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a twitter day in life - twitter stories

La cosa divertente di Twitter è che ricorda la più classica delle battute di Groucho Marx: tutti ne parlano male, ma nessuno ne può fare a meno. A me piace sempre di più: continuo a incontrare persone interessanti e mi si generano opportunità, mentre defollowo chi parla di argomenti a me estranei o in modi che non apprezzo. Come in tutte le cose, ci vuole equilibrio. E’ anche di questo che ha parlato Federico Cella in un articolo uscito recentemente sul Corriere della Sera, per il quale mi ha chiesto una storia. Combinazione, nello stesso periodo mi è stato un contributo anche da Lino Garbellini, per un libro che sta scrivendo sul tema. Insomma, mi è capitato di raccontare la mia piccola Twitter Story – conoscete il sito Twitter Stories, vero?  Continue Reading…

Internet Better Life, recita il sito di ToscanaLab. E Festival dell’Innovazione Digitale, invece, VeneziaCamp. Due appuntamenti importanti, a cui ho avuto la fortuna di essere invitato per parlare di Blomming – ne ho raccontato qua. Venerdì 2 luglio, però, avrò il piacere di partecipare anche alla Venice Session intitolata Design The Future. Ascolterò figure di spicco, come Elio Caccavale del Royal College of Art, Aldo Colonetti, direttore Ottagono, Joseph Grima, direttore editoriale Domus, Stefano Mirti di Id-Lab e NABA, e altri, tra cui Carlo Guglielmi, presidente di FontanaArte e Cosmit, l’ente che organizza il Salone del Mobile.

Proprio al Salone, e grazie a Luigi Gioni di Open-Knowledge, ho avuto occasione di incontrare Guglielmi, di cui riporto la video-intervista qui sotto. Mi ha raccontato dell’evento e del mercato del design italiano (inteso principalmente come arredo, ofc), mentre io cercavo di “pungolarlo” su visioni, strategie e intenzioni nei riguardi di Internet. Sinceramente: c’è ancora molto da fare. Guglielmi riconosce l’ineluttabilità del “digitale”, anzi dà una strigliata agli operatori della distribuzione. Ma una presa di posizione più aperta e decisa verso l’online da parte dell’ente che lui rappresenta sarebbe auspicabile. Proprio perché Internet non è solo un divulgatore, bensì piattaforma di business, e miglior risposta alla crisi.

Altre anticipazioni riguardo la Venice Session sulla pagina Facebook.

Una Cosa Nòva

dottavi —  29 April 2010 — 1 Comment

Su Nòva 24, inserto su innovazione, ricerca e creatività de Il Sole 24 Ore, oggi c’è un mio pezzo su Michael Meyer, CEO di Adaptive Path. E’ il report dell’incontro / discussione / intervista avvenuto durante il Salone del Mobile grazie a BAIA Network, che ha generato delle occasioni d’incontro per Meyer in Italia. Adaptive Path è famosa per il design digitale – nella loro pagina dei clienti molte startup web, oltre a nomi di spicco nell’online – ma la sua peculiarità è un più ampio approccio a Experience Design and Strategy. Per questo abbiamo parlato anche di organizzazione, oltre che di prodotti… ma per saperne di più dovrete fare un salto in edicola.

Non è l’unica Nòvità, su questo numero. Per vie del tutto parallele e inaspettate, il giornalista Andrea Nelson Mauro (che non conosciamo) ha contattato Nicola Junior Vitto, mio socio in Blomming, per un’articolo / intervista sulla nostra iniziativa. Ne è uscito con un bellissimo e lungo pezzo che ci ha strabiliati. Ha colto lo spirito e ci ha dato una spinta ancora più forte per mantenere la deadline di metà maggio per uscire con l’alpha. Ne ho parlato sul magazine del sito.

Last.fm Sticksel
[E' successo a gennaio, per diversi motivi, di avere l'occasione di parlare con Martin Sticksel, uno dei tre fondatori di Last.fm. Purtroppo più di 700 battute non sono mai riuscito a pubblicare sui media italiani, pur avendo proposto l'intervista a diverse testate, né mi è più riuscito di farne la stesura definitiva. Ma alla fine, stimolato dalla notizia dell'acquisizione da parte di CBS per 280 milioni di dollari (BBC, TechCrunch), ho finalmente trovato il modo. Sinceramente sono davvero contento per loro, anche se appena un po' dispiaciuto perché l'Europa perde uno dei suoi pochissimi campioni del 2.0. Ma ciò che è più interessante è quanto dice lui. Le affermazioni che ha fatto sui DRM, per esempio, sono state di qualche tempo precedenti a quelle simili di Steve Jobs. E l'iPod? Un "glorified Walkman". Grande. Insomma, vale davvero la pena di leggerla... (anche se è in inglese) -ad]

Last.fm sounds familiar

With a domain name registered in the Federation of Micronesia, Last.fm is way less exotic of what you can think. Just listen to your favourite music, with the computer or the iPod, and it will soon become very familiar. The system records your music preferences and taste, compares them to the ones of your friends, and suggests you new songs and musicians that are similar to the ones you like. Soon you’ll have your personalized radio station, with a mix of known and new music. That’s why it is obviously the last FM station you need to tune in.

