L’ufficio stampa di Garmin mi ha dotato di sciccoso Nuvi 3700, GPS per auto che non sfigura accanto a uno smartphone.
Interfaccia multi-touch, Bluetooth per il vivavoce e qualche applicazione, tra cui le foto (però non sembra supportare le foto geo-localizzate da usare come Preferiti). Mappe anche in 3D che si orientano automaticamente a seconda della posizione – per esempio se sei vicino a un incrocio, o cose così. Software che si aggiorna o tramite applicazione dedicata o, per il Mac, tramite un plug-in per browser (Safari o Firefox). Decisamente un bell’oggetto. Buona occasione per augurare buone vacanze.
In effetti è stato quello qui sotto, e non questo, il mio primo computer. Lo ZX Spectrum. Girava sul processore Zilog Z80, progettato da Federico Faggin. Riuscire a fargli caricare da cassetta lo Hobbit era già impresa ardua. Molto british.
Curiosità: Clive Sinclair sembra avere i tratti dell’inventore strano, quello col cappello con l’elica. Ancora oggi gira con un regolo in tasca. Ma tra le sue idee significative va annoverata anche la mini-tv. Nel 1966.
Io a settembre pensavo di andare qua: Ars Electronica.
Ero un po’ indeciso fino alla newsletter di stamattina, dove parlano non solo del laboratorio di robotica (ehi! ci sarà Asimo!) ma anche del manifesto completo della manifestazione: Repair.

Qualcuno vuole venire con me? Posti in macchina disponibili.
Stagione importante, la prossima, per il Publishing. C’è la solita convergenza di forze – economica, tecnologica, sociale – che preannuncia l’arrivo dell’onda. Anche da noi.
Recente il lancio di BookRepublic, “Servizio di distribuzione online per i libri digitali rivolto principalmente agli editori indipendenti e libreria online”, iniziativa di Marco Ferrario (intervista) e Marco Ghezzi, con Giuseppe Granieri quale direttore editoriale e Matteo Brambilla chief editor. E’ un online store che aggrega un gran numero di editori italiani (vedi), quindi in chiara alternativa a Apple iTunes – iBooks. Non altrettanto lucida, ma pur sempre positiva, sembra la proposta di Ebook.it, di ambito romano, che ha recentemente organizzato un incontro sul tema dell’IVA che per i libri cartacei è al 4% mentre per gli ebook, parificati al software, al 20.
Gli stessi fondatori di BookRepublic hanno poi creato anche una piccola casa editrice, 40k, che si aggiunge alla pioneristica Simplicissimus e alle collane di Apogeo. E molte altre. Per esempio, Noa Carpignano mi contatta via blog per segnalare la sua BBN, “Prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali”, e la tre giorni che sta organizzando per il prossimo settembre: Ebook.Fest. Be’, complimenti.
Insomma il primo passo è stato interpretare i nuovi sistemi di pagamento, senza i quali non si muove foglia. Dichiarazione netta del director of operations di una importante casa editrice italiana, che ho incontrato proprio al lancio di BookRepublic: “Il giro del web gratuito l’abbiamo fatto. Il prossimo giro sarà a pagamento. Deve essere redditizio”. Sacrosanto.
Nel frattempo si reinventa la tecnologia. Riflessione appuntita di De Biase in questo post, che termina affermando “I libri resteranno prodotti. I giornali tenderanno a diventare servizi”. E’ proprio così: vedi per esempio gli aggregatori di blog come Liquida, giusto per citare un italiano (a proposito: che fine ha fatto BlogNation?). I blog negli anni scorsi si sono affermati come nuove fonti ma puntuali, atomiche. Il giornale generalista è diventato un aggregatore. E sempre De Biase segnala il passo avanti fatto dal New York Times che, dice, “Proporrà in licenza le sue applicazioni ad altri editori su un vero negozio online”. Per ora il NYT ha aperto la sua Developer Network, offrendo accesso ai suoi dati tramite interfacce di programmazione – le API. Qui il blog, che non a caso si chiama Open. Interessantissimo. Per chi ama le letture tecniche, questo post dà un’idea di alcune possibilità, recuperando i dati di geo-localizzazione associati agli articoli.
Quindi non è solo il giornale che va ripensato, ma anche i suoi contenuti. Questo stesso articolo è un oggetto stupido, fatto di tante parole buttate in un campo testo, senza differenziazione. Wordpress, la piattaforma che uso, si dichiara “semantica” solo perché usa le tag. Ridicolo. De Biase un po’ di tempo fa affermava che i giornali siano applicazioni. Esatto. Anzi, prima di tutto i giornali sono database, o dovrebbero esserlo, e in formati ben definiti – vedi per esempio.
