Futuro dei Media: Tecnologia, Non Cavalli e Segugi

dottavi —  27 October 2009 — 3 Comments

“Fare predizioni è difficile”, diceva Niels Bohr, “soprattutto se si tratta del futuro”. E della tecnologia, e dei media – pron. mìdia, anch’io – e di tutto l’ambaradan digitale che ci travolge, dice in sintesi Luca Sofri sul suo Wittgenstein. E bene ha argomentato nel suo intervento alla quarta Venice Session, di cui si possono trovare i video qui. Non è che si possa essere d’accordo o in disaccordo: quel che dice è sacrosanto, il suo stile fantastico (era la prima volta che lo vedevo dal vivo) e “Una posizione etica incontrovertibile non è banale, di questi tempi”, come dice Massarotto. Però Luca analizza uno strato che è quello del mestiere, di come si fa giornalismo. Aggiungerei quindi qualcosa, ma prima tocca fare un passo indietro, alla Tempesta Perfetta.

La pila dei giornali
In quell’occasione ho detto qualcosa tipo “Abbiate fiducia, il modello è BoingBoing”, come sintetizzato da Alberto Cottica nel commento. Beh, in effetti sì. Se sotto il mestiere guardiamo il modello vediamo già oggi esempi di informazione online che funziona: TechCrunch, di cui è essenziale guardare la pagina di statistiche e tariffe di advertising, e Mashable ed Engadged per primi, e poi Huffington Post che nel mese di settembre ha superato i visitatori unici del Washington Post (Prima Comunicazione) dopo aver ispirato Tina Brown, già editor of di Vanity Fair e The New Yorker, a fare The Daily Beast (qui), e poi ancora BoingBoing che ci ha messo cinque anni prima di guadagnare davvero con la pubblicità (qui) e che ha ispirato Neatorama e una pletora di altri.

Quel che avrei voluto dire a Venezia è che è stato curioso vedere tre generazioni di blog insieme – quella iniziale, storica, impersonata da David Weinberger (che ha fatto un intervento tecnologicamente straordinario sui metadata, ne parliamo in altro momento); quella italiana diventata pubblicamente rilevante poco dopo, e quella del Medio Oriente in atto oggi raccontata da Ahmad Humeid. E se oggi nei Paesi mediterranei a noi vicini vediamo dinamiche che ricordano fortemente quanto accaduto da noi negli ultimi anni, anche nei blog italiani vediamo modelli che iniziano (faticosamente) a funzionare, come i blog americani qualche anno fa: Blogo.it, per esempio, di cui è importante vedere le statistiche, o Blogosfere. Faticano ma funzionano.

24maggioSe c’è una cosa su cui mi permetto di dissentire con Sofri è che non si possano interpretare i movimenti di innovazione. Non è vero: basta guardarli in prospettiva. Mettendo i puntini viene fuori un disegno che ovviamente parte dalla tecnologia, che sta sotto il modello e lo definisce. E’ ora che la cultura italiana, da sempre refrattaria al tema, si arrenda all’evidenza: l’innovazione dei media parte sempre dalla tecnologia.

L’abbiamo visto  accadere con Gutemberg, la fotografia, il cinema, la CNN, etc. E’ sempre così, l’ho detto qui che lo diceva anche Clay Shirky, e lo spiega Berlin Johnson in Old Growth Media, l’ho citato qui. Mettendo i puntini viene fuori una linea che parte dalla tecnologia e si diffonde in altre industry; e che dai mercati tecnologicamente avanzati poi arriva altrove. Succede sempre. In time-shift: quel che sta succedendo da noi replica quel che è già accaduto negli Stati Uniti, crisi dei grandi giornali comprese, che da noi devono ancora scoppiare.

Prova del nove. Quant’è diverso il Corriere Della Sera del 24 maggio 1915 qui a fianco dal giornale di oggi? E quant’è diverso il giornale di oggi con gli strumenti informativi che usiamo tutti i giorni – Internet in primis ma televisione compresa? Davvero ci interroghiamo su come si possano Salvare i giornali senza un cambiamento epocale?

Pubblicità, digitalizzazione dei processi, Cavalli e Segugi
E quindi almeno per questo giornalismo, almeno per i blog, almeno a breve-medio termine non è problema di modello. Quello pubblicitario va benissimo, purché ci sia del valore che oggi, in Italia, non c’è. L’ha detto anche Sir Martin Sorrell, CEO di WPP, praticamente il boss di tutta la pubblicità del mondo: oggi la quota online del mercato pubblicitario mondiale è al 13%, mentre l’Italia è ferma al 6-7%. Vero che sulle prospettive di monetizzazione della Coda Lunga ha affermato che la quota arriverà presto al 20%, ma ha aggiunto che non vede un’uscita dal tunnel. Peggio: mi ha detto che con le varie società del gruppo specializzate in ricerche di mercato (e oltre, MillwardBrown tra queste) conducono studi continui e ancora non sanno dare una risposta. Il passaggio è “From dollars to penny”, ha detto sempre Sorrell. E per aziende editoriali che hanno presenza sia sulla carta sia online, per non parlare di quelle che controllano stampatori e distributori, vuol dire perdere valore. Ne discende che il problema è relativo a processi e modelli organizzativi.

La pubblicità si può rinnovare molto – vedi a questo proposito un bel thread di Gianluca Diegoli, o il fatto che il primo banner è comparso Solo 15 anni fa (come “solo”? E’ un’infinità di tempo!) – e dovrebbe farlo in fretta: Ma l’emergenza è palesemente sui modelli industriali dell’editoria italiana, su quelli organizzativi del lavoro giornalistico e, ovviamente, sui risvolti politici. Per esempio: nel 2007, in qualità di contribuenti, abbiamo dato 2.530.638,81 euro a Sportsman Cavalli e Corse (al punto 1 di questa pagina del Governo Italiano, trovata via Franco Abruzzo).

Non è per i cavalli, dei quali ci rincuora la buona salute. Ma è così che costruiamo il futuro dei Media?

dottavi

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Journalist, Blogger, Entrepreneur, Advisor. Writing about tech, culture and society since 1991. Formerly contributor at Forbes, Co-founder Blomming.com. Now Partner at Fashion Technology Accelerator.
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