Roberto Dadda mi chiama gentilmente in causa per tornare sul tema della "Definizione del Web 2.0". Sarò presuntuoso, ma io una definizione l'ho trovata, e ne ho parlato al Barcamp di Torino, quasi un anno fa. Ripubblico qua sotto le slide per comodità, anche se ormai sono ovviamente datate. La definizione è di O'Reilly, nel suo famoso paper (in inglese, in italiano), ed è questa:
"Web 2.0 is a set of trends - economic, social, and technology trends - that collectively form the basis for the next generation of Internet: a more mature, distinctive medium characterized by user participation, openness and network effect"
A questo aggiungevo quindi che "Il Web 2.0 non si può spiegare usando un unico punto di vista". Ma nonostante sia necessario un approccio aperto - per l'esattezza, sistemico - per spiegare il fenomeno, credo che la "definizione" di cui sopra corrisponda perfettamente alla definizione accademica di "definizione":
E' esplicativa: tenendo presente i tre principi (fattori socio-economici, esperienziali, tecnologici) tu puoi osservare un fenomeno (una applicazione, un evento fisico di incontro in un luogo, eccetera) e dire "Ok, questo è Web 2.0"
E' predittiva: tenendo presente le tre dimensioni del fenomeno - user-participation, openness, network effect - tu puoi immaginare nuove soluzioni, sulla base di quelle esistenti, o completamente nuove (sennò non si spiegherebbe perché il Web 2.0 ha creato il più fenomenale movimento creativo planetario degli ultimi anni)
Gli esempi che faccio sempre sono YouTube e MySpace. In estrema sintesi: il primo ha preso una tecnologia che esisteva da anni e ne ha spostato le complessità sul server, dopodiché ha aggiunto dinamiche virali per permettere la condivisione di contenuti sociali. Punto. Il secondo ha preso il concetto di "pubblicare contenuti su Internet" e, anche in questo caso, ha ribaltato l'approccio: anziché pagine piene di "contenuti" ha permesso la creazione di pagine "personali", anziché HTML l'embed.
Il fatto che un fenomeno come questo richieda di ragionare su tre (o più) assi, e che per questo sia difficile da descrivere in una geometria bidimensionale non deve stupire: come ripeto da un po', siamo nell'era della post-convergenza, e quindi bisogna cambiare le logiche.
Alberto quella che tu citi è proprio la definizione fumosa che io contesto, se volessi fare il 2.o a tutti i costi direi che è un'ottima NONdefinizione. Se tu prendi nei fatti tutto quello che c'e' di nuovo e lo chiami 2.0 il nome diventa, come è, assolutamente inconsistente. Attenzione NON è il 2.0 che ha generato creatività, è la rete che da molti anni lo fa. Il rischio è che come di fatto sta succedendo tutto diventi 2.0, come ben sai tutto e niente sono in questo caso sinonimi. bob
PS non esistono definizioni accademiche o non accademiche, esistono definizioni consistenti e non consistennti
Ciao Roberto, grazie per il commento, però, perdonami, resto della mia idea
Come detto, una definizione deve spiegare fenomeni esistenti e consentire di descrivere in maniera predittiva ciò che può accadere, ovvero fornire i criteri per immaginare nuove manifestazioni
Questa definizione lo fa: con le tre dimensioni da una parte e i principi dall'altra ti puoi mettere davanti a una cosa qualsiasi (es un sito) e fare come se si spuntasse una check-list "Questo? Si. Questo? Anche", etc. Se le risposte sono tutte sì, è Web 2.0
Per esempio: la tecnologia del video digitale esiste da millenni. Cos'era, il '92 quando l'abbiamo vista per la prima volta su un normalissimo pc consumer da casa? Eppure per 15 anni è stata lì ferma, per due motivi: la "guerra dei formati" (quicktime, winmedia, real) e mancanza di banda di upload. 1) tecnologico 2) di mercato (economico). Nel frattempo l'aspetto "social" cresceva, con le caselle di posta che si intasavano di video ridicoli
Non è finita: non solo YouTube ha risposto a queste esigenze, ma ha anche creato un ambiente in cui si potessero manifestare fenomeni di aggregazione spontanea e di creazione di nuovi contenuti - ha fornito la piattaforma. Questo è in realtà l'elemento "social" cruciale, il fatto che il sito sia costruito intorno all'elemento fondamentale: la persona e le sue espressioni
Quindi è proprio nel Web 2.0 che diventa vero che "Content is king", che è un'idea che il Web 1.0 non è riuscito a realizzare
E non ci è riuscito semplicemente perché non c'erano le condizioni perché i fenomeni si esprimessero appieno lungo le tre dimensioni coinvolte (come in un grafico radar, diciamo, c'erano cuspidi e non una superficie estesa)
Es: forum e newsgroup sono sempre stati un aspetto social fondamentale della "vecchia" rete, ma non adeguati dal punto di vista tecnologico
Es: il web è stato un fenomeno rilevante dal punto di vista economico, ma per niente social
Es: i Web Services sono stati un fenomeno importantissimo dal punto di vista tecnologico, ma con un modello economico sbagliato, basato su standard chiusi, incompatibilità, difficoltà implementative, etc. Che dolori, da Corba e Com in poi! Per cui viva il lightweight programming, le API aperte e i mash-up!
E così via.
Per il resto, condivido appieno la tua insofferenza per il fatto che di questi tempi spesso ci si appiccica l'etichetta "2.0" o "user-generated" a sproposito, per moda. Stesso antipatico fenomeno di superficialità e di tentativo di "cavalcare l'onda" che c'è stato nella New Economy quando tutti si attaccavano un ".com"
Su questo sono completamente d'accordo con te. Su cosa sia il Web 2.0 c'è poca conoscenza (l'ho sperimentato giusto stamattina) e molta distorsione, ma è un problema, diciamo, di comunicazione, non di definizione del fenomeno
:)
Ciao!
Di
alberto
(inviato il 08/10/2007 @ 14:41:07)
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