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Qualche tempo fa è stato ritrovato, digitalizzato e pubblicato il nastro di una lunga lezione di Marshall McLuhan, probabilmente di metà anni ’70. Un’impressione sentirne la voce. E fantastico come lui parli sempre di Technology, alfabeto compreso. Ma intrigante anche scoprire che era dotato di sense of humor:

“Mom I don’t want to go to school today. Give me two reasons I should go”. “Well the first reason is that you are 43 years old. The second is that you are the principal”.

In realtà subito dopo racconta una barzelletta russa, con relativo spiazzamento di valori, semantiche, interpretazioni. Chiaramente una scusa per ragionare sul linguaggio, che è poi il fulcro centrale del pensiero di McLuhan. Espresso sempre con la sua peculiare capacità di mettere insieme metafore molto lontane con osservazioni pratiche, tecniche, come quelle relative alla biologia del cervello di cui parla poco dopo questa affermazione:

Most of the media today are electronic. And at the speed of light, or at electric speed, they tend to create mythic forms in all our institutions. At very high speed, ordinary events tends to acquire a mythic dimension. Because myths are results of the compression of a long process of development reduced, at a very short form.

E cos’è questo effetto se non la riduzione progressiva del contenuto attraverso cui i media sono passati tra la fine del ’900 e oggi? Non è forse proprio ciò che è successo negli ultimi quarant’anni a televisione e stampa? Potenza delle metafore di McLuhan: dopo tanto tempo siamo ancora in grado di trovare illuminazioni sulla nostra attualità nelle sue parole, che allora sembrava oscure. Quando si dice “visionario”.

Marshall McLuhan. A lesson from the past

Da Star Larvae, via Weinberger.

“We don’t know the end, not even close”, afferma al minuto 5:40 David Weinberger quando gli chiedo cosa succederà “Alla fine”. Non abbiamo idea di cosa succederà, ma già nel luglio del 2008, quando abbiamo registrato questo video, aveva idee molto chiare sulle direzioni in cui stiamo andando. O, meglio, in cui si potrebbe andare. Occasione per l’intervista è stato il Mobile Social Networking Summit di cui si trova report in questa pagina. L’incontro era sponsorizzato Blinko che oggi è diventato PeopleSound, mobile social network di Buongiorno.com. Il video con l’intervista a David è qua sotto.

“Fare predizioni è difficile”, diceva Niels Bohr, “soprattutto se si tratta del futuro”. E della tecnologia, e dei media – pron. mìdia, anch’io – e di tutto l’ambaradan digitale che ci travolge, dice in sintesi Luca Sofri sul suo Wittgenstein. E bene ha argomentato nel suo intervento alla quarta Venice Session, di cui si possono trovare i video qui. Non è che si possa essere d’accordo o in disaccordo: quel che dice è sacrosanto, il suo stile fantastico (era la prima volta che lo vedevo dal vivo) e “Una posizione etica incontrovertibile non è banale, di questi tempi”, come dice Massarotto. Però Luca analizza uno strato che è quello del mestiere, di come si fa giornalismo. Aggiungerei quindi qualcosa, ma prima tocca fare un passo indietro, alla Tempesta Perfetta.

La pila dei giornali
In quell’occasione ho detto qualcosa tipo “Abbiate fiducia, il modello è BoingBoing”, come sintetizzato da Alberto Cottica nel commento. Beh, in effetti sì. Se sotto il mestiere guardiamo il modello vediamo già oggi esempi di informazione online che funziona: TechCrunch, di cui è essenziale guardare la pagina di statistiche e tariffe di advertising, e Mashable ed Engadged per primi, e poi Huffington Post che nel mese di settembre ha superato i visitatori unici del Washington Post (Prima Comunicazione) dopo aver ispirato Tina Brown, già editor of di Vanity Fair e The New Yorker, a fare The Daily Beast (qui), e poi ancora BoingBoing che ci ha messo cinque anni prima di guadagnare davvero con la pubblicità (qui) e che ha ispirato Neatorama e una pletora di altri.

Quel che avrei voluto dire a Venezia è che è stato curioso vedere tre generazioni di blog insieme – quella iniziale, storica, impersonata da David Weinberger (che ha fatto un intervento tecnologicamente straordinario sui metadata, ne parliamo in altro momento); quella italiana diventata pubblicamente rilevante poco dopo, e quella del Medio Oriente in atto oggi raccontata da Ahmad Humeid. E se oggi nei Paesi mediterranei a noi vicini vediamo dinamiche che ricordano fortemente quanto accaduto da noi negli ultimi anni, anche nei blog italiani vediamo modelli che iniziano (faticosamente) a funzionare, come i blog americani qualche anno fa: Blogo.it, per esempio, di cui è importante vedere le statistiche, o Blogosfere. Faticano ma funzionano.

24maggioSe c’è una cosa su cui mi permetto di dissentire con Sofri è che non si possano interpretare i movimenti di innovazione. Non è vero: basta guardarli in prospettiva. Mettendo i puntini viene fuori un disegno che ovviamente parte dalla tecnologia, che sta sotto il modello e lo definisce. E’ ora che la cultura italiana, da sempre refrattaria al tema, si arrenda all’evidenza: l’innovazione dei media parte sempre dalla tecnologia.

