Archives For May 2010

Tra poco, alle 17:30, ci si trova in Triennale, nell’ambito del Festival delle Libertà Digitali per parlare di Open&Crowd, le marce in più:

Un incontro per raccontare la forza della rete: le persone. La rivoluzione Internet degli ultimi anni deriva dall’ingresso delle persone sulla rete. Ognuno è libero di modificarla, aggiungere pagine, lasciare fotografie e racconti e creare progetti e movimenti. Wikimedia Italia fa raccontare ai protagonisti le loro storie… in cui le persone (la folla, crowd, della rete) hanno dato un contributo determinante.

Sarò tra i panelist per presentare alcune riflessioni a riguardo. Tutte le info in questa pagina.

Storia dai molteplici aspetti esilaranti. Come riporta il Wall Street Journal “Five leading magazine publishers have pitched in on a multimillion-dollar ad campaign touting the “power of print”". “Ooooooh, meta”, commenta sarcastico Asylum For All Mankind. Che non si ferma qui ed elabora la seguente Open Letter to Magazines di risposta. A cui aggiungo gentile preghiera di diffusione, come si suol dire.

Qui sotto la pubblicità originale:

Non sorprende che sia uno dei punti più fotografati di New York: è bellissimo. Almeno l’ingresso, visto che sotto è un normale negozio Apple. Comunque di iPad disponibili non se ne parla – anzi i commessi hanno il tic alla palpebra per il fatto di ripetere la stessa cosa migliaia di volte al giorno. Qui sotto il video della visita all’Apple Store con piccola demo delle principali applicazioni preinstallate sull’iPad. Qualità molto amatoriale ma, ehi, this is supposed to be my weekend of vacation :)

Nintendo

admin —  7 May 2010 — Leave a comment

Per appassionati del gaming. Una infografica sulla storia della Nintendo. By.

Ok questo è un vanity post ma si tratta di un milestone di non secondaria importanza per il sottoscritto. Edelman, la società PR, ha pubblicato la classifica dei mille Twitter account più influenti in ambito tecnologia secondo le analisi svolte con il loro TweetLevel e – guess what? – ci sono anche io. Siamo solo in cinque italiani, come ribadisce il post sul blog italiano di Edelman ripreso anche da Wired.it e devo ammettere che mi fa molto piacere. Anche perché si aggiunge a un Twitter Grader ormai a 100. Uau.

Devo ringraziare pubblicamente Davide “Folletto” Casali, che ha partecipato alla traduzione di Twitter, per aver fatto il mio nome ai tempi dell’apertura della versione italiana, il che mi è valso l’inclusione tra gli utenti che vengono segnalati a chi apre un nuovo account. Da quel momento il numero dei miei  follower è schizzato in alto. Però – e lo conferma la complessità dell’algoritmo che vedete qui sotto sembra confermarlo, da valutare con la legenda che si trova nell’articolo citato – non conta solo questo: ho il personale piacere di aver stabilito una relazione stabile con una community che frequenta quell’ambiente, che ritiene utili e interessanti le mie segnalazioni.

Better Software sembra aver davvero catalizzato le migliori energie italiane in ambito sviluppo applicativo – o quanto meno le più agguerrite. Last but not least, come si usa dire, chiuderà i lavori Luca Mearelli con uno speech dal titolo WorseSoftware: errori e orrori nel business del software. Mi lega a Luca una storia particolare: quando nel 2007 si cercava di stimolare l’interesse sul tema del Web 2.0 – vedi per esempio – l’ho scoperto in Rete con uno suo piccolo esercizio di stile: aveva infatti realizzato un word-processor online, accessibile via web. Solo da pochi mesi erano online esempi americani simili: ajaxWrite e Writely, poi comprato da Google e diventato Google Docs. Luca non ha venduto per qualche milione di dollari, ma è poi diventato chief architect di Kiaraservice, la prima suite di fatturazione e amministrazione per professionisti offerta in modalità SaaS. In questa pagina alcuni esempi di come funziona.

KiaraService

KiaraService

E’ novità recente l’accordo fatto con SuperSaaS, che offre un servizio per ricevere prenotazioni e registrare appuntamenti via web 24 ore su 24. Facilmente integrabile grazie al modello Software as a Service – se ce ne fosse stato bisogno, una prova in più della sua efficacia, che permette addirittura di creare offerte di prodotto integrate tra aziende distanti.

