campagna può essere anche 10 volte superiore all’Italia.

Friend$ è un’idea intrigante, ma che può funzionare solo su grandi economie di scala. E come “scalare” è stato un altro tema dibattuto. Vero che in Italia abbiamo un problema di dimensione del mercato, ma non solo: Barberis afferma anche che la crescita del mercato non è lineare, cresce per alcuni ma non in modo uniforme per tutti. Il che crea una barriera all’ingresso più alta che altrove, per innescare dinamiche di Rete ampie ed efficaci.

La soluzione può essere solo focalizzarsi sulle proprie passioni e sui propri interessi, e da qui costruire – un approcio pragmatico ben sottolineato anche da Cristiano Escaplan – trovando il modo di “stare in piedi” e tenendo conto, comunque, che la Rete cresce per discontinuità, grandi balzi tecnologici.

Insomma, le difficoltà ci sono. Nello stesso tempo, se posso aggiungere una considerazione, credo non si debba smettere di “guardare in alto” e cercare di crescere. La “piccola” Rete italiana può farcela, e ci sta provando.

PS Sto continuando a creare un piccolo elenco di attività a questo indirizzo. Se vi va, potete salvare la bookmarklet (clic destro etc.) che si trova alla pagina AddItem per segnalare direttamente un sito mentre state navigando (si tratta infatti di un clone Delicious-like).

PPS Altro sulle attività del gruppo Netwo tramite BlogBabel

PPPS Le foto sono qui

alcune pagine qui

Dico spesso che uno dei problemi odierni dell’innovazione Internet italiana è la mancanza di collegamento tra il tessuto delle tante iniziative “spontanee” e l’industria. E’ con questo spirito che con Chiaroscuro del gruppo Nimboo, Emanuele Quintarelli, Lorenzo Viscanti, Luca Mascaro e Stefano Vitta si è dato vita a un piccolo gruppo “di pressione” che cerca appunto di stimolare questi momenti di confronto. L’abbiamo chiamato Netwo: Network per il 2.0 italiano. Ieri, grazie a un’idea nata in questa occasione, Yahoo! ha dedicato ospitalità a una ventina di iniziative nostrane. Che, devo dire, trovo sempre più interessanti.

A seguire un piccolo riassunto della giornata. Prima, però, rinnovo la richiesta di informazioni su altre “imprese 2.0″, di qualsiasi dimensione – dalla singola applicazione, alla “micro-preneurship”, all’azienda strutturata.

Il 2.0 italiano è vivace e creativo. Mi ha colpito e divertito scoprire come Maiom, il sito di annunci immobiliari “user-generated”, sia nato in treno, tramite un brainstorming continuo tra i due ideatori, Paolo Rossi e Ferdinando Giordano. E mi ha fatto piacere scoprire che già oggi si regge abbastanza bene sulle sue gambe. Liguria.

Intorno al tavolo anche Marco Palazzo e Stefano Massimino di Duespaghi, un’innovazione nel settore dei listing che, come modello, dovrebbe far riflettere molti editori, di carta e digitali. Lombardia, così come Ludovico Magnocavallo di BlogBabel, il primo servizio italiano di monitor della blogosfera, e Guido Bellomo di BabelGum.

Dalla Puglia Giovanni Intini, founder di Medlar e membro di Nimboo, un gruppo di programmatori che collaborano sulla base di un interessante meccanismo di scambio di ore di lavoro, mentre da Faenza, in Romagna, ci ha raggiunti Francesco Fullone, animatore di PHPItalia Grusp.it e DownloadBlog. Da Roma, last but not least, Nicola Mattina, che oltre a PassPack sta lavorando a un importante progetto di cittadinanza digitale, e Diego Galli di Fai Notizia, iniziativa di giornalismo partecipativo di Radio Radicale. Guest star :) Luca Conti di Pandemia, dalle Marche.

