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[30 Sep 2009 | 5 Comments | 12,082 views]

Il Meet The Media Guru dell’altra sera era affollato come quasi mai visto prima. Da appuntamento per appassionati e addetti ai lavori questa serie di incontri – qui i report sulle passate edizioni – sembra oggi in grado di raggiungere un pubblico più vasto. Il che, of course, è solo un bene, se si riesce a mantenere la barra puntata verso la qualità degli interventi.

Quello di BJ Fogg, qui le info, ha riscosso molto interesse e successo. Ha parlato di Tecniche di persuasione applicate alla tecnologia, con particolare riferimento alle applicazioni per Facebook. Personalmente, non solo non mi ha entusiasmato ma mi trova anzi su posizioni opposte. Mi è sembrato un classico approccio da comportamentismo old-style (lui è psicologo a Stanford) o, in alternativa, da vecchio approccio marketing / advertising da secolo scorso, quello dei mass-media, traslato sui social network. Le sue azioni sono ispirate dalla domanda: “Come faccio a influenzare il comportamento degli utenti?”. Da qui discende un metodo (afferma, perché in realtà non ne ha parlato in dettaglio) di misurazione e controllo. Roba da antichi broadcaster. D’altronde lo dice anche lui parlando di Tecniche di propaganda in questa clip su Crossroad di Luca De Biase. Per quel che mi riguarda, resto col modello contrario, di una Rete Open by nature in cui lo sviluppano cresce su base many-to-many e peer-to-peer. Tralasciamo, infine, le osservazioni su “Peace technology”, ovvero “Come Internet può portare la pace nel mondo”: cose che finora pensavo relegate a Miss Italia (o California, nel suo caso). Mie personali considerazioni, ovviamente, che nulla tolgono all’interesse per il tema e per l’incontro. Anche se io mi trovo molto più nel mio con il prossimo: Steven Berlin Johnson.

MTMG_berlinjohnson

L’inizio della sua bio dice: “Giornalista e autore di numerosi libri di successo che esplorano le interrelazioni tra scienza, tecnologia, media e mondo reale. La chiave della sua notorietà sta senza dubbio nella sua capacità di interpretare e prospettare le traiettorie future di fenomeni complessi attraverso un approccio multidisciplinare che individua processi e principi trasversali”. Che è poi quello che si cerca di fare anche qua. Non solo quindi, non potrò mancare lunedì prossimo 5 ottobre in Mediateca (modulo di iscrizione), ma ho anche il piacere di fare da testimonial. Grazie a Meet The Media Guru per la proposta: nei prossimi giorni gireremo un video per raccontare in sintesi come la vede Steven.

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[28 Mar 2009 | No Comment | 7,877 views]

Mediateca affollatissima, ieri sera, per il Meet The Media Guru con Larry Lessig. Giuste le critiche dalla Rete (“Se mi iscrivo on-line vuol dire che c’è posto, se non c’è più posto chiudo le iscrizioni”), anche se so per certo che Maria Grazia Mattei chiede da tempo uno spazio più ampio alla Provincia.

Free Culture Larry Lessig

Lessig – qui il suo blog – molto preparato, molto americano, molto affilato in alcune considerazioni (in fondo a questo post una sua presentazione identica a quella di ieri sera, eccezion fatta per le conclusioni) ma anche, se posso dire, un po’ distante. Comunque un utile monito ricordare quanto sia importante il vincolo di trust / mistrust, fiducia e non fiducia che ci lega alla politica, alla scienza e alla medicina, a ogni entità sociale – istituzioni, aziende, media. La sua tesi è che un uso sbagliato del denaro corrompa questa relazione, creando forme di dipendenza vera e propria, nell’accezione del termine che si usa per droghe o alcool.

Future of Ideas Larry Lessig

Il gioco di parole tra “Dependency” e “Independence” è stato un po’ il cuore del suo discorso. Forse perché disincantato, l’ho purtroppo sentito lontano dalla realtà italiana, dove l’indipendenza non sembra essere un valore e dove la stessa logica del vincolo fiduciario sembra essere ormai tramontata – parrebbe che ci siamo abituati, parrebbe normale che un medico ci prescriva un farmaco perché sponsorizzato da una casa farmaceutica o che un politico compia le sue scelte per interesse e non per il bene comune.

Lessig, tutto sommato, ci ha aiutato a ricordare che invece non è così: la dipendenza non è normale, e l’indipendenza deriva dalla nostra responsabilità.

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[6 Mar 2009 | No Comment | 8,090 views]

Lunga intervista, stamane, a Cory Doctorow, “science fiction novelist, blogger and technology activist, co-editor of the popular weblog Boing Boing (“a directory of [really] wonderful things” ;), contributor to Wired, Popular Science, Make, the New York Times and many others, and former Director of European Affairs for the Electronic Frontier Foundation (a non-profit civil liberties group that defends freedom in technology law, policy, standards and treaties)”, in Italia per il Meet The Media Guru di stasera (ehi! ingresso libero, se riuscite a entrare!).

