[Un post speciale dall'amica Alessia Fabbri che, in qualità di guest blogger d'eccezione, ci racconta le sue impressioni di Dubai, raccolte durante un viaggio di lavoro di un mese per UNIMITT - Centro per l'Innovazione e il Trasferimento Tecnologico dell'Università di Milano, in partnership con l'Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie dell'Innovazione. L'occhio di Alessia spazia a 360° e non tralascia nulla. Dai grattacieli più alti del mondo ai carri surriscaldati che trasportano gli operai che li hanno costruiti, dal petrolio agli investimenti forse unici al mondo per costruire una Economia della Conoscenza -ad]
Speculazione, mazzette, prostituzione, sfruttamento e tantissima povertà. Leggendo l’ottimo Dubai Confidential di Sergio Nazzarro durante il volo d’andata mi è venuta un po’ d’ansia. In quarta di copertina dice: “Dubai o l’hai vissuta o non la conosci. Non puoi inventarla”. Io l’ho vissuta poco, la conosco poco, ma provo comunque a raccontarti qualcosa senza inventarmi niente. L’ho trovata una città estrema, del tutto schizofrenica ma anche generosa per chi vuole e sa cogliere le opportunità offerte dal dinamismo di questo ambiente.

Dubai STOP, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata
I primati non riguardano solo azzardi architettonici come il Burj Khalifa, grattacielo più alto tra gli alti, ma si inscrivono in molti aspetti della vita economica e sociale. Lo sviluppo stesso di Dubai, per modalità, tempi e proporzioni, non ha eguali. E’ difficile pensare che dove sorge la città più alta del mondo fino a pochi decenni fa lo skyline era fatto di dune, con insediamenti di pescatori sulla costa e tribù di beduini nomadi nell’interno. Eppure. Prima la scoperta del petrolio. E poi, con grande lungimiranza, quando alla fine degli anni Ottanta è stato chiaro che le risorse di greggio qui si sarebbero esaurite a breve – un problema che non riguarda la vicina Abu Dhabi dove risiede il 10% circa delle risorse mondiali – Dubai ha saputo differenziare rapidamente la propria economia, investendo in servizi finanziari, real estate e infrastrutture, sfruttando la propria posizione geografica per diventare il più grande centro di trading mediorientale e proponendo al turista un cocktail fatto di lusso tutto sommato low-cost, centri commerciali (ognuno con la sua attrazione peculiare, dal mega-acquario del Dubai Mall alla pista da sci del Mall of the Emirates, dove la neve artificiale non manca nemmeno quando la temperatura esterna supera i 50°) e una serie infinita di world biggest.

Dubai Look Up, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata
Ma questo è già storia, in una città-stato in cui la parola d’ordine è Visione (quella che spesso manca alle nostre democrazie). Dieci anni fa il predecessore nonché fratello di Sua Altezza Mohammed bin Rashid Al Maktoum, Primo Ministro, Vice-Presidente degli Emirati Arabi e sovrano di Dubai (ogni volta viene citato con la lista dei titoli) pose come obiettivo strategico per il 2015 la creazione di un’economia della conoscenza. Se già il regime fiscale di Dubai – insieme alla posizione geografica e a un clima, tutto sommato, di tolleranza – rende l’ambiente decisamente competitivo, con l’assenza di imposte e la possibilità di rimpatriare il 100% di capitali e redditi, le zone franche offrono agli stranieri la possibilità di accedere a infrastrutture e servizi di alta qualità per il business set-up a prezzi agevolati, ma soprattutto li sollevano dall’obbligo di avere uno sponsor locale come socio di maggioranza. A partire dai primi anni del secolo Tecom Investments, facente capo alla governativa Dubai Holding (di cui lo sceicco detiene il 99,7%), ha così investito in settori economici basati sulla conoscenza, affiancando alle “storiche” free zones (per lo più per attività di stoccaggio e distribuzione) nuovi business park tematici a elevato valore aggiunto. Tra queste Media City, con oltre 1.200 partner del mondo dei media, Internet City, una dinamica comunità internazionale che ospita circa 850 aziende leader dell’ICT mondiale, e, ultima in ordine di arrivo, Dubiotech (che mi ha ospitato per un mese) nel settore delle biotecnologie, a ribadire la volontà di perseguire obiettivi a lungo termine. Parallelamente, per promuovere lo sviluppo del capitale umano sono stati creati prima Knowledge Village e quindi International Academic City (sì, lo sceicco deve aver chiesto una consulenza alla Marvel per la toponomastica), dove università di tutto il mondo sono invitate a stabilire una propria sede. L’operazione però stenta a decollare, forse perché gli studenti emiratini sono stipendiati dallo Stato fino a dottorato compreso anche quando vogliono studiare all’estero.
E la crisi? Il peggio a Dubai si è sentito a fine 2008, quando è scoppiata la bolla immobiliare e più 300.000 persone sono state rimpatriate. Con tipico spirito menefreghista emiratino chi oggi è ancora a Dubai ti dice semplicemente che ora si sta molto meglio: c’è meno traffico, più taxi per tutti e gli affitti si sono dimezzati. Ma i mercati finanziari internazionali hanno nuovamente tremato con il recente rischio default della holding statale Dubai World, cui è venuto in soccorso il governo di Abu Dhabi con un “dono” di 10 miliardi di dollari. I cantieri di mega-progetti come The World, un arcipelago di 300 isole che disegnano un mappamondo, le due nuove palme – Palm Jebel Ali e Palm Deira – o il parco dei divertimenti, ovviamente il più grande del mondo, Dubailand (qui il suo lancio descritto in un blog che a Dubai è censurato) adesso sono fermi, ma è probabile che, con passo più cauto, i lavori riprendano a breve, e in ogni caso la lista dei progetti in corso fa impallidire quella della città che tra cinque anni ospiterà l’expo universale.

