La storia dell’ultimo viaggio di Cook è ben nota negli annali delle esplorazioni geografiche, dell’etnologia e della… sfortuna. Da quel che ricordo degli studi universitari, e che mi sembra confermato da Wikipedia, al suo arrivo alle Hawaii viene accolto come una divinità. Riparte, si rompe il veliero, fa ritorno all’isola e viene massacrato (in estrema sintesi).
“Barbari!”, “Selvaggi!”, si esclamò all’epoca. Episodio difficile da interpretare finché, appunto, non ci si è messa di mezzo l’etnologia (per la precisione Forster, vedi bibliografia) a spiegare come l’incidente avesse una perfetta logica se visto dal punto di vista culturale e religioso dei nativi: l’arrivo di Cook coincideva con un loro rito per l’inizio della stagione fertile, ma non il ritorno inaspettato della divinità, che era invece foriero di sventure. Povero James.
Ora, mi è tornata in mente questa storia venerdì scorso, quando ho avuto il piacere di partecipare, invitato dall’ottimo Stefano Mizzella, a un panel di discussione nell’ambito dell’Osservatorio Nuovi Media della Bicocca, sotto l’egida del prof. Paolo Ferri (che tra le tante cose ha anche un blog). In un passaggio su problematiche e prospettive del Web 2.0 ho appunto affermato che interpretare il fenomeno è più facile se si assume un punto di vista “interno”. Se, anziché cercare di “mappare” le pratiche attuali (di business, culturali, etc) in quegli ambienti, ci si dedica a osservarli – o, meglio, a partecipare. E mi è sembrato che il prof. Ferri concordasse sulla necessità di aggiornare strumenti e metodologie di certa ricerca con un nuovo approccio etnografico, già ben stabilito altrove e che sta prendendo piede anche in Italia.
La mia proposta in questo contesto, già affermata in pubblico in altri contesti e poi ribadita, ma ci tengo qui a piantare un paletto – è che siamo nell’Era della Post-Convergenza. La convergenza, dal punto di vista tecnologico, è alle nostre spalle da un pezzo. Tratteggiata addirittura nel 1979 da Nicholas Negroponte (qui un buon riassunto) è stata poi rielaborata in mille modi. Il più immediato di questi è l’incrocio di telecomunicazioni, informatica, e media. E questo punto l’abbiamo già passato. Con le infrastrutture delle telco convertite a IP (addirittura con l’antico passaggio da circuit-switching a packet-switching), e operatori del “networking informatico” che di conseguenza passano alle telco (per esempio proponendo router Internet come centraline, giusto per dirne una), questa è roba vecchia. E anche il Negroponte Switch, che prevedendo il passaggio delle immagini nei cavi e della voce in etere è più strettamente legato al mondo dei media, è archiviato in memoria.
E’ ovvio quindi che il cambiamento necessario è culturale. Che bisogna mettersi “lì dentro” per vedere i nuovi modelli – che, ribadisco, ci sono, ma di questo ne parliamo magari un’altra volta. Per esempio: certo non si può prendere “la tv” o “il cinema” e spararli in Internet. E se guardi la Rete dal punti di vista della tv tradizionale è chiaro che sembra non poter funzionare. Ma è un fatto che oggi in Internet c’è un nuovo modello di fruizione del video: quello nato intorno a YouTube. Lì dentro stanno nascendo un sacco di cose, comprese nuove sinergie – profittevoli – con l’esistente. E quindi bisogna solo aver pazienza e completare il guado, perché ora ci siamo in mezzo.
Insomma: credo che questa cultura si possa sviluppare appieno solo partecipando e osservando, e non con la foga di dover per forza vedere il business subito, sempre e a ogni costo. Si tratta di conoscenza, non perline e collanine da scambiare con oro. Persone, non numeri. E idee e comportamenti che bisogna conoscere e rispettare. Pena il rischio di finire come James Cook.