Cory parla in maniera appassionata e divertente di libertà di informazione in Rete, peer to peer e open source, media industry, of course blogging, Make e steampunk, e molto altro. Abbiamo registrato un video che pubblicherò quanto prima. Intanto qualche pillola (da prendere “as is”, per ora).

Sul problema dei contenuti in Rete, e di come retribuirli:

We [as authors, producers etc] are succeeding in expressing ourselves and connecting with audiences in a way that we never had before. The Internet hasn’t solved the money problem, and neither had the record industry [with strict copyright-protection policies like DRM, ndr]. But solved the distribution problem, the audience problem, the self-expression problem in a way that music industry could never do.

Monetizzazione dei contenuti:

Doing a blog, you write exactly what you are interested in. That’s the opposite of doing a magazine. And we did Boingboing for free for many years, before entering some advertisement.

Boingboing:

It is the most famous blog in a world called “Boingboing” :)

Blog:

A blog is more like a container for a lot of different kinds of activity, than a kind of activity in itself. Maintaining a blog is like polishing house when your mother comes in. It helps you to learn, study, remember, etc.

E infine gli ho chiesto il perché di Fibonacci nel nome di sua figlia:

She has four names: Poesy Emmeline Fibonacci Nautilus. The first is for poetry; the second refers to Emmeline Pankhurst, the woman who fought for the right to vote for women in England; Fibonacci is the mathematician, for hard science, physics and maths; Nautilus from Jules Verne, for soft sciences and nature sciences.

Intrigante. A presto per gli aggiornamenti.

PS Altri spunti interessanti in questo articolo su VisionPost.

PPS Thnx to Maria Grazia Mattei e Lucia Tubaro for the opportunity

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[28 Nov 2008 | 9 Comments | 8,890 views]

In Mediateca, Milano, aspettando l’inizio dell’ultimo Meet The Media Guru del 2008, con Joi Ito. Pubblico vario: un po’ habituee di questi eventi, un po’ del giro della Rete e qualche autorità – il che forse è buon segno. Un mixclaje che promette bene. Di Joi ho parlato spesso.

Il racconto che fa lui della storia e dei motivi dello sviluppo di Internet è impagabile. Giusto uno shot: “The reason why the Internet won is because it had a much better model for innovation”. Dice questo confrontando i modelli di innovazione giapponesi ed europeo, che nei primi anni ’90 prevedevano la creazione di mega-progetti con finanziamenti multimilionari. Il “costo del fallimento”, in quei casi, era straordinariamente alto, le barriere all’accesso altrettanto complicate, e lo sviluppo di un ambiente competitivo vivace (“vibrant“) impossibile.

Al contrario, grazie a tecnologie e modelli aperti, l’innovazione digitale ha creato dinamiche di sviluppo più veloci e dai risultati significativi. L’esistenza di standard non proprietari e i bassi costi all’ingresso ha permesso una sperimentazione continua, con bassissimi costi di fallimento. Quella che segue è la slide principale, che delinea gli “strati” della Open Innovation:

Da notare che Joi, che è oggi un venture capitalist, non fa queste affermazioni per questioni di principio, ma per puro business: in un modello di questo tipo si genera più ricchezza – non solo economica, ma soprattutto culturale e sociale, il che a sua volta alimenta lo sviluppo. Insomma i punti alla base delle sue considerazioni della validità di questo modello sono:

  • Puoi essere molto giovane. Anche i ragazzi dell’università possono provare a realizzare le loro idee. Cfr. Sergey Brin e Larry Page.
  • Non devi chiedere permesso. La Rete è “Open by nature“, per la sua peculiare architettura, e per funzionare deve rimanere così.
  • Non c’è bisogno di controllo. Anzi: è controproducente. “Controllo” in questo contesto si riferisce ai mega-progetti top-down, in cui si pretende di definire cosa va fatto e come, da parte di gruppi estesi e strutturati. Non funziona. In un ambiente aperto in cui tutti possono sperimentare, invece, le idee nascono e si sviluppano in numero e qualità superiori.
  • Devi provare. L’innovazione è spesso impredicibile, essendo spesso disruptive e non-lineare. Ma meno di quanto si possa pensare: segue cioè cicli e fasi. Per capirli e individuarli puoi solo provarci, farlo.

Vedi anche: Joi Ito a More Than Zero.

Nota: Dopo il salto i link ai commenti su Friendfeed e le slide di Ito.

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[4 Mar 2008 | 10 Comments | 2,829 views]

(Ndr: l’amico alter, ovvero Luca Galli, torna alla grande su queste pagine con il seguente reportino dall’incontro di ieri sera in Mediateca, a Milano… Interaction design e molto, molto altro)

Bill Moggridge“Il design sta diventando così complicato”, ha attaccato calmo, con un mezzo sospiro, Bill Moggridge, grande veterano dell’interaction design, ospite molto illustre alla Mediateca di Milano per la serie Meet the Media Guru. Co-fondatore di Ideo, tra gli studi di design di maggiore prestigio al mondo, Moggridge è uno dei protagonisti più noti di una cultura del progetto informata da centralità dell’utente (user centered design), ricorso sistematico alla prototipazione, multidisciplinarità, conoscenza e sensibilità rispetto alle possibilità offerte (o negate) dalle tecnologie, a partire da quelle della Rete, delle tecnologie dell’informazione e dei media personali.

Tutte cose a cui certamente era sensibile anche gran parte del pubblico, diligente, attento, inchiodato alle poltroncine dalle sette e un quarto fino alle nove e venti di sera, presente in forze anche fuori dalla sala, in senso stretto per quelli che non sono entrati e in senso lato per quelli che hanno seguito online, anche in SL (mentre il titolo di questo post l’ho rubato a una battuta apparsa in chat a fine incontro, confesso).

Da divulgatore impeccabile, Moggridge ha esemplicato la trasformazione del design con un esempio, un servizio comunissimo, il telefono, che è nello stesso tempo un insieme di infrastrutture tecniche e anche un oggetto d’uso quotidiano. Con un apparecchio d’epoca sullo sfondo (chassis in legno e manovella), torniamo al tempo in cui chiamare qualcuno era compiere un gesto semplice, una piccola conversazione con una centralinista che con perizia e cortesia riusciva pure a trovare il destinatario giusto tra i non molti abbonati con lo stesso cognome (Ms Smith of Main Street or Ms Smith of Canal Street?); “human-to-human interaction”, plastica, flessibile, beneducata (i bei tempi andati, quando le macchine erano un lusso o uno strumento per pochi).

Non si può dire lo stesso delle comunicazioni di oggi, con rubrice telefoniche da navigare come un’applicazione professionale e più SIM che persone, e cellulari che dovrebbero servirci anche per pagare la Coca Cola alla vending machine — uno dei video migliori mostrava una ragazzina giapponese che con pazienza stereotipa spende oltre trenta minuti della sua vita per avere appunto una lattina da un distributore automatico di Tokyo (un esempio di pessima progettualità, e, dico io, scherzando ma non troppo, pure di un certo sadismo del ricecatore di human factors che ha girato il video…).

Questo stesso mondo caotico e complicato da progettare però è anche quello dei cambiamenti e delle espansioni (spesso inattese, e forse per questo possibili) nei modi di vita e del lavoro creati dalle tecnologie, che si tratti di ascoltare musica, scattare fotografie, scrivere o comunicare. Un esempio dopo l’altro — un video dopo l’altro — sullo schermo di Moggridge parlano i fondatori di Google e un chief architect di Microsoft, progettisti di Apple e veterani di Xerox, nomi celebri e nomi da addetti ai lavori, casi eclatanti come l’interfaccia originale di Google e altri di nicchia come quella per una fotocamera subacquea. La natura collettiva e distribuita dei processi di design, mascherati dietro i loghi delle grandi aziende, ritrova il volto e la voce delle persone — e persino il disegno, il mezzo d’espressione più antico e classico, ha la sua celebrazione nei bozzetti sulle primissime metafore del desktop creati (e smarriti) allo Xerox Parc.

Insomma, saranno state le poltroncine e il semibuio, o l’andamento continuo ma sempre piacevole dello speech, o il gran numero di video, ma si è avuta quasi l’impressione di assistere a un film, un film su come è cambiato il senso del progetto negli ultimi venti o trent’anni, e usciti fuori tra i palazzi di via Moscova pareva un po’ di essere tornati nel mondo di prima. Certo, la primissima battuta di Moggridge, gentile e ovviamente coi suoi fondamenti, era per una Milano descritta come “il centro del design per così tanti versi”, ma è pur vero che abbiamo sentito racconti e testimonianze tutte provenienti da una mappa culturale che ha come capitale una rete di aziende, università e centri di ricerca collocata altrove, tesa in gran parte tra West Coast, Tokyo e Londra (e la copertina del numero di 7th Floor che ci aspettava sulle poltroncine invita a guardare il BRIC di Brasile Russia India e Cina).

