Lettera Aperta al Ministro dello Sviluppo Economico e alla Task Force sulle Startup

dottavi —  25 May 2012 — Leave a comment

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Domattina avrò il piacere di partecipare, da spettatore, all’incontro organizzato da Italia Startup, la neonata associazione collegata alla Task Force per le startup, con il Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera. Visto che chiedono proposte ho riassunto qui le mie, sotto forma di lettera aperta.

Egregio signor Ministro, egregi colleghi,

Fare startup non è “Arte del possibile”, bensì sfida dell’improbabile. E per far fare un salto di scala al neonato ecosistema dell’imprenditoria innovativa italiano non sono sufficienti i tradizionali compromessi su ciò che è “fattibile”. Servono anche fughe in avanti. Intendo così rimarcare una distinzione nella tipologia degli interventi che si possono effettuare. 

Da una parte, è ampiamente noto, dobbiamo recuperare ritardi impressionanti di tipo tecnologico, digitale, culturale e imprenditoriale. E sono quindi necessari interventi abilitanti e di sistema per potenziare e moltiplicare le tante iniziative che stanno nascendo. Ricadono in questa categoria lo sviluppo della banda larga (soprattutto per il free wi-fi in ambienti pubblici, accademici e cittadini), il riordino dei finanziamenti e del supporto alle piccole medie aziende anche in ambito territoriale (per esempio i Business Innovation Center, non accessibili alle startup), le facilitazioni per strutture operative (per esempio co-working) o consulenziali (legali, commercialisti, altro), per non parlare delle semplificazioni burocratiche, eccetera.

Ci sono colleghi molto più esperti di me in questi campi. Mi limiterò a citare il fatto che in Silicon Valley i free wi-fi bar sono considerati tassello fondamentale dell’ecosistema imprenditoriale: in quei luoghi, in ogni momento della giornata, c’è qualcuno che fa la demo della propria applicazione, o il pitch della propria idea, a qualcun altro. Da questo “tessuto” nascono le iniziative che, se accolte anche dalle industrie e dalle imprese più mature, possono creare valore e produrre ricchezza anche a breve-medio termine. Serve quindi facilitare il lavoro “dal basso” e aggiungere stimoli “dall’alto” per fare in modo che i grandi gruppi, le grandi famiglie, le grandi ricchezze trovino il modo di ascoltare tali proposte. In questo incontro tipicamente si valuteranno le idee sulla base del loro, doveroso, business plan.

Sappiamo però bene che sono poche le grandi innovazioni nate con un business plan. E, soprattutto, che guardare alla redditività immediata a volte impedisce di vedere opportunità di crescita esponenziale, che richiedono una propensione al rischio più elevata e su tempi più lunghi. Fughe in avanti, appunto. Gli interventi al punto precedente, infatti, equivalgono a comprare scarpe nuove, buone per correre. Ma bisogna anche sapere in che direzione andare, e quando è importante arrivare.

Dobbiamo quindi capire quali siano i mega-trend su cui si sta lavorando ora nel mondo, e recuperare il distacco. Tra i tanti, ne segnalo due: Mobile Internet e Commercio Elettronico. Oltre a una doverosa riflessione su Open Web.

Mobile Internet. L’anno scorso si sono venduti più smart mobile device che personal computer. E, soprattutto, è iniziata l’erosione della quota di dumbphone, che resteranno maggioritari ancora per poco perché tra non molto tutti i telefoni saranno smartphone collegati alla Rete. E’ come rivivere l’inizio del Web: sta nascendo un mercato del tutto nuovo. L’Europa ha perso il gigante Nokia ma ha prodotto Rovio. E l’Italia? Ci sono tante iniziative che stanno nascendo, ma quali sapranno produrre innovazioni sistemiche, orientate alla crescita, di portata globale? Un esempio: GoPago, di cui ho scritto qui. E’ un’applicazione di mobile payment sviluppata a partire dal 2010 da un italo-americano di San Francisco e un ragazzo italiano che si è trasferito là appena dopo la laurea. Ogni volta che tornava in Italia per proporla agli investitori istituzionali veniva accolto con sufficienza. L’autunno scorso hanno ricevuto da una primaria banca americana un finanziamento di più di 10 milioni di dollari. Se si investisse oggi in una startup di mobile payment si sarebbe forse due anni avanti rispetto all’Italia, ma quattro anni indietro rispetto al mercato.

Abbiamo quasi perso l’onda del Web, dove abbiamo fatto poco, e quella dei più recenti Social Media, dove non abbiamo fatto niente. Possiamo pensare di perdere anche quella della Mobile Internet?

E-Commerce. La percentuale del valore delle merci transate online rispetto al totale retail italiano è di quasi un ordine di grandezza inferiore rispetto alla media europea. Il nostro Paese ha nel commercio un elemento fondamentale dell’economia. Eppure online scambiamo solo prodotti di elettronica, facciamo un po’ di spesa, compriamo biglietti e viaggi e poco altro. E poi c’è il gambling – cioè la versione web delle macchinette del poker.