Insomma, l’Italia è ben rappresentata nello scenario 2.0, forse meglio che in altri contesti. Ma se le iniziative ci sono, anche i problemi non mancano. L’ospite Massimo Martini, country manager di Yahoo!, ricorda la situazione della pubblicità on-line italiana, che oggi rappresenta il 2% del marketing mix. Una quota bassa, preoccupante soprattutto se si valuta che tra i big spender questa percentuale scende allo 0,6.

Il problema della pubblicità on-line italiana si avverte in maniera sensibile per quanto riguarda le pianificazioni tradizionali (banner & co), ma anche nelle forme contestuali come gli AdSense di Google. Se questi sono molto efficaci in lingua inglese, infatti, gli inserzionisti italiani sono invece poco numerosi, il che rende questa forma pubblicitaria poco efficace nella nostra lingua. Una alternativa potrà essere Panama, la nuova piattaforma di Search Advertisement che Yahoo! sta lanciando nei vari Paesi (ne avevo appunto accennato qua). Affronterà il mercato con un approccio chiamato “behavioural targeting”, che permetterà di raggruppare utenze similari anche su siti diversi, secondo classificazioni più ampie rispetto ai criteri socio-demografici tradizionali, e basate, appunto, su comportamenti, attitudini all’acquisto e approcci.

Nello sviluppare un servizio, però, le revenue pubblicitarie non sono le uniche a cui pensare. A questo riguardo Martini ricorda come un servizio basato su un canone per gli utenti (es. Flickr con l’abbonamento Pro) utenti “business”, che pagano per lo spazio fornito non sia, in teoria, scalabile (vedi nota in fondo). Potenzialità più ampie invece nel caso si riesca a creare servizi nei quali gli utenti pagano, magari indirettamente per revenue sharing, per esempio, su commercio elettronico. Modello Kelkoo di cui Martini è stato responsabile italiano.

E quindi un altro tema sullo sviluppare servizi in Italia è se si riesca o meno, e Duespaghi ci sta provando, a creare modelli italiani da portare anche all’estero, anziché limitarsi a “clonare” servizi straneri da replicare in Italia. Se la localizzazione è importante, non è però elemento strategico.

Un’altro criterio su cui ragionare è il tempo, o meglio il time-frame. Nella mia modesta opinione, infatti, 18 mesi per creare un servizio sono davvero niente. Appena sufficienti per decidere se continuare o meno, a seconda della community che si è generata e delle prime revenue che, eventualmente, possono arrivare. Serve invece ragionare su tre-cinque anni almeno, se si è capaci a vedere lungo. Un problema che, so di ripetermi ma non smetterò, particolarmente forte presso gli editori italiani.

Chiudo con due citazioni rapide, prima di correre al Ritaliacamp. Ha detto bene Giovanni Intini, con una sintesi che più di così non si può: “unire persone“. Il tema, in effetti, è sempre e solo questo. Ma ho apprezzato in modo particolare Massimo Martini di Yahoo! quando, verso fine giornata, ha detto alla tavolata: “Vi faccio una domanda“, segno del buon approccio conversazionale e di confronto aperto con cui si è svolta la giornata… :)

UPD Presto popoleremo il blog dell’iniziativa

UPD2 Massimo Martini mi corregge, ricordando che si parlava di servizi a pagamento non per gli utenti finali, ma per utenti business, per esempio rivenditori o agenzie che pagano un canone. In tal caso, in un determinato periodo, “le inserzioni possibili sul mercato sono un numero finito, e una volta raggiunta la copertura l’unico modo per crescere è la variabile prezzo. I ritorni dell’editore non cambiano al crescere dell’utilizzo del servizio da parte degli utenti finali”. Quindi il problema è anche l’orizzonte temporale: nel breve termine può essere sensato usare questo modello, ma in prospettiva potrebbe non essere vincente. Anche perché “definiamo scalabile un business che cresce al crescere dell’utenza e dell’utilizzo”. Il vero sogno di Internet, aggiungo io :). Grazie Massimo!

PS Qui qualche foto