In this interview, recorded on jan, 25th 2007, the co-founder Martin Stiksel tells the story.

What is Last.fm, and how did it begin?

Last.fm is a free web radio with a music recommendation system, social and community driven. We met in 2003 here in London, that is a very good place for music, because many trends pass through or start here. Two of us were musician and we were producing music, but we recognized that it was better to work on the “recommendation” concept. The idea was to re-create what happens when you compare your disc collection with a friend of yours. You usually discover new music that you know you’ll like. That is what now happens with Last.fm.

How did you start?

We did all on our own. In the beginning nobody wanted to give us any money, and we grow up in extreme poverty, but it helped us to stay focused on what to do. Anyway, now we have investors.

How do you make money?

We have three revenue streams: subscriptions, 3 Euro a month for some extra features, revenue share on tickets, downloads and CDs, and advertising.

What is Last.fm now?

Now we have 15 millions of active unique users every month [on jan, 2007. Actual data as communicated from Last.fm at june, 2007, says 20 million users, ndr]. Top country are US, UK, Germany, Poland, Finland, Brasil, Japan. We have more than 25.000 different record labels, and even more musicians, that publish their music on the site. Actually on Last.fm more than 500 million songs a month are listened, and the collection of all this data is the best resource for creating similarities.

You call it the “social music revolution”. Why?

In our system everybody is a DJ and a producer. It turns things around, “on its head”. The way we’ve built the system is how real life is, because the best way to discover new music is asking to friends. Last.fm automates this process on a massive scale.

What do people do on the site?

We give people a number of things: personal pages, music recommendation, “neighbours” and friends that listen to similar music, etc. Now we started recommending concerts, because knowing your preferences we can also say which band you can like.

Do you think that free-to-user services like Last.fm will contrast piracy?

This is true for any media. The model has always been based on free content with advertisement. Basically, this is not a new business model for media. But we are exploring new ways to sell regular music, and music labels are starting to understand. iTunes has demonstrated that if you make very easy for customers to buy digital music, they do. But the DRM concept is very bad, for industry and consumers, because they are unsure if the song will play or will not. But music labels now realize that there must be other ways to do digital business.

Mobile phones: any ideas?

This is definitely on our roadmap. The industry is not ready, but it will happen. Remember the Walkman? We’ll see a similar phenomenon with mobile phones.

Zune or iPod?

I’m not sure if Zune can also access the Net to share, or if it can share music only with other Zune users. Anyway, also the iPod is just a glorified Walkman. They both lack of communication functions. Music is a great fit on a mobile phone. Mobile music will be the next big thing.

What do you think of the Web 2.0 movement?

Web 2.0 is a good thing. The Internet started as a yellow page, and it was very boring. Now we are using the Internet for what the Internet is good to, as an operating system with applications, so users can take part and participate.

Perspectives?

In the next time we are going to see the complete potential of the computer as an entertainment device. I’m very curious. And Last.fm will be there.

Vedi anche: Last.fm, A pagamento ma non per tutti.

Addendum: Ho ritrovato due interessanti articoli di BBC News su questo argomento:

Network News – Oggigiorno, gli operatori di telefonia mobile offrono l’e-mail. Chi si occupa di reti aziendali, invece, la voce. Un paradosso solo apparente. L’industria delle telecomunicazioni e quella dell’Information Technology hanno ormai oltrepassato il punto di “convergenza”, e stanno semplicemente rinnovando e ampliando la loro offerta. Al centro di tutto, questa volta, i contenuti: informazioni, immagini e video, a volte anche giochi. Ma anche se sembra “semplice” intrattenimento, non si tratta altro che di applicazioni, e come tali presentano, come sempre, vecchi problemi per nuove soluzioni – o viceversa.

Abbiamo discusso delle prospettive della nuova “elaborazione mobile” con Marco Zamperini, direttore Ricerca & Sviluppo degli Etnoteam Labs, la struttura che all’interno di Etnoteam si occupa di mettere alla prova e consolidare le nuove tecnologie hardware e software.

La riflessione è partita dalle possibilità offerte dai dispositivi mobili, che Zamperini sfodera con un sorriso sornione da prestigiatore: mentre controlla la mail sul portatile e la Intranet dal desktop, sul palmare GPRS consulta informazioni che una sua applicazione gli invia in modalità “push”, cioè aggiornandosi automaticamente senza la necessità di perder tempo in ricerche. Ma è il video riprodotto dal telefonino che gli dà maggior motivo d’orgoglio. Esperimenti ed esempi utili per cercare di capire cosa si potrà fare in un futuro piuttosto vicino, mentre si completa l’evoluzione delle reti e si iniziano a rendere sempre più “mobili” le applicazioni aziendali.

