Eh, niente da dire, complimenti a quelli di Idearium.org, “comunità nata intorno alle interfacce, on-line dal 2001″ con un taglio, un approccio e una scelta di argomenti molto, molto vicini a Infoservi – anche se è d’obbligo dire che siamo noi ad aspirare a essere vicini a loro, visto che ci occupiamo di questi temi da tempo immemore come loro ma siamo arrivati dopo (in compenso fa piacere trovare un vecchio amico nel panel… :). Dicono: [//] “Idearium si propone di fondere la tradizione italiana del design e della creatività con le opportunità tecnologiche offerte dal web e dalle tecnologie multimediali dei new media”. Esatto, splendido! Lo dicevo giusto ieri sera in un commento da Danah Boyd (che tipa mitica, sono convinto che se proponesse “un’ora con Danah” come fanno le vamp del cinema tirerebbe su i milioni), di quanto manchi la cultura del design (inteso come progettazione tout court, non come “disegnini”, come diceva tempo fa Luisa Carrada) nella tecnologia. O di come manchino anche basi culturali in genere, come ben argomentavano alter e Dario in questo post.
Tutto questo non può non far tornare in mente le cantonate della prima Intelligenza Artificiale. Ai tempi (ancora ai miei tempi, però, che non sono così lontani, e molto più tardi degli inizi dell’IA ;) girava ancora l’aneddoto sulla traduzione artificiale. “In pochi anni simuleremo le capacità umane più evolute!” declamavano tronfi i pionieri dell’IA, più o meno negli anni in cui i computer avevano ancora le valvole, o giù di lì. E uno dei primi progetti fu proprio quello della traduzione automatica, con risultati tipo “Lo spirito è forte ma la carne è debole” risultante in “La wodka è buona, ma la carne è marcia”.
Può essere leggenda metropolitana, compreso il tentativo di traduzione inglese-russo per i tempi di Guerra Fredda, ma è comunque indicativo di una cocciuta tendenza al suprematismo (mi perdonino gli artisti russi) degli ingegneri della tecnologia. O, per meglio dire, una caparbia superbia dei tecnologi tipicamente americani nel pensare che tutto si possa risolvere con artifici meccanici, algoritmi, ecc. La definirei “cultura delle patch”: c’è sempre una nuova release in futuro. In opposizione a una molto più europea cultura dei “principi primi”.
A quei tempi le riflessioni sulla prima IA hanno portato alla nascita delle Cognitive Sciences, giusto con filosofi e psicologi seduti al tavolo degli ingegneri a spiegargli che loro stavano studiando visione, percezione etc da quei duemila anni. Oggi mi permetterei di dissentire con il post di alter sui filosofi: a me sembra sia ancora così, solo che non sembra essere così in Italia. Un esempio a caso il Dept. of Psychology della Wichita State University che ho citato in questo post dell’altro giorno. Ovvio che si occupano di ricerche cognitive e human-computer interaction, no?
Sono sicuro che queste cose accadono anche nelle nostre università, da qualche parte. Solo che sono fuori dal giro da un po’, e quindi non so bene cosa e dove – as usual, ogni indicazione warmly welcome. So invece per certo che il CNR è sempre stato se non proprio all’avanguardia sicuramente ben inserito nel giro internazionale – ho una carissima amica che lavorava sull’eyetracking dieci anni fa, e ora lavora sulle “robotic sociable technologies”, metodologie di interazione uomo-macchina che partono dalle esigenze di interazione umana per ridefinire i parametri di progettazione (sicuramente sarà molto più complesso di così, ma questo è quanto ho capito).