In un segmento di mercato da 16 miliardi di dollari, in effetti, 125 milioni sembrano proprio pochi. E se si tratta di Enterprise Storage, per di più, le dimensioni contano. Ma sembra essere solo questo il problema di Compellent, almeno stando ai commenti più che positivi dei clienti. “They deliver what they say” o “They really follow your needs” è il tono delle testimonianze raccolte al caffé durante il C-Drive. Ne abbiamo parlato con Phil Soran, CEO di Compellent, nell’intervista video che trovate dopo il salto.

I 125 milioni rappresentano i risultati 2009 dell’azienda di Minneapolis, in crescita del 38% rispetto all’anno precedente, a fronte di una contrazione del settore delle Storage Area Network del 5%. Diminuzione quest’ultima che sembra però essere solo temporanea, visto che le esigenze di storage  proiettano nei prossimi anni una crescita esponenziale, come nella slide sotto:

Compellent si sta affermando per una soluzione tecnologica interessante: un approccio che ha, diciamo così, virtualizzato file system, protocolli di comunicazione, formati dei dati, eccetera, in modo tale da poter gestire in modo uniforme ogni possibile configurazione di dischi. Man mano che diventano meno prioritari, i dati si spostano così automaticamente – per questo Fluid Data – dalle batterie di prima risposta, composte di dischi veloci e costosi come quelli in Fibre Channel, verso quelli più lenti ed economici, per esempio in tecnologia SATA. Il tutto in maniera automatica e trasparente, completamente gestita dal sistema. Una peculiarità che, a sentire clienti e partner, stacca nettamente la concorrenza. E non è l’unica.

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Questa è una segnalazione che volevo fare da un po’: Kapipal è un progetto tutto italiano di Crowdfunding, realizzato da Alberto Falossi. Un giovane serial entrepreneur, come si usa dire: qui la sua bio. Ha parlato di questi temi poco fa a Better Software (vedi la sintesi del suo intervento) e, da quanto mi è riuscito di leggere su Twitter (dopo il salto gli aggiornamenti live), sembra aver riscosso notevole interesse. Ha segnalato tra l’altro tre iniziative di crowdfunding per aziende: Grow VC, Kachingle e Flattr. Aggiungerei anche l’italiano Prestiamoci.it, benché rivolto alla famiglia. La prospettiva dell’Economia P2P si fa all’improvviso molto più vicina.

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Quanto stanno crescendo le necessità di storage aziendale, e come? In che modo le tecnologie stanno affrontando le richieste di gestione dei dati? Come si possono salvare grandi quantità di informazioni in maniera distriibuita, attraverso la Rete? Queste le curiosità principali che mi sono venute quando ho ricevuto l’invito da Compellent al loro evento annuale, dal nome particolarmente fortunato: C-Drive.

A Minneapolis, Minnesota, in quattro giorni di evento si incontrano partner, clienti e rivenditori, tra cui l’italiana Cinetica di Enrico Signoretti (qui il suo Twitter) che sul blog dell’azienda riassume le principali novità tecniche emerse nella giornata di ieri. Fabio Rapposelli, sempre di Cinetica, riassume alcune caratteristiche tecniche del prodotto principale di Compellent, Storage Center, in altri due post: parte 1 e parte 2.

Compellent offre una soluzione di Storage Area Network (vedi su Wikipedia) basata su un approccio che fa di scalabilità, estensione e completezza delle capacità di gestione il punto di forza. Forse per questo Phil Soran, il CEO, nel suo discorso di apertura ha parlato di Era di Facebook. Come riporta The Register:

The world has transitioned from a manufacturing-focused to a service-focused and then to a digital-focused economy – a “data” economy. With everything becoming digital there is a flood of data: “It’s only taken four years for Facebook to have 400 million pages”.

E in futuro quantità e velocità di produzione dei dati, è ovvio, possono solo aumentare.

Lo dice Frieda Brioschi, che di Wikimedia è la rappresentante del chapter italiano:

La notizia praticamente non è arrivata in Italia ma ha fatto molto scalpore oltre oceano: Larry Sanger, co-fondatore di Wikipedia e creatore di Citizendium, ha denunciato Wikimedia all’FBI asserendo che su Wikimedia Commons venivano ospitate immagini di pornografia infantile, violando così le leggi statunitensi in materia di pedofilia. Trovate gran parte della vicenda (inclusi i commenti di Mike Godwin, Legal Counselor di Wikimedia Foundation) qui.

Ne parlo oggi perché questa sgradevole vicenda ha uno strascico ancor più spiacevole: è stata riesumata una vicenda di un paio d’anni fa, che voleva Erik Möller, deputy Executive Director di Wikimedia Foundation, difensore della pedofilia. Erik ha scritto stamattina un lungo post sulla sua vicenda personale, raccontando l’intera storia, da dove nascevano i pettegolezzi, il supporto dei colleghi e del datore di lavoro, come la sta vivendo lui e cerca di astrarre fino a fare una microriflessione sulla “diffamazione 2.0″; vi consiglio di leggerlo.