Past and Future, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata
In realtà il futuro di Dubai si gioca soprattutto sulle sfide ambientali. La città sorge in un’area desertica e ha lanciato una sfida al suo ecosistema. Non ci sono fiumi o falde acquifere, e non piove quasi mai: a Dubai l’acqua del rubinetto è acqua di mare desalinizzata da impianti che riversano nell’atmosfera enormi quantità di biossido di carbonio (altro world record: l’impronta di carbonio lasciata in media da ogni abitante di Dubai). Vi sono riserve acquifere solo per una settimana, ma ogni giorno il campo da golf intitolato a Tiger Woods viene irrigato da 18 milioni di litri d’acqua. Il trattamento delle acque reflue e lo smaltimento di rifiuti sono altre questioni irrisolte.
Forse prima di continuare a stupire il mondo con nuove torri di Babele, Dubai dovrebbe investire in ricerca per cercare di risolvere questi problemi: è ciò che si appresta a fare l’EIAST, che sta iniziando a collaborare con l’Università degli Studi di Milano proprio su questi temi.
In ogni caso il consenso verso il monarca assoluto è grande a Dubai. I locals (15% della popolazione) sono riconoscenti alla famiglia Al Maktoum per aver saputo portare quella che fino a pochi anni fa era una nazione di commercianti beduini e pescatori di perle con il tenore di vita di un paese africano a un livello economico e sociale pari a quello di molti paesi occidentali – vedi le statistiche. Non si è mai dato prima nella storia dell’umanità un simile salto nell’arco di una generazione, ma gli effetti del repentino cambiamento di stile di vita non sono sempre positivi: Marco Baccanti, direttore di Dubiotech, racconta per esempio il diffondersi di malattie come il diabete nel suo blog Inside Dubai. Le famiglie locali si sono arricchite investendo in attività di trading e real estate e adesso dispongono di patrimoni tali da permettere investimenti anche a lungo termine: chi avesse una buona idea imprenditoriale indirizzata al mercato del Medio Oriente e la volontà di trasferirsi a Dubai – oltre a ottime capacità relazionali, fondamentali in un paese dove le relazioni personali contano più di ogni altra cosa – non avrebbe difficoltà a trovare qui un finanziatore.
Nonostante l’ambiente cosmopolita e una “modernizzazione” sfrenata sotto molti punti di vista, i locals rimangono legati alle loro tradizioni, che esprimono anche attraverso l’abbigliamento: abaya e minigonne occidentali camminano così fianco a fianco.
Gli expats, la stragrande maggioranza dei quali trascorrono qui pochi anni per poi rientrare nei propri paesi d’origine, sono circa il 25% della popolazione. Il sistema legale basato sulla legge islamica, certi divieti per il comportamento in luoghi pubblici (vedi per esempio), l’esplicita discriminazione salariale a seconda del paese di provenienza, il rimpatrio immediato in caso di perdita del lavoro, eccetera, sono compensati da ottimi livelli salariali, servizi a misura di occidentale e alcune deroghe alle regole della religione islamica. Per esempio si può bere alcool nei ristoranti dei grandi hotel o stare in spiaggia in bikini.

Mubadala LabCorp, Dubiotech, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata
Ultimi nella gerarchia sociale sono gli uomini e le donne dedicati ai lavori più umili, che costituiscono il 60% della popolazione. I workers dei cantieri, cioè coloro che hanno costruito e continuano a costruire Dubai, sono per lo più indiani e pakistani, con stipendi da 250 dollari al mese per 12 e più ore di lavoro quotidiane in condizioni climatiche spesso proibitive. La sera li vedi in fila seduti sul marciapiede, paralizzati dalla stanchezza mentre aspettano gli autobus che li riporteranno nei campi nel deserto, a un’ora dalla città. Fino a pochi anni fa venivano trasportati su carri bestiame ma poi gli expats si lamentarono dicendo che non era un spettacolo molto decoroso, così ora i workers vengono smistati su piccoli autobus di metallo che nel caldo del deserto, senza aria condizionata, sono vere e proprie serre. Il consolato indiano ha denunciato oltre 1.000 decessi per colpi di calore, per sfinimento o per suicidio tra i propri cittadini a Dubai nel solo 2006, prima che le autorità vietassero ai consolati esteri di occuparsi di questi casi. Di questa sottoclasse straniera fanno parte anche le donne impiegate come housemaid, al servizio di famiglie di expats e locals (che arrivano ad averne anche quattro o cinque). Solitamente queste donne – indiane, cingalesi o filippine – lavorano sette giorni su sette, non ricevono lo stipendio (200 dollari al mese) fino al termine del contratto della durata tipica di due anni, e vivono segregate nelle case dei loro padroni. Questi uomini e donne non possono fuggire perché i datori di lavoro prendono in consegna i loro passaporti. Sono schiavi moderni.
Scandalizzarsi è facile. Ma forse dovremmo ammettere che certe forme di schiavismo moderno esistono anche da noi: nelle campagne del Sud, nei cantieri del Nord, o sui marciapiedi delle nostre città.
















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