Certo, abbiamo un problema strutturale legato al mondo della ricerca e dell’università. Chiamo in aiuto alter e qualche altro amico che lavora vicino a quegli ambiti, io non ne so molto. Ho avuto modo però di frequentare, verificare, toccare con mano anzi partecipare e viver dentro agli ambienti dei tecnologi e del “technology business” italiano, e dico senza problemi che la “cultura” è davvero difficile da incontrare. Ma non si parla neanche delle basi culturali necessarie per ragionare riflettere e lavorare sullo sviluppo dei prodotti. Spesso e volentieri è difficile trovare anche una cultura economica evoluta, figuriamoci. La stragrande maggioranza delle aziende IT – vorrei dire tutte – sono sostanzialmente dei reseller, con gran cultura di canale e mercato, ma sostanzialmente dei venditori. Certo, ci sono le eccezioni. Certo, ci sono le multinazionali che hanno aperto dei centri che chiamano di “eccellenza” (anche se dovrebbero essere un po’ più rivolti all’R&D e un po’ meno allo showcase per i clienti). Certo, c’è stato Pistorio con la “sua” STMicroelectronics – ah, che esempio quello, il business italiano non ha imparato abbastanza da lui, davvero una storia italiota il fatto che non abbia avuto il plauso che merita. Speriamo in futuro. E, certo, c’è Telecom, che a parte tutte le polemiche (giustificatissime, peraltro) un po’ di ricerca la fa. E poi ci sono le (poche, direi) PMI d’eccellenza che fanno innovazione allo stato brado, senza supporto e senza un ingaggio strutturale dalla parte delle istituzioni. Penso per esempio a Permasteelisa, secondo me esempio eccezionale.
Ma l’innovazione viene da attività strutturate, supportate, con visione di ampio respiro. Un esempio? E allora, già che ci siamo, mettiamo giù uno scoop: sapevate che LG Electronics, azienda coreana attiva nel bianco e nel bruno, ha un centro di ricerca e design internazionale a… Milano? Io no, l’ho scoperto da poco e per caso (e con LG cellulari sono in contatto costante). Hanno radunato qui in periferia da qualche parte alcune decine di giovani ricercatori presi da tutta Europa, con il preciso intento di arricchire quanto sviluppato in Corea con una cultura di design italiana ed europea. Collaborano sulle linee guida, Milano sviluppa i primi sample in virtuale, Corea in due/tre giorni gli restituisce i prototipi. Lavorano sull’estetica ma anche sull’usabilità. Magari di strada da fare ne hanno ancora parecchia, in termini di peso nel mercato globale dei telefonini, però hanno capito cosa gli manca e lo fanno. Certo, è privato, più difficile nel pubblico. Però almeno in Corea quando han capito che la banda larga è un tool di innovazione e competizione straordinario han deciso “cabliamo” e ora sono il Paese con la più alta percentuale di collegamenti broadband al mondo (e questo me l’han confermato degli amici coreani, di quanto lì sia tangibile, of course nelle aree urbane / industrializzate la cultura del “being digital”).
Non è finita. Se i tecnologi nostrani mancano di basi culturali, altrettanto grave ritengo il fatto che molti businessmen altrettanto nostrani, e supremamente gli alti vertici delle media companies – ma anche abbastanza architetti, e designer, spesso conservativi, siano, come dire… be’ direi ignoranti di tecnologia. Non tanto perché fino a poco tempo fa si facevano stampare le e-mail dalla segretaria (indice del fatto che non hai capito, ripeto, non hai capito che the medium is the message, e che l’e-mail è workflow, organizational management, non messaggini), ma perché gli mancano proprio le strutture concettuali del digitale. Guardando un sito web vedono… un sito web (così come guardando un’e-mail vedono le parole), e ci mettono su delle belle immagini perché dev’esser prestigioso. E non vedono interazione, navigazione, utenti che passano come stormi di uccelli di cui, con un po’ di fatica, certo, si può intuire i movimenti migratori.
Esempio eclatante Paolo Mieli, che pare qualche anno fa avesse detto che “Internet è un fenomeno secondario”. Paolo, tu sei nel mio (peraltro ristretto) panel di santini di giornalisti di fronte ai quali mi inchino un giorno sì e l’altro pure… ma è vera questa storia? Dimmi di no, ti prego, e dimmi che ti stai un po’ più interessando a questa che è veramente storia attuale, d’oggi, del presente.
E del futuro tutto da costruire.


























Lascia un commento