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James Cook e l’Era della Post-Convergenza
28 May 2008 2,652 views 4 Comments di alberto dottavi SHORT URL
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La storia dell’ultimo viaggio di Cook è ben nota negli annali delle esplorazioni geografiche, dell’etnologia e della… sfortuna. Da quel che ricordo degli studi universitari, e che mi sembra confermato da Wikipedia, al suo arrivo alle Hawaii viene accolto come una divinità. Riparte, si rompe il veliero, fa ritorno all’isola e viene massacrato (in estrema sintesi).

“Barbari!”, “Selvaggi!”, si esclamò all’epoca. Episodio difficile da interpretare finché, appunto, non ci si è messa di mezzo l’etnologia (per la precisione Forster, vedi bibliografia) a spiegare come l’incidente avesse una perfetta logica se visto dal punto di vista culturale e religioso dei nativi: l’arrivo di Cook coincideva con un loro rito per l’inizio della stagione fertile, ma non il ritorno inaspettato della divinità, che era invece foriero di sventure. Povero James.

Ora, mi è tornata in mente questa storia venerdì scorso, quando ho avuto il piacere di partecipare, invitato dall’ottimo Stefano Mizzella, a un panel di discussione nell’ambito dell’Osservatorio Nuovi Media della Bicocca, sotto l’egida del prof. Paolo Ferri (che tra le tante cose ha anche un blog). In un passaggio su problematiche e prospettive del Web 2.0 ho appunto affermato che interpretare il fenomeno è più facile se si assume un punto di vista “interno”. Se, anziché cercare di “mappare” le pratiche attuali (di business, culturali, etc) in quegli ambienti, ci si dedica a osservarli – o, meglio, a partecipare. E mi è sembrato che il prof. Ferri concordasse sulla necessità di aggiornare strumenti e metodologie di certa ricerca con un nuovo approccio etnografico, già ben stabilito altrove e che sta prendendo piede anche in Italia.

La mia proposta in questo contesto, già affermata in pubblico in altri contesti e poi ribadita, ma ci tengo qui a piantare un paletto – è che siamo nell’Era della Post-Convergenza. La convergenza, dal punto di vista tecnologico, è alle nostre spalle da un pezzo. Tratteggiata addirittura nel 1979 da Nicholas Negroponte (qui un buon riassunto) è stata poi rielaborata in mille modi. Il più immediato di questi è l’incrocio di telecomunicazioni, informatica, e media. E questo punto l’abbiamo già passato. Con le infrastrutture delle telco convertite a IP (addirittura con l’antico passaggio da circuit-switching a packet-switching), e operatori del “networking informatico” che di conseguenza passano alle telco (per esempio proponendo router Internet come centraline, giusto per dirne una), questa è roba vecchia. E anche il Negroponte Switch, che prevedendo il passaggio delle immagini nei cavi e della voce in etere è più strettamente legato al mondo dei media, è archiviato in memoria.

E’ ovvio quindi che il cambiamento necessario è culturale. Che bisogna mettersi “lì dentro” per vedere i nuovi modelli – che, ribadisco, ci sono, ma di questo ne parliamo magari un’altra volta. Per esempio: certo non si può prendere “la tv” o “il cinema” e spararli in Internet. E se guardi la Rete dal punti di vista della tv tradizionale è chiaro che sembra non poter funzionare. Ma è un fatto che oggi in Internet c’è un nuovo modello di fruizione del video: quello nato intorno a YouTube. Lì dentro stanno nascendo un sacco di cose, comprese nuove sinergie – profittevoli – con l’esistente. E quindi bisogna solo aver pazienza e completare il guado, perché ora ci siamo in mezzo.

Insomma: credo che questa cultura si possa sviluppare appieno solo partecipando e osservando, e non con la foga di dover per forza vedere il business subito, sempre e a ogni costo. Si tratta di conoscenza, non perline e collanine da scambiare con oro. Persone, non numeri. E idee e comportamenti che bisogna conoscere e rispettare. Pena il rischio di finire come James Cook.

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4 Commenti »

  • Roldano De Persio ha detto:

    Ciao Alberto,

    bello questo pezzo. In estrema sintesi sono d’accordo con te sul fatto che ancora viviamo una situazione da “regno di mezzo”. Fre dieci anni forse potremo vedere con più definizione quello che sta succedendo adesso, ma ormai sarà storia passata e ci saranno altre cose emozionanti da vivere.