Riporto “as is”, ma segnalo la lezione di trasparenza.

Ho incontrato Stefano Sanna per la prima volta a Frontiers of Interactions 2007. Il suo intervento mi aveva colpito, come ho scritto qua. Qualche chiacchiera veloce, poi ci siamo un po’ seguiti online, ma niente di più. Fino a una sera, in Skype: “Alberto!”. E mi manda un file. Questo:

Era il numero di Aprile 1996 di PC Magazine. Io, tra le varie cose, curavo la rubrica OS/2, e avevo recensito la Zona OS/2 che lui curava su Bronto Server, il sito del suo amico Marco Marongiu (che ora lavora a Opera Software, a Oslo), senza ovviamente conoscerli affatto. Altrettanto per loro, che si sono trovati sul giornale in modo del tutto inaspettato. Quella sera su Skype Stefano mi ha raccontato che effetto gli aveva fatto la sorpresa ai tempi, che energia gli aveva dato. Non vi dico io mentre lo diceva, e il piacere di scoprire che una piccola cosa fatta tempo addietro era servita a qualcosa.

Ora Stefano (scheda sintetica) è un riconosciuto professionista, esperto di sviluppo mobile. Sua la Divina Commedia per iPhone, che è stata per lungo tempo l’applicazione italiana più scaricata. A Better Software, il 5 Maggio, aprirà le danze con uno speech dal titolo Application Store Potenzialità e trappole, che ci racconta qui.

Eccomi qui a raccontarti dell’intervento che faro’ a Better Software la settimana prossima. Come mi hai raccomandato, scrivero’ queste note molto informalmente, come se ti stessi raccontando l’intervento mentre stiamo andando a Firenze alla conferenza. Non ti nascondo che scriverti per raccontarti un mio lavoro, 15 anni dopo la prima volta, mi riempie di emozione. E ti assicuro che non sono parole dette a caso [Altrettanto, Stefano. Io di parole non ne ho proprio più :D ndr].

Il mio intervento si intitola Application store, potenzialità e trappole e vuole dare il punto di vista dello sviluppatore a proposito di fenomeni come App Store e Android Market. Il web è pieno di autorevoli analisi, commenti e statistiche che studiano e decifrano (o cercano di decifrare) l’enorme successo della rivoluzione introdotta con la seconda generazione di iPhone. Si tratta spesso di statistiche complessive (sono state scaricate N miliardi di applicazioni), oppure frutto di sondaggi presso gli utenti oppure ancora casi di successo eclatante. Normalmente chi parla è un analista, mentre gli sviluppatori sono dietro le quinte. Io sono sviluppatore al 100%, come tempo e come animo, e nel mio intervento presenterò la mia esperienza diretta e quella di altri due sviluppatori di successo italiani. Parlerò, dunque, di gente di casa nostra, con dati di prima mano, mostrando con entustiamo risultati apprezzabili ma sottolineando anche la delusione per cio’ che non e’ accaduto. Ovviamente non ho la ricetta magica per fare milioni di euro sugli application store: non mostro trucchi ne’ prevedo il futuro. Se così fosse avrei ben altra qualita’ di vita! Parlo della realta’, della cruda realta’ :)

Andiamo per ordine. Continue Reading…

[Un post speciale dall'amica Alessia Fabbri che, in qualità di guest blogger d'eccezione, ci racconta le sue impressioni di Dubai, raccolte durante un viaggio di lavoro di un mese per UNIMITT - Centro per l'Innovazione e il Trasferimento Tecnologico dell'Università di Milano, in partnership con l'Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie dell'Innovazione. L'occhio di Alessia spazia a 360° e non tralascia nulla. Dai grattacieli più alti del mondo ai carri surriscaldati che trasportano gli operai che li hanno costruiti, dal petrolio agli investimenti forse unici al mondo per costruire una Economia della Conoscenza -ad]

Speculazione, mazzette, prostituzione, sfruttamento e tantissima povertà. Leggendo l’ottimo Dubai Confidential di Sergio Nazzarro durante il volo d’andata mi è venuta un po’ d’ansia. In quarta di copertina dice: “Dubai o l’hai vissuta o non la conosci. Non puoi inventarla”. Io l’ho vissuta poco, la conosco poco, ma provo comunque a raccontarti qualcosa senza inventