Lo sapevo, lo sapevo che non sarei riuscito a star lontano. Sono ancora in giro ma non posso esimermi dal segnalare questo bel post di Gianluca: “Dal crowdsourcing allo schiavismo digitale“. Racconta una sua collaborazione con un gruppo di sviluppatori software in India. Un passaggio mi ha colpito in particolare:
Abbiamo convinto Rushi ad incorporarsi (e ci ha messo sei mesi) dopo aver scoperto che non aveva nemmeno una società. La mamma raccoglieva i pagamenti via paypal e a fine mese distribuiva la paga a tutti, incluso Rushi stesso. In contanti.
Rushi e i suoi hanno gli stessi trent’anni dei suoi colleghi sviluppatori di software in Italia. Ma a differenza degli italiani con 700 dollari al mese sono delle star. Possono pensare al loro futuro, sposarsi, comprare una Tata. Sono quelli che ce l’hanno fatta. E sono ipermotivati.
Con la tecnologia si possono organizzare processi prima neanche immaginabili e si può immaginare di scalarli in modo impressionante.
Mi sembra correlato al tema del technology leapfrogging: si salta una generazione tecnologica e, da quasi ultimi, ci si trova all’improvviso tra i primi. Mentre altri, che erano quasi primi, diventano all’improvviso obsoleti.


L’oggetto nel retrovisore è più vicino di quanto pensi… ormai le software factories indiane producono applicazioni verticali “best in class” a livello mondiale (per es. software per banche, mica uno scherzo) mentre noi “dormiamo” tranquilli. Dagli ancora 10 anni e il prossimo concorrente di Google sarà indiano.
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