Alla domanda su quali siano dunque le prospettive e i futuri utilizzi di Mobility e Wireless, però, Zamperini si fa serio e dà una risposta da “duro” informatico. Non è la telefonia cellulare ad aver reso possibile la mobilità, bensì la diffusione di Internet, in tutte le sue forme. È la disponibilità distribuita di “accesso a delle risorse in rete”, che permette di virtualizzare l’ufficio quando si è in viaggio, o di estendere le applicazioni esistenti, o di immaginarne di nuove. Viene da aggiungere che, in effetti, il resto è infrastruttura: cavi, Wi-Fi, reti GPRS, EDGE o 3G. Tutte molto diverse tra loro, con difficoltà tecniche da affrontare e superare, ma, in un certo senso, ininfluenti se non per la loro capacità di abilitare certe applicazioni piuttosto che altre.

È quindi da questo punto di vista che si fanno evolvere in mobilità le applicazioni d’oggi, e che si scelgono i sistemi di sviluppo. Gli Etnoteam Labs, pur lavorando molto anche su Linux e collaborando con la comunità open source, hanno scelto in maniera piuttosto netta Visual Studio .NET di Microsoft, che permette una facile collaborazione tra Pocket PC e Windows Mobile 2003 per cellulari: “è [una piattaforma] supportata, funziona, è veloce, e il porting delle applicazioni [da palmare a cellulare] è rapido”, e cita il caso di Wireless Arena, una applicazione da loro sviluppata nel 2000 su base Windows CE per reti Wi-Fi, portata su un cellulare con Windows Mobile 2003 e rete GPRS .

Ma è vero le reti mobili non sono importanti? Certo che no. Ciò che la telefonia mobile ha realizzato è la reperibilità, tramite la virtualizzazione del numero di telefono. “Oggi non chiamo più un luogo [la casa o l'ufficio], ma una persona”. Incrociando questi due momenti si giunge quindi a un altro fronte di sviluppo: Internet in movimento. Ovvero la copertura di ciò che oggi è ancora un momento di “buio”, cioè di mancato collegamento alla rete. In quest’ottica si capiscono dunque meglio le attuali iniziative per portare Internet sui trasporti: treni, autobus e aerei in primis.

In altri termini, ogni contesto e ogni necessità può avere una sua risposta. I telefoni di oggi, o meglio gli Smartphone, sono minuscoli computer, con capacità di calcolo comparabile a un Pentium II. Sono oggetti complementari ad altri di più comune utilizzo, quali palmari, tablet e notebook, e integrabili nell’architettura. La scelta, come sempre, dipende da criteri e casi d’uso e applicativi. Per esempio applicazioni di Sales Force o Field Automation, con importanti esigenze di gestione dati, potranno più facilmente preferire il tablet pc. Mentre i palmari, oggi in grado di sostituire il notebook per applicazioni più “leggere”, soddisfano meglio le esigenze di mobilità.

In sintesi, dunque, gli Etnoteam Labs vedono cellulari e palmari come piattaforme di elaborazione mobile, piccoli computer che iniziano ad avere una interessante capacità elaborativa. L’approccio tipico di chi da vent’anni crea e integra sistemi e applicazioni in aziende dalle più varie dimensioni. Il futuro, dunque, non è forse così diverso da oggi.

Ho avuto modo di incontrare Ernesto Hofmann di IBM. Il suo ruolo ufficiale è "senior consultant". Questa formula dice molto proprio perché non dice gran ché: Hofmann ha infatti visto quasi tutto della storia IBM degli ultimi trent’anni – anzi, di più, essendo entrato in IBM nel 1968. Il che significa anche aver visto quasi tutto della storia dell’informatica, soprattutto italiana.

Il professor Hofmann però non ha esaurito la sua carriera tecnica rimanendo legato a una qualsiasi fase della storia dell’informatica. Al contrario, ricopre ormai da anni, per IBM e per l’Università Bocconi, il ruolo di ricercatore e "visionario" su quelli che saranno gli sviluppi futuri. E’ stato proprio questo l’argomento principale dell’incontro: gli scenari prossimi venturi dell’E-Business on demand. Ma non si è potuto evitare un piacevole excursus su come si è arrivati a ciò. E’ quel che vi presentiamo in queste righe. Potrete trovare la seconda parte dell’intervista nella nostra monografia sull’E-Business in uscita tra breve.

ZDNet Italia: Professor Hofmann, leggenda vuole che lei abbia installato il primo sistema operativo in Italia
Ernesto Hofmann: Non è così. Ho installato il primo MVS [il sistema operativo dei mainframe, n.d.r.] nella primavera del 1975. Lo confesso per la prima volta: mi avevano proposto di diventare capo, ma non apprezzavo la proposta. Non pensavo che quella carriera mi fosse confacente, preferivo tornare a essere un tecnico serio. Ma siccome in ufficio non mi permettevano di studiare, lo facevo nei weekend. Così, senza corsi e con il solo manuale, mi sono messo lì con la prima versione di MVS il sabato, e la sera del lunedì di Pasquetta girava. Male, ma girava.