L’abbiamo visto  accadere con Gutemberg, la fotografia, il cinema, la CNN, etc. E’ sempre così, l’ho detto qui che lo diceva anche Clay Shirky, e lo spiega Berlin Johnson in Old Growth Media, l’ho citato qui. Mettendo i puntini viene fuori una linea che parte dalla tecnologia e si diffonde in altre industry; e che dai mercati tecnologicamente avanzati poi arriva altrove. Succede sempre. In time-shift: quel che sta succedendo da noi replica quel che è già accaduto negli Stati Uniti, crisi dei grandi giornali comprese, che da noi devono ancora scoppiare.

Prova del nove. Quant’è diverso il Corriere Della Sera del 24 maggio 1915 qui a fianco dal giornale di oggi? E quant’è diverso il giornale di oggi con gli strumenti informativi che usiamo tutti i giorni – Internet in primis ma televisione compresa? Davvero ci interroghiamo su come si possano Salvare i giornali senza un cambiamento epocale?

Pubblicità, digitalizzazione dei processi, Cavalli e Segugi
E quindi almeno per questo giornalismo, almeno per i blog, almeno a breve-medio termine non è problema di modello. Quello pubblicitario va benissimo, purché ci sia del valore che oggi, in Italia, non c’è. L’ha detto anche Sir Martin Sorrell, CEO di WPP, praticamente il boss di tutta la pubblicità del mondo: oggi la quota online del mercato pubblicitario mondiale è al 13%, mentre l’Italia è ferma al 6-7%. Vero che sulle prospettive di monetizzazione della Coda Lunga ha affermato che la quota arriverà presto al 20%, ma ha aggiunto che non vede un’uscita dal tunnel. Peggio: mi ha detto che con le varie società del gruppo specializzate in ricerche di mercato (e oltre, MillwardBrown tra queste) conducono studi continui e ancora non sanno dare una risposta. Il passaggio è “From dollars to penny”, ha detto sempre Sorrell. E per aziende editoriali che hanno presenza sia sulla carta sia online, per non parlare di quelle che controllano stampatori e distributori, vuol dire perdere valore. Ne discende che il problema è relativo a processi e modelli organizzativi.

La pubblicità si può rinnovare molto – vedi a questo proposito un bel thread di Gianluca Diegoli, o il fatto che il primo banner è comparso Solo 15 anni fa (come “solo”? E’ un’infinità di tempo!) – e dovrebbe farlo in fretta: Ma l’emergenza è palesemente sui modelli industriali dell’editoria italiana, su quelli organizzativi del lavoro giornalistico e, ovviamente, sui risvolti politici. Per esempio: nel 2007, in qualità di contribuenti, abbiamo dato 2.530.638,81 euro a Sportsman Cavalli e Corse (al punto 1 di questa pagina del Governo Italiano, trovata via Franco Abruzzo).

Non è per i cavalli, dei quali ci rincuora la buona salute. Ma è così che costruiamo il futuro dei Media?

L’altro giorno, presso Naba, si è tenuto l’evento in cui Buongiorno ha presentato Blinko, un social network pensato per l’integrazione tra web e telefoni cellulari. Ospite d’onore della giornata David Weinberger, che ha portato un contributo, ovviamente affascinante: la metafora dell’Ascensore.

Immagina di essere in un mondo in cui gli ascensori sono stati appena inventati: come avresti potuto immaginare cosa la gente ci combina? Andare su e giù è solo la funzione più ovvia. E’ ciò che accade negli spazi sociali: sono impredicibili, e innescano comportamenti imprevedibili. Un esempio è l’uso dei tag in Flickr: il numero massimo di 75 è stato presto raggiunto da un gran numero di utenti.

Altrettanto dicasi dei commenti che sono stati pubblicati su Amazon per un cavo audio da 500 dollari: quella pagina è diventata un luogo di divertimento e scherzo tra utenti che di tutto hanno discusso tranne che del cavo stesso. “Social behavious routes around predictability”, ha detto, ci gira intorno, non c’è niente da fare.

Cosa succederà, quindi, nel passaggio verso le Mobile Social Network? Il suo punto è che il cellulare ha la peculiarità di “annunciare” temporalità e spazialità. Non più quindi “Chi sono”, la principale caratteristica di presence delle SN basate su Web, ma soprattutto “Dove sono” rispetto ai miei amici, e “Cosa sto facendo”. Intrigantissimo. Speriamo di poter vedere le slide.

A proposito di presentazioni: quella che segue è invece la mia, che abbiamo tenuto a “due voci” con Fabio Mattia, studente Naba al secondo anno di Media Design, e che insieme a Lara Gianotti, primo anno di Grafica, e Rossella Scicolone, Fashion, ha svolto il progetto assegnatoci per il Nokia University Program (l’avevo anticipato qui), con la preziosa collaborazione di Luca Galli, qui in veste di docente di Metodologia del Design. Non possiamo fare disclosure del progetto vero e proprio, che è ancora al vaglio (in forma anonima) della giuria. Ma qui diamo un’idea dell’approccio che abbiamo seguito – e colgo l’occasione ancora una volta per fare i complimenti ai ragazzi per l’ottimo lavoro svolto. L’inizio della presentazione racconta per sommi capi di cosa abbiamo parlato nel corso su Web 2.0 e Media partecipativi tenuto in Naba, mentre alla fine propongo alcuni ragionamenti di prospettiva sul tema dell’Internet Mobile.

Buongiorno dovrebbe pubblicare le slide degli interventi a questo indirizzo, dove si trova anche (link in alto a destra) un video con un’intervista a David). Informazioni sui partecipanti qui. Sempre in questa pagina si trova anche il codice per partecipare alla fase beta: 11172.