Ci sono eccezioni. Una importante è nella Moda: Yoox, campione italiano con un business globale. Ma 12 anni dopo la sua fondazione, quante sono le startup italiane che lavorano sulla Moda? Zalando, startup tedesca clone dell’americana Zappos, vende scarpe in Italia. Non dovrebbe forse essere il contrario? Altrettanto nel Design: oggi il punto di riferimento è Fab.com, startup reinventata pochi mesi fa dopo un pivot e che ha già preso un finanziamento da 50 milioni di dollari. Possiamo pensare di non essere presenti in settori come questi?

Tra le tante idee per stimolare il commercio elettronico io ne sottolineo alcune:

  • Interventi sulle associazioni di categoria. Esempio Confcommercio: hanno un piano per l’innovazione dei servizi che per il 2012 prevede solo un pilot. Forse si può accelerare? E come loro Artigianato, Industria, eccetera.
  • Stimolo all’internazionalizzazione. Sia per l’export sia per la creazione di business internazionali.
  • Logistica. Conosciamo l’esperienza Amazon.it. Si commenta da sola.
  • Moneta elettronica. Qui il Governo ha già fatto affermazioni, ma non è chiaro con quali risultati. Abbassare le tariffe delle transazioni online e aumentarne la diffusione sarebbero aiuti importanti. Ma soprattutto servono iniziative per facilitare la ricezione dei pagamenti – cioè per abilitare la vendita online, oltre che gli acquisti. 

Open Web. Il Web offre una piattaforma aperta di conoscenza che è la ricchezza fondamentale di questo secolo – ovvero dell’Età dell’Informazione. E’ un bene comune come l’aria o l’acqua, e come tale deve essere trattato. E’ la palestra in cui tutti possono sperimentare, sbagliare, imparare, rifare e alla fine trovare l’idea vincente. E’ Open by nature, come dice Joi Ito, ed è essenziale che questa sua natura venga protetta. Da questo punto di vista, le recenti affermazioni del Ministro della Giustizia Severino sono gravissime. Sono databili a una visione della Rete vecchia di dieci anni. Posso documentarlo, ma porto anche un esempio. Abbiamo fatto dei colloqui per una posizione di Web Marketing. Si sono presentate, tra gli altri, due giovani neo-laureate provenienti da prestigiose università. Alla domanda “Cosa sapete di Web?” hanno risposto “Niente”. Inutili, per ciò che il mercato del lavoro oggi richiede. Poi abbiamo intervistato anche una giovane blogger, 23 anni e consulente freelance. Sul Web Marketing ha dato dei consigli lei a noi. Se avessimo potuto, l’avremmo assunta all’istante.

Il Web deve rimanere aperto, e deve anche offrire opportunità di monetizzazione. E’ importante che i blog e le tante iniziative Web, che spesso si trasformano poi in startup, possano camminare sulle proprie gambe. E da questo punto di vista un elemento critico in Italia è la pubblicità. Soffre di fenomeni di concentrazione, è resistente all’innovazione, ha alte barriere all’ingresso, vede ancora una predominanza degli investimenti su mezzi tradizionali offline e, soprattutto, ha una disparità di valore tra offline e online che non regge. Una pagina pubblicitaria sulla stampa può costare svariate migliaia di Euro, un display online può costare 0,35 Euro per mille impressioni.

Una pressione, eventualmente anche fiscale, per incentivare la pubblicità online potrebbe produrre diversi effetti positivi. Gli editori potrebbero accelerare gli investimenti in Rete, contribuendo così anche a innovare i media in generale;  potrebbero sostenere o acquisire piccole iniziative, dovendo aggregare traffico; i centri media sarebbero portati a innovare le creatività, fornendo stimolo alle aziende clienti; e se si abbassassero le barriere all’entrata, facilitando l’accesso ai network pubblicitari anche al nano-publishing e alle iniziative Web, si sosterrebbe quel lavoro indipendente che è il momento iniziale dell’imprenditoria e che spesso porta alle startup.

Egregio signor Ministro, egregi colleghi: spero avrete notato che non ho mai parlato di finanziamenti. Questi sono essenziali, certo, ma non sono garanzia di successo – anzi, ci sono esempi contrari. Anche in questo caso, altri sono più esperti di me, ma ritengo che i finanziamenti dovrebbero essere usati in senso sistemico per abilitare e stimolare l’ecosistema e fare sì che acceleri da solo.

Un’ultima osservazione: la tecnologia, oggi, è un discorso sulla società. Così come lo sono arte e letteratura o industria e politica. Non è qualcosa di alieno, di altro da noi. E’ l’ambiente in cui siamo immersi. E in cui bisogna saper nuotare. “Program or be programmed”, dice Douglas Rushkoff. Non è che vogliamo diventare tutti programmatori. Ma certo non vogliamo essere programmati. Vogliamo solo avere la possibilità di fare.

Alberto D’Ottavi

 

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Journalist, blogger, entrepreneur. Writing about tech, culture and society since 1991. Co-founder Blomming.com. (Scarcely) contributor at Forbes.
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