ZD: Quali sono state le evoluzioni successive?
EH: Tra la fine del ’75 e l’inizio del ’76 il sistema, con le nuove versioni, ha iniziato a prendere piede. A ottobre del ’75 si è entrati in produzione con il transaction processing [gestione in tempo reale della trasmissione dei dati]. Allora nascevano le prime importanti applicazioni per il mondo bancario, e l’implementazione dei sistemi era relativamente semplice: non si faceva altro che aggiungere terminali. Nel ’77/’78 c’è stato l’attacco Digital, con i Vax: i primi sistemi dipartimentali. Macchine più piccole e di minor costo, che rappresentavano una concorrenza agguerrita per i costosi sistemi centrali di IBM. Poi vi furono le alternative ai mainframe IBM rese disponibili da Amdhal (Banca d’Italia prese un sistema di questo tipo, e altre banche la seguirono), e Hitachi. Ma intorno al 1980 IBM rispose con il primo sistema 3081D, molto avanzato e che ebbe notevole successo. Sarebbe diventato il 3090.

Intorno al 1982/’83 si profilò l’avvento del pc, ma ancora nell’84 erano sistemi periferici che sostituivano i terminali. Il vero attacco del pc è stato con l’arrivo di Santa Cruz Operation, la SCO, che è stata la prima a installare piccole reti locali gestite da un pc ben carrozzato e con il loro sistema operativo. Costavano poco, funzionavano, e anche se presentavano problemi di gestione presero piede, soprattutto presso la piccola impresa italiana. Presso questi clienti IBM aveva una buona presenza con i sistemi 36, ma la novità arrivò nell’88 con la presentazione della piattaforma AS/400, un evento storico. Alla presentazione vi erano 114 giornalisti, una cosa mai vista prima in questo settore. I dolori iniziarono a fine anni ’80, inizio anni ’90, con la diffusione vera dei pc e la battaglia dei sistemi operativi client [Windows 3.0 è stato introdotto nel 1990, n.d.r.]. In quel periodo il top management IBM non è stato in grado di interpretare correttamente l’evoluzione del mercato. Ci furono alcuni anni di sbandamento, che portarono alla crisi del 92/93.

ZD: Quali sono stati gli elementi fondamentali della trasformazione dall’informatica di quei tempi all’attuale?
EH: Il vero problema secondo me è stato il crollo del costo dei MIPS [million instruction per second, unità di misura fondamentale della capacità di calcolo]. In quegli anni un MIPS costava 150.000 dollari, non qualche centinaio. Il margine di profitto era altissimo, per cui i sistemi potevano essere tenuti in perfetta efficienza. I grandi sistemi avevano margini di guadagno spaventosi, come gli aerei Boeing, perché non erano delle commodity.

L’attenzione quindi si è spostata sul software, molto più complesso dell’hardware e con un maggior valore aggiunto. Oggi è il software il vero problema. Negli Stati Uniti stimano che l’insufficiente disponibilità di competenze nello sviluppo software possa causare un danno potenziale nei prossimi anni pari a un 2/5% del PIL americano. Mancano un milione e mezzo, due milioni di persone, e per l’Europa è molto peggio. Per l’Italia mancano 2/300.000 programmatori l’anno.

ZD: Le architetture standard e modulari di sviluppo software, come per esempio i Web Service, non dovrebbero alleviare questo problema?
EH: Non sono sufficienti. Sono utili per gestire l’eterogeneità, ma non sufficienti per gestire software distribuito. Credo che in questi anni si sia commesso un grande errore di fondo, quello di credere alla riutilizzabilità del software. Non è reale. E’ quasi impossibile scrivere software riusabile, perché la documentazione è talmente difficile, sia da stendere sia da interpretare, che si vanifica lo sforzo. Certo, alcune routine possono essere standardizzate, ma i programmi principali, per esempio per gestire i conti correnti, non possono essere standard.

Si possono creare procedure standard per leggere, per esempio, gli andamenti di borsa delle maggiori banche. Un certo fornitore dei contenuti può esporre il proprio codice, con UDDI lo intercetti e con SOAP lo agganci. Ma la gestione dei processi interni di un’azienda richiede una modellistica su misura. Non può esserci un sistema di gestione dei conti correnti uguale per tutte le banche, altrimenti non si percepirebbe la differenza di valore tra un’azienda e l’altra. Si cambia modello di business perché si usa un algoritmo particolare, e si elabora un algoritmo particolare perché si deve cambiare modello di business.

ZD: Quindi qual è la posizione IBM negli scenari dell’informatica distribuita "modello Internet"?
EH: La posizione IBM è di scrivere "colla", "colla", "colla".

ZD: "Colla"?
EH: Middleware, ovvero strati di traduzione da un sistema all’altro, da una architettura all’altra, da un software all’altro. Nel tempo si sono sviluppati modi per comunicare tra sistemi diversi: pc, Unix, AS/400, eccetera. Con il problema di creare strati di interpretazione ("colla") tra i programmi sviluppati sulle diverse piattaforme. Tra pc e pc, pc e server, e anche tra server e server, cioè i cosiddetti ambienti distribuiti.

