E dopo Times, il New York Times

dottavi —  8 February 2007 — 3 Comments

Arthur Sulzberger, "proprietario, chairman ed editore del più rispettato quotidiano al mondo", il New York Times appunto, ha rilasciato un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz affermando di non sapere se fra cinque anni il NYT sarà ancora pubblicato su carta. "And you know what? I don’t care either", ha aggiunto. Forte :). Ma, a differenza di quanto riportato dai telegiornali stasera, Sulzberger non ha esattamente detto che tra cinque anni sarà tutto su Internet. La faccenda è più intricata.[//]

Niente da fare, per vedere più lontano bisogna guardare più lontano. E prepararsi. Così ci si attrezza per affrontare fenomeni peraltro macroscopici come il continuo calo delle copie vendute, lo spostamento della pubblicità, in particolare quella locale (classified), molto importante negli Stati Uniti, e soprattutto il calo di rappresentatività, utilità informativa e capacità di aggregazione dei giornali nella società d’oggi. Sempre ad Haaretz Sulzberger dice: "We understand that the newspaper is not the focal point of city life as it was 10 years ago". E così non stupisce che abbiano un team dedicato a studiare gli sviluppi "related to the electronic world – Internet, cellular, whatever comes". Un team di cinque persone, che non sembrano tante per un gigante come il NYT, ma intanto la visione l’hanno chiara.

Non credo si possa dire che tra cinque anni Internet assomiglierà a quello che conosciamo oggi. Intanto perché saranno cambiati i computer, che saranno diventati sempre più "trasparenti", invisibili, nascosti. Tra cinque anni avremo tanta potenza di calcolo in un telefonino di quanta ne abbiamo oggi in un portatile. E quindi chi può dire oggi di preciso cosa e come sarà.

Tra l’altro, ellissi solo apparentemente off-topic, proprio ieri sera l’amico infoservo alter / Luca Galli mi raccontava che Mark Weiser, allora a capo del Computer Science Laboratory dello Xerox PARC, elaborò la visione dello "Ubiquitous Computing" già nei primi anni ’90 (qui su Wikipedia).

Per questo l’affermazione di Sulzberger è doppiamente intrigante. Quando dice "whatever comes", qualsiasi cosa sia necessario usare, dice anche (mia interpretazione) "noi faremo il nostro mestiere, dare la notizia". Che per un editore è un salto quantico. E’ dai tempi del Cluetrain Manifesto che si dice che il business dei media è vendere news, non carta. Sulzberger l’ha capito, e quindi non gli importa sapere dove le notizie vengono consumate. Il problema del "come" toccherà agli esperti risolverlo, e altrettanto dicasi di come farle pagare. Lui afferma che la sua preoccupazione, piuttosto, è assicurarsi che "what we wrote and what we’re about to write is right". Ah, che bella cosa. Un editore che non confonde il giornalismo con l’editoria. Illuminante, no?

(Qui l’intervista su Haaretz, qui l’Ansa, qui una ricerca su Technorati)

UPD Segno due interessanti post: Carlo Felice Dalla Pasqua su Reporters prima qua e aggiorna qua. Dove tra l’altro segnala giustamente il bell’intervento di Alessandro Gilioli.

dottavi

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Journalist, Blogger, Entrepreneur, Advisor. Writing about tech, culture and society since 1991. Formerly contributor at Forbes, Co-founder Blomming.com. Now Partner at Fashion Technology Accelerator.
3 comments
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alberto
alberto

antonio ciao, intanto piacere leggerti anche qua. sì io penso che il modello sia in parte destinato a cambiare, come già è successo / succede con internet. oltre alle relazioni dirette "pago il giornale = compro la news" e "vendo il pubblico agli inserzionisti" sempre più credo si possano immaginare modelli orizzontali in cui l'informazione serve a veicolare e vendere altri servizi, in cross-selling. in parte è già così nell'informazione, per es i libri, ed è molto più visibile nell'industria musicale...

Antonio
Antonio

Veramente, il mestiere degli organi di informazione e - in parte - dei media nell'attuale assetto economico è vendere spettatori/lettori/pubblico agli inserzionisti pubblicitari. Le notizie o i programmi di intrattenimento sono un elemento collaterale, così come il prezzo del giornale, ad esempio è solo una percentuale (minoritaria) del fatturato dell'editore rispetto a quella che deriva dalle inserzioni pubblicitarie. La cosa interessante del cambiamento possibile - a parte quel che dice il Cluetrain Manifesto - è capire se il salto tecnologico prossimo venturo porterà con sé anche un cambiamento di modello economico, oppure si useranno piattaforme diverse (telefonini, computer, qualsiasi cosa venga fuori) per continuare a vendere il pubblico agli inserzionisti pubblicitari.Infine, quando si fanno previsioni a cinque anni (che è un arco di tempo apparentemente limitato), il senso implicito che gli danno quelli

Antonio
Antonio

Infine, quando si fanno previsioni a cinque anni (che è un arco di tempo apparentemente limitato), il senso implicito che gli danno quelli che parlano di tecnologia, finanza e media di solito è di "un lungo periodo". Come dire: tra cinque anni potrà succedere questa X, se niente cambia per cinque anni rispetto al cambiamento che è iniziato adesso. Mentre lo dicono, però, sanno già che non è così...