    Per quanto riguarda il business andrebbe fatto un discorso a parte. Dico solo che la ricerca costa e quindi ho la fai fare alle università (quelle italiane? ; - ) in collaborazione con le aziende oppure le aziende devono avere tali spalle da dedicare un budget alla ricerca. Com ben sai le start up anno fiato corto.

    Quindi va bene il discorso che non bisognerebbe cercare di fare subito dama e pensare in termini temporali più ampi ma ceerte volte essere troppo lontani dalla realtà economica può rivelarsi sterile.

    IMHO ovviamente

  • alberto ha detto:

    ciao roldano. hai ragione, senz’altro. però credo che l’italia soffra un po’ di sottovalutazione, di mancanza di autostima. alla fine, come sistema, creiamo una ricchezza incredibile, siamo super-attivi, sempre impegnati, sempre a inventare qualcosa

    però (o forse proprio per questo) tendiamo a guardare avanti nello short-term

    il tuo è un giustissimo reality check, e me lo ripeto tutti i giorni

    però sul blog mi piace guardare un po’ più avanti :)

  • Roldano ha detto:

    solo una cosa ho riletto il mio commento e rabbrividisco su quanti orrori grammaticali sia stato in grado di generare in poco spazio. Giuro che almeno la licenza elementare l’ho presa giuro : - )

  • Paolo Ferri ha detto:

    Noi usiamo per entrare nel fenomeno ad esempio nell’osservare i nativi alle prese con la tecnologia il metodo dell’ “etnografia visuale” e “formativa”
    Come scrive la mia collega Chiara Bove “esso consente due operazioni: mette a nudo gli eventi ancorandoli alla dimensione descrittiva delle immagini e facilita l’adesione al dato (descrivibile in quanto reso efficacemente dalle immagini) e, contemporaneamente, avvia processi discorsivi, riflessivi e di condivisione dei significati tra il ricercatore e gli spettatori (a loro volta protagonisti del fenomeno osservato). Il video mette a fuoco una situazione della realtà e, astraendola dalla velocità del quotidiano, la pone in una dimensione esterna e eterna. Ferma l’evento ma al contempo lo lascia andare a andare all’infinito, per un infinito numero di volte tante quante sono le volte che un soggetto desidera rivederlo. Il film è la, è altro da noi, è facilmente ri-vedibile, è discutibile, è scomponibile analiticamente nelle parti che lo compongono. E’ anche bello, piacevole, interessante, provocante.
    Ma è anche un invito a dire la nostra e un interessante reattivo che fa emergere le idee e le assunzioni individuali o collettive. Le funzioni potenziali del video come strumento di ricerca, in area pedagogica, sono dunque molte. Ciò che diventa interessante è usare l’immagine più che come dato di ricerca (meglio specificato nel caso dei visual studies, ad esempio che ne discutono l’uso come restituzione della ricerca o nelle ricerche etnografiche che usano il film come sussidio alla produzione di un testo etnografico) come stimolo alla discussione e approccio comunicativo. Come strumento che induce i soggetti a parlare, negoziare significati, elicitare vissuti, esplicitare assunti. Con immediatezza, un video di ricerca (costruito per tali fini) consente la messa a tema delle concezioni e, velocemente e con naturalezza, invita lo spettatore a reagire. Reagiamo più velocemente e con meno mediazioni (culturali, simboliche, esistenziali) di fronte a un’immagine di quanto non faremmo di fronte a una domanda postaci da un ricercatore. Il ricercatore che pone domande sollecita una riflessione e invita il soggetto a formulare una qualche forma di risposta. L’immagine del video, invece, non pone alcuna domanda diretta, pur ponendo molte questioni su cui ragionare e riflettere. L’immagine si limita a darsi in quanto tale, lasciando libera la dimensione interpretativa sulle e con le immagini. E allora la chiarezza di questo elemento descrittivo altro da noi, scevro da soggetti che pongono domande, lontano da formulazioni di giudizio è ciò che, a nostro avviso, sollecita, interroga, invita a reagire, suscita domande, riflessioni. L’immagine è un dato che invita il soggetto a reagire, pensare, immaginare, interrogare, in modo immediato, in un tempo tanto breve quanto veloce e incalzante è la successione delle immagini. E, anche, è un dato che contempla che su di esso e a partire da esso ci si confronti con altri. E’ un dato che unisce e intreccia posizioni e rappresentazioni sollecitando il confronto intersoggettivo.”

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