Poi è arrivato Internet che aveva un approccio completamente diverso. Usiamo un protocollo comune per i dati, HTTP, e uno per i documenti, HTML. Oggi un sistema, una applicazione, deve essere in grado di gestire l’interfaccia verso Internet, poi i messaggi e i dati vengono interpretati. Altra colla. Quindi il middleware che si sta sviluppando diventa sempre più complesso e flessibile. Si è passati dall’informatica centralizzata al peer-to-peer al client/server all’Internet prima fase all’Internet seconda fase.

ZD: Cosa intende con Internet seconda fase?
EH: Io credo che il [futuro] modello Internet sia a distribuzione applicativa. L’infrastruttura può diventare "trasparente" e può trasferire ogni tipo di informazione, ma può anche evitare di farlo. Quindi si possono far eseguire programmi a computer remoti, limitandosi a trasferire i dati di risultato. E’ l’approccio del Grid Computing.

IBM ha sposato questo approccio, e ha iniziato a scrivere colla in questo senso. Cioè a cercare di realizzare architetture per fornire capacità di calcolo a qualsiasi chiamata applicativa, dovunque siano codice da eseguire e computer a cui fornire la risposta. Il modello è: un computer chiede, per esempio, un’applicazione di data mining, su un suo insieme di dati. Quindi gli serve un software di data mining e un database temporaneo dove elaborare i risultati. Il sistema verifica e risponde: sì, posso fornire lo strumento software, che gira su una certa macchina, e il database per i risultati, che risiede su un’altra macchina. Per chi ha effettuato la richiesta tutto ciò è trasparente, ottiene solo i risultati. Facile a raccontarsi, ma ci vogliono anni per realizzarlo.

 

How fun. I’ve forgotten this old interview I made to Marcus J. Ranum, aka "The father of firewall". It’s been published six years ago from now on Silicom.com. I copy the text here.

Marcus J Ranum is one of the most famous engineers to ever turn his attention to IT security. He is known as the creator of the firewall and has authored – among other things – DEC SEAL, TIS Gauntlet and the TIS Internet Firewall Toolkit. In this exclusive email interview, ahead of the InfoSecurity 2003 show in Milan, he talks about Microsoft, hackers and the whether users have learnt any lessons…

What is the future of security? What challenges we will have to face? Do you foresee radical changes in the architecture of security systems?
I think computer security is a very new field, really – and it’s one we don’t appear to understand very well. Unlike engineering sciences where we have learned how to construct solid systems with plenty of overhead and conservative design, we haven’t figured out how to cope with the inherent complexity of software.

For example, Microsoft used to brag that Windows was 50+ million lines of code. That makes Windows one of the most complicated things people have ever built. Why do we expect flawless security out of such a system? So the future will go one of three paths: – A return to simpler systems (unlikely but to me the most technically feasible) – Some kind of means of managing all the complexity (hard to accomplish and will require new things we haven’t invented yet) – The situation will remain the same.

How will the integration between different security systems and products go? Will we continue to have separate components or will everything work together?
Everything _SHOULD_ be integrated but it probably won’t. Right now the way people think about integrating a system is to buy a firewall from over here, an IDS from there, a VPN from here and glue them together to make them work. To do it right, we’d need a completely seamless integration – right now the only company that even appears to know how to do that kind of thing is Microsoft. But even Microsoft’s integration hides lots of ugly little coding stuff behind the nice seamless interface.

To do it right someone would need to start a new company to build a firewall/IDS/VPN/host IDS/host integrity checker/anti-virus system/encryption system/ and secure web server from scratch – all designed to work together under a common management interface. THAT is hard, and it’d take a lot of money.

On top of that, customers already have installed systems they’d be reluctant to just take out and replace. So I don’t think that a completely integrated security system will happen unless it’s so compelling customers will be willing to throw away their existing investments in software. I don’t see that happening any time soon, do you?

Many vendors say a firewall is not enough. What future developments do you foresee with this kind of product?
Have you noticed that usually the vendors saying "a firewall is not enough" are selling you something that goes on in addition to your firewall? It’s a funny coincidence, no? ;) What’s sad to me is that firewalls could _ALMOST_ be enough except that the vision of firewall designers ended with ‘fast packet inspection’ and never went further. The only reason we have an intrusion detection product market at all is because the firewall vendors were too busy selling firewalls to think to add intrusion detection abilities to them. And they were too afraid of slowing their products down and losing customers in benchmarks. Firewalls have embraced doing VPNs pretty effectively. Why they aren’t doing content scanning, anti-virus, intrusion detection and honeypots is really a mystery to me.