Se riusciamo a strutturare informazione e conoscenza, riusciremo poi a estrarla creando nuovo significato. Da lì in poi sì che svilupperemo applicazioni. Dove il differenziale diventerà però l’esperienza. I nuovi device come l’iPad ci hanno fatto finalmente… toccare con mano, scusate la battuta, le potenzialità. D’ora in poi è tutto da costruire. Di nuovo.
Vedi anche: visual Data.
L’altro giorno si parlava di Nicholas Negroponte e delle “previsioni” di 30 anni fa. “Non erano previsioni”, affermava. E, in effetti, non erano neanche trent’anni – anche se poco ci manca. Molto del futuro che stiamo vivendo era scritto in Media Lab, Inventing the future at MIT di Stewart Brand, pubblicato in Italia da Baskerville nel 1993 col titolo di Media Lab, Il futuro della comunicazione. Nell’intro a questa edizione Negroponte inizia così:
Il libro che state per leggere è stato scritto nel 1987. E’ la storia di un gruppo di persone le cui idee non rispondevano ai canoni del pensiero industriale o accademico degli ultimi anni settanta. Ci sentivamo frustrati per il palese disinteresse verso il futuro dei computer e verso le possibilità che offrivano di un utilizzo accessibile e facile in molti settori della vita quotidiana. Ci appassionava la visione di una convergenza tr la televisione, la stampa e i computer. Credevamo fermamente che sarebbero state le applicazioni pratiche, e non già i fondamenti delle scienze della materia o la matematica, a determinare il futuro dell’innovazione nel campo dei computer. Eravamo inventori.
Concluderà poi l’introduzione immaginando un brillante futuro per l’Italia in ambito editoria multimediale e design delle interfacce. E’ andata diversamente ma vabe’, non importa. Significativa, invece, la figura dell’autore, Stewart Brand.
Stranamente poco noto, è stato editor del Whole Earth Catalog (“Steve Jobs has described the Catalog as the conceptual forerunner of the World Wide Web, stating that it was “sort of like Google in paperback form, 35 years before Google came along”, dice Wikipedia) e founder di The WELL, forse la prima vera comunità online. Ne avevo parlato qui.
Io continuo a pensare che queste cose faccia bene saperle, perché aiuta sia a vedere meglio sia a fare di più. Brand, infatti, continua, e 40 anni dopo il Catalog ha pubblicato un altro “libro-manifesto”, sull’ambientalismo. Su SEED una sua intervista a riguardo. Su Edge un testo più complesso con un suo contributo video. Che simpatico nonnetto, non trovate?
Ricordate il post di Sergio Maistrello di un po’ di tempo fa, sul problema delle tue informazioni pubblicate dagli altri? Si intitolava A te, che sei nuovo di qui. Qua sotto si vedono proprio bene i vari problemi di privacy, da Facebook a Google. Per tacer delle videocamere.

By WordStream
Mitico Gianpaolo D’Amico: in una connection serale via Twitter :) si è convinto a fare una video-demo di Flipboard (altro qui). Nel video qui sotto.
PS Non so perché mi si visualizza ruotato – lol.
Federico Scafato, primo anno di Media Design, in NABA. Per l’esame del prof. Pier Luigi Capucci (su Facebook, il sito) a cui ho avuto il piacere di fare assistenza, ha portato la tesina che vedete sotto. Quando gli abbiamo chiesto i motivi della scelta ha risposto che era per semplice curiosità. E per semplice curiosità si è andato a cercare informazioni sull’azienda, dati economici e metriche, che ho tabellato in Excel. Ne ha analizzato gli andamenti con i grafici, ha ipotizzato delle correlazioni e insomma ha studiato il fenomeno. Qui il suo blog.
Segnalare HackFwd, fondo pre-seed per startup europee creato a giugno da Lars Hinrichs, già fondatore di XING, mi dà anche occasione per linkare tre post usciti in questi ultimi tempi sulle difficoltà di fare startup. Il primo è di Lauren Kretz, imprenditore francese che tra le altre cose organizza anche StartInParis. Leggero, racconta in quali cespugli di rovi ti vai a cacciare. Il secondo è invece un rant più serio sulla situazione italiana da parte di Roberto Chibbaro (qui il suo LinkedIn) che ha scatenato un po’ di discussioni. L’ultimo, tra l’altro molto dettagliato e utile, è dei ragazzi di Mashape (ricordate?) sulle complicazioni dei visti per gli Stati Uniti.
Ok, there’s no free lunch, fare azienda è una scelta e così via. Ma siamo sicuri non si possa far nulla a riguardo? Non solo e non tanto le istituzioni (anche, ma è altro discorso), bensì tutti gli attori coinvolti? L’infografica qui sotto, appunto di HackFwd, dà un’idea della complessità. E qualche consiglio.
Di qualche tempo fa, ma non l’avevo mai visto. Al minuto 7:55:
Lilli Gruber: Lei trent’anni fa azzeccò quasi tutte le previsioni
Nicholas Negroponte: Non erano previsioni, lo stavamo facendo
Via Marco Formento.