Da tempo libero, per cui adatto a un post domenicale, ma tutto sommato non lontano dal tema Open Hardware. E’ Make Magazine, un’idea geniale di giornale della scuderia O’Reilly, dedicato a tutti coloro a cui piace metter mano nelle cose. Aprirle per capire.
No, please, niente a che fare con il bricolage: è, di nuovo, hacking reality: è il piacere di smontare, comprendere e migliorare le cose. E’ l’idea di riappropriarsi degli oggetti e della conoscenza, del significato che contengono. Reazione al vecchio consumismo, dove si comprano scatole, si rompono, si buttano. Qui gli oggetti si recuperano, reintepretano, trasformano. E una specie di scovolino curapipe con due led colorati può diventare una specie di ragno robot, un vecchio Palm viene inserito in un vero libro, una vecchia calcolatrice viene collegata, tramite una board Arduino, alle statistiche di Second Life. Eccetera.
Di cose simili ha raccontato mille volte Bruce Sterling. E no, please, non è retorica geek: per quanto a volte divertentissima, qui si tratta di roba per veri hacker, di riappropriarsi del mondo. Chiamiamola cultura 2.0, o post-moderna. Io, per inciso, per queste cose avevo coniato il concetto di "post-contemporaneità" un annetto fa.

Forse la descrizione della hacking reality (il piacere di smontare, comprendere e migliorare le cose) dovrebbe arrivare a dire che “per certe cose, non tutti ne sono capaci”.
Nel verde Canavese, sede della realtà aziendale “Olivetti”, c’è stata un’epoca in cui la cultura del “guardiamo, proviamo e poi cambiamo” .. applicata alle macchine .. ha dato risultati lusinghieri; poi cercarono di applicarla al software e .. si condannarono all’estinzione.
Non mi risulta che qualcuno abbia ancora cercato di trarne delle indicazioni .. ;
magari si potrebbe arrivare a capire la differenza fra “cultura 2.0″ e “cultura di sistema”??
Sarebbe carino .. mi sembra.
Luigi ciao, piacere
Molto molto vero. Si parla troppo poco di Olivetti e la sua storia – sia per l’eccellenza sia per gli errori da cui imparare
Forse però parte del problema sta anche nel fatto che mancava, oltre che del “sistema”, anche di un “territorio” metaforico, inteso come spazio delle idee. era un po’ una cattedrale nel deserto
Quel che Make (e la cultura che sottindende, la Blogosfera, eccetera) mi fa sperare è invece che oggi ci sia una cultura diffusa tale per cui idee nuove possano nascere, e le migliori attecchire
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