How do you think future developments in operating systems will affect security problems? Do you see a prevalence of Windows or Linux or traditional Unix for security systems?
I don’t think operating systems make much difference. Both Windows and Unix have powerful abilities to enforce security restrictions on applications. But everyone leaves them turned off or application writers don’t take advantage of them – or actually require them to be disabled. So I don’t think operating systems will make much difference as long as you get ‘turn off your anti-virus product while installing this program’ is the norm.

How much did 11 September influence security issues and technologies?
Not much, really. There has been a lot of hype but very little actual change.

What do you think of the ethical hacker community?
There’s no such thing as an ‘ethical hacker’ – that’s like saying ‘ethical rapist’ – it’s a contradiction in terms. The situation is that in the late 1990s a lot of the hackers realised that they could cash in and make big $$$ by using their skills for legitimate purposes. That’s basically a scam, because there have always been legitimate security practitioners that were as skilled (usually more skilled) than the hackers. But the hackers did a good job of trading off of their underground chic and made a ton of money. It’s really just marketing. I can’t blame someone for wanting to cash in and I guess it’s better to have these guys working honest jobs than out causing trouble. What bugs me are the ‘ethical hackers’ that are working as ‘security practitioners’ and who are _STILL_ out there writing and distributing hacking tools and actually helping cause the problem they are making money trying to prevent. That’s just unethical.

Is there a particular project you are working on now?
These days I am working as a consultant on a number of important and interesting projects, and am also getting interested in security log analysis. I’ve just updated a website on log analysis (http://www.loganalysis.org) and have been writing tools for forensic log processing. It’s an interesting project because sometimes you’re dealing with large amounts of data and need to process them very rapidly. Trying to find a single possible attack in 422 million log records (a real project I was just working on) is a challenge at many levels. It keeps my life from getting boring. :)

Marcus J Ranum was interviewed by Alberto D’Ottavi, editor-in-chief ZDNet Italia. Ranum will be giving a keynote speech entitled ’15 years in the computer security industry’ at InfoSecurity 2003, to be held in Milan, 12-14 February.

Alberto D’Ottavi – 23 gennaio 2002 – Intervista raccolta per ZDNet

A colloquio con il "paladino" della difesa della privacy. Per discutere le implicazioni tecniche, sociali e politiche del software di crittografia

Philip Zimmermann, 47 anni, è già un mito dell’informatica. E’ stato l’inventore del famoso PGP, uno strumento per cifrare e firmare i messaggi di posta elettronica, che le rende inaccessibili anche a governi e servizi segreti. Ha affrontato durante gli anni ’90 una lunga causa legale contro il Governo degli Stati Uniti che lo accusava di aver messo a disposizione del pubblico, e di potenziali nemici, un sistema così temibile. L’accusa era infatti di esportazione illegittima di armi. Quel che Zimmermann ha fatto, invece, è stato di rilasciare nel pubblico dominio non solo il suo software, Pretty Good Privacy, ma anche il codice sorgente del programma, per permettere a chiunque di proteggere la propria privacy. Come anticipato, ecco il testo completo dell’intervista.

ZD: Quando hai scritto la prima versione di PGP, immaginavi che sarebbero sorte delle polemiche? 

PZ: Immaginavo che sarebbe cambiato qualcosa, ma non prevedevo che ci sarebbe stato questo tipo di clamore politico. Pensavo che sarebbe stato semplicemente un software utile, ma non pensavo che avrebbe causato il genere di scompiglio che l’industria ha affrontato negli anni ’90 con la crittografia.

ZD: Quando hai pubblicato PGP eri consapevole che il mondo virtuale aveva confini diversi da quelli del mondo reale, o hai scoperto solo dopo che potevi essere accusato di esportazione illecita?

PZ: Sapevo che PGP si sarebbe diffuso ovunque, perché Internet è ovunque. Ma durante i tre anni di indagini, i miei avvocati hanno insistito sul fatto che non dovevo ammettere di volere che PGP uscisse dagli Stati Uniti. Ho dovuto fare molta attenzione, parlando in pubblico, e ribadire che PGP era destinato soltanto a un utilizzo interno (agli Stati Uniti). La realtà è che i diritti umani sono uno dei motivi principali per cui ho sviluppato PGP. Volevo che chi si occupa di diritti umani nel mondo potesse utilizzarlo. Naturalmente non potevo ammettere questo durante le indagini, perché una parte importante dell’accusa si basava sulle mie motivazioni. Se avessi ammesso che volevo che fosse esportato avrebbero avuto un capo d’accusa valido. Per questo non ne ho parlato fino alla fine delle indagini. Ora è troppo tardi e non possono più farci nulla, sono passati troppi anni e posso dire ciò che voglio. Posso ribadire che ho sviluppato PGP perché fosse applicato a vantaggio dei diritti civili.

ZD: Cosa provi pensando che il software che tu hai sviluppato può essere utilizzato con intenzioni opposte alle motivazioni che ti hanno spinto originariamente?

PZ: Non è possibile rendere questa tecnologia disponibile per tutti senza correre il rischio che la utilizzino anche dei criminali. Ci ho pensato molto. Questo è stato un punto centrale nel dibattito negli anni ’90: molti esperti di crittografia hanno pensato a un modo per rendere questa tecnologia disponibile solo per le brave persone, e non per i malintenzionati, ma nessuno è riuscito a trovare una soluzione.