Con un paio di implicazioni importanti però: in una economia fatta in gran parte di servizi, abilitati (o, di nuovo, peggiorati) dalle tecnologie c’è anche molto lavoro da fare nella dimensione locale, vuoi perché i servizi alle persone hanno a che vedere di necessità, almeno in parte (il consumo!), con un territorio, con un luogo, vuoi per la persistenza (o l’aumento) delle differenza e del gioco delle culture. E poi forse siamo solo all’inizio. Rispondendo a Ezio Manzini, Moggridge ha riconosciuto che un concetto cardine come quello di qualità, ricco di rimandi e riferimenti nel mondo degli oggetti, non ha ancora un’articolazione comparabile nel mondo dell’interazione.

Si va fuori tempo massimo – solo un attimo per riaprire il Mac al volo e aggiungere “Kill Bill” alle note.

Architecture and Design »

[29 May 2007 | No Comment | 1,095 views]

Stasera "live blogging" dall’incontro con Winy Maas, architetto e urbanista che "analizza la citta’ non piu’ solo come intorno fisico e spaziale, ma come complesso sistema di relazioni". Cool.

Maggiori info qui. Inoltre dalle 19:30 si potranno leggere i commenti della "redazione" (oltre al sottoscritto vi saranno Stefano Cavallaro e Valerio Mariani) in questa pagina. L’evento è anche in live streaming dall’isola di Idearium (zona porto), in Second Life.

Research Coffee »

[21 Feb 2007 | No Comment | 1,928 views]

Meet the Media GuruSuggestivo, fascinoso, pieno di spunti umoristici e nello stesso tempo stimolante. Un approccio più ispirato alle sue pratiche artistiche che alla sua posizione di professore emerito del MIT, quello di John Maeda, e per questo ha deluso alcuni, ma allo stesso tempo ha intrattenuto coinvolto divertito provocato e arricchito tutti. Alla fine ha ringraziato una persona del pubblico che gli ha posto domande decisamente “fuori dal coro” dicendogli “you made me think“. E nel suo sguardo era sincero. Ecco, Maeda è uno che ti fa pensare, che ti fa guardar le cose con una diversa prospettiva.[//]

John Maeda setting upPubblico numeroso come non avevo mai visto a un appuntamento di questo tipo. Facile spiegarsi perché: Maeda incrocia design, arte digitale e tecnologia, e quindi anche diverse audience, tra le quali tanti ragazzi di profilo universitario. Ma mi piace pensare anche che la ressa – alcuni miei amici non sono proprio riusciti ad entrare, consiglio per la prossima volta video e audio all’esterno – sia dovuta proprio al fatto che finalmente questi temi di ricerca oggi sono di largo interesse.

Live mobile blogging!Difficile rendere i concetti di semplicità come li ha mostrati lui, principalmente tramite fotografie, diagrammi, slide minimaliste, appunto suggestioni. Posso dire quel che ne ho colto io, chiaramente quindi filtrato. Qualcosa speriamo di aver comunque trasmesso ieri sera durante il live mobile blogging che abbiamo fatto sul blog di MTMG (o meglio dai commenti, che abbiamo postato in real time). Altro si può vedere dalle foto di Leandro e Kaneda.

Quel che ho capito a dirlo può sembrar banale. In primis che semplicità e complessità sono concetti che diamo per scontati ma, appena li avviciniamo, mostrano molto di più. Basta cambiare prospettiva. Una pulsantiera con indicazioni direzionali che perde completamente senso se i tasti vengono ruotati per accidente. Un computer con un messaggio 404 su cui viene appoggiato un foglio di carta per dire che è fuori servizio. Un segno stradale incomprensibile. Eccetera.

Per dire che la semplicità non è banale, che dipende da come guardiamo le cose, se fissiamo l’oggetto o il suo contorno, se il pieno o il vuoto, l’ombra, la macchia. Gli ho chiesto se le sue dieci leggi possono essere usate come un metodo o se la semplicità è solo frutto di un mindset, di un’attitudine, e mi ha risposto, molto zen, che si tratta di ritmo, flessibilità, intelligenza.

RithmDice che non c’è bianco e nero, che è contento di essere in scala di grigi. Che bisogna percepire. Sentire.

UPD Saremo autoreferenziali? Machissene: quello che dice Leandro è molto interessante (e condivisibile). Idem dicasi per Davide Casali di Intense Minimalism.

Research Coffee »

[6 Oct 2006 | No Comment | 1,392 views]

La serie di incontri Meet the Media Guru organizzata da Maria Grazia Mattei finora è stata interessantissima, per cui cercherò di non mancare almeno il 20 ottobre.

E dopo questa lunga serie di appunti, giusto per stilare questo bilancio personale abbastanza disastroso (quassù nell’aria fina della Rete, ma in compenso molto appagante e con belle prospettive nel mondo quello fatto d’atomi), altro stop familiare sperando poi di ricominciare una stagione più regolare.