ZD: Come il telefono

PZ: Sì. Per esempio: dopo l’11 settembre sono state avanzate ipotesi sul fatto che i terroristi possano avere utilizzato un sistema GPS. Non credo che ci siano prove che l’abbiano fatto, sono solo ipotesi. Beh, se l’hanno fatto, hanno applicato la tecnologia direttamente per uccidere delle persone. Sapete bene che è difficile pilotare un aereo. E’ difficile perfino pilotarlo fino all’aeroporto, figuriamoci dirigerlo contro il World Trade Center. Non si tratta di un corridoio di volo normale, sarebbe utile avere un GPS. Questa è un’ipotesi che ho letto in un articolo, a quel tempo. I GPS non se li costruiscono certo da soli. Ma tutti noi allora? [Non si può impedire la diffusione dei sistemi GPS, perché] tutti noi traiamo vantaggi da questa tecnologia.

ZD: PGP si è diffuso velocemente in tutto il mondo. Da un punto di vista economico si può dire che è stato un prodotto che ha soddisfatto una richiesta. Quale?

PZ: Non avevo alcuna indagine di mercato per sapere se sarebbe stato un prodotto di successo o no. Avevo solo il mio istinto politico. E questo istinto mi diceva che la società sarebbe stata trasformata da tutte queste tecnologie, le tecnologie per le comunicazioni e i computer. Avremmo perso la nostra privacy se non avessimo fatto nulla per bloccarne gli eccessi. Passando al mondo digitale abbiamo perso la privacy, che è rimasta nel mondo analogico. Io volevo conservare questa privacy, questo è il motivo per cui è nato PGP. E’ una contromisura contro la mancanza di privacy creata dall’era dell’informatica.

ZD: PGP può essere utilizzato come protezione contro Echelon?

PZ: Si è scritto molto riguardo a Echelon. E’ buffo che tutti si siano dimostrati così interessati a Echelon, perché la NSA ascoltava già le comunicazioni elettroniche in Europa da anni, prima che [il sistema] si chiamasse Echelon. Non è certo una novità. Comunque ritengo che ora la NSA sia soprattutto impegnata a cercare i membri di Al Qaeda, perciò non dobbiamo preoccuparci troppo per l’attenzione che prestano alle [nostre] comunicazioni: sono tutti concentrati su Al Qaeda.

ZD: Ti sei sempre dichiarato contrario al key escrow, un sistema per forzare l’apertura dei messaggi cifrati con la chiave di un utente. In ambito aziendale però può essere pericoloso correre il rischio di perdere alcuni dati perché un dipendente ha volontariamente o involontariamente perso la passprhase. Non pensi che in alcuni casi possa essere utile avere funzionalità di key escrow?

PZ: Questo è appunto il motivo per cui ho sviluppato la decryption key secondaria in PGP. [Ora in PGP c'è un meccanismo in cui il possessore della chiave di cifratura primaria può aggiungerne una secondaria. Così il messaggio può essere decifrato con due diverse chiavi. In questo modo, per esempio, se chi possiede la chiave primaria è in vacanza, l'azienda per cui lavora può decifrare il messaggio con la seconda chiave.] Il mondo degli affari ha priorità differenti da quelle degli utenti finali. Se si scrive una lettera d’amore, solo il destinatario dev’essere in grado di decifrarla, ma se si scrive a un corrispondente d’affari, la lettera riguarda una istituzione "terza", perciò è nell’interesse dell’autore che ci sia una possibilità ulteriore di decifrare il messaggio.

ZD: Quali sono i nuovi rischi per la libertà degli individui che l’evoluzione tecnologica porta con sé?

PZ: Non solo le comunicazioni digitali rappresentano un rischio per la privacy, ma anche l’uso esteso delle tecnologie di sorveglianza. Per esempio le videocamere. Soprattutto in Gran Bretagna, tutti sanno che ci sono milioni di videocamere. Sicuramente avrete sentito parlare del software di riconoscimento dei volti, applicato negli Stati Uniti l’anno scorso, al Superbowl. Con videocamere a tutti gli angoli delle strade, in tutti i posti pubblici, e con un software di riconoscimento dei volti, diventa possibile seguire i movimenti di tutte le persone, mentre camminano per la strada, identificare ogni singola persona e controllare i suoi spostamenti per tutto il giorno. E questo futuro, che ricorda Orwell [il romanzo "1984" dove tutti i cittadini erano controllati dal Grande Fratello], non è certo nel nostro interesse. Dovremmo cercare di limitare la diffusione delle tecnologie di sorveglianza. Non dobbiamo permettere che la paura del terrorismo ci faccia precipitare in un mondo orwelliano.

ZD: In molti luoghi, negli Stati Uniti, si usa non chiudere a chiave le abitazioni o le auto, perché il rispetto della proprietà è tenuto in alta considerazione. Pero’ suggerisci di cifrare i messaggi di posta. Non c’è contraddizione?

PZ: Anche negli Stati Uniti, nelle città, chiudiamo a chiave la porta di casa. Nelle aree rurali la lasciamo aperta. Dipende da dove ci troviamo. Nelle aree urbane vi sono molti estranei. Perciò tendiamo a essere più protettivi. In Internet, dal momento che è possibile agire in modo anonimo, quasi completamente anonimo, ci può essere un incoraggiamento ad agire in modo anti-sociale, come succede nelle grandi città. Perciò ritengo che sia necessario proteggerci su Internet. Abbiamo bisogno di cifrare le e-mail, abbiamo bisogno di firewall, abbiamo bisogni di virtual private network, abbiamo bisogno di sistemi di intrusion detection. Internet è come una grande città, in cui si incontrano persone che non si ritroveranno mai più in futuro e per questo si comportano come succede nel mondo reale, quando si sa che non ci si incontrerà mai più. La gente fa cose che non farebbe, se pensasse di incontrarti di nuovo. Per fare un paragone con la teoria di gioco, è come la differenza fra il Dilemma del Prigioniero e il dilemma del prigioniero prolungato. La gente gioca in modo diverso quando si tratta di un solo round, rispetto a quando gioca più volte con le stesse persone.

ZD: Ritieni che la crittografia sarà importante anche per le comunicazioni wireless?

PZ: Nel mondo wireless è fondamentale utilizzare sistemi cifrati, soprattutto per le comunicazioni. Perché, diversamente dalle comunicazioni via cavo, quelle wireless vengono trasmesse via radio. Ogni piccolo dispositivo wireless è come una piccola stazione radio portatile. Tutti possono ascoltare. Per mantenere la privacy è necessario cifrare le trasmissioni. E’ urgente applicare le tecnologie di crittografia al mondo wireless.

Abbiamo infine chiesto a Zimmermann se ci fosse un personaggio storico che lo avesso ispirato, o che lui ammirasse in modo particolare. Noi abbiamo suggerito una similitudine con Galileo Galilei. Come Galileo, ha preso una tecnologia esistente e ne ha sviluppato le potenzialità: Galileo ha utilizzato le lenti inventate dagli Olandesi, Zimmermann gli algoritmi crittografici. Come Galileo, così Zimmermann è andato contro alcuni moderni poteri (contrastando la facilità con cui gli enti investigativi potevano intercettare le comunicazioni su Internet). Il finale è differente: Galileo ha dovuto abiurare, altrimenti rischiava la vita. Zimmermann vivendo in un paese libero e democratico ha rischiato di finire in prigione per qualche anno e pagare una multa.

ZD: C’è qualche personaggio storico famoso che ti ha ispirato o che ammiri in particolare?

PZ: Negli anni ’80 sono stato un attivista del Peace Movement negli Stati Uniti. Una persona che mi ha ispirato in modo particolare è stato Daniel Elsberg. Ha pubblicato alcuni documenti riservati sulla guerra del Vietnam, durante la guerra. Questi documenti sono noti come Pentagon Papers. Li ha pubblicati con l’intento di mettere fine alla guerra del Vietnam. E’ stato incriminato per questo. Ha affrontato il rischio di passare molti anni in prigione, il resto della sua vita. Ma ha vinto la battaglia legale e non è stato incarcerato. Ritengo questo un comportamento da prendere a modello. Ha affrontato un rischio enorme, era pericoloso, ma ha pubblicato i documenti, e, in qualche modo, ha contribuito a mettere fine alla guerra del Vietnam. Non credo che la pubblicazione di questi documenti abbia avuto un’influenza diretta sulla fine della guerra, ma ha contribuito a creare le condizioni politiche che, alla fine, hanno portato alla conclusione della guerra. Se devo individuare un fatto che mi ha spinto a pubblicare PGP, per certi versi questo è stato l’episodio importante.

A questo punto l’intervista vera e propria si è conclusa, ma si è continuato a discorrere delle implicazioni non solo tecnologiche legate alla protezione della privacy. Si è quindi inevitabilmente accennato ai fatti dell’11 settembre. Zimmermann ha più volte espresso la sua convinzione sulla necessità di perseguire il terrorismo. La sua posizione è però che "non bisogna gettare il bambino con l’acqua sporca": la lotta al terrorismo non deve mettere in discussione alcune conquiste democratiche fatte dai cittadini (non solo americani) negli anni scorsi, tra cui la protezione della privacy. L’esempio di Elsberg è chiarificatore: con le sue rivelazioni Elsberg ha fornito ai cittadini americani strumenti di giudizio e valutazione che altri volevano tenere nascosti, e così facendo ha forse contribuito alla fine della guerra stessa. Come ha fatto Zimmermann con PGP: ha fornito al popolo della Rete uno strumento per proteggersi.

Philip Zimmermann può essere raggiunto sul suo sito: http://www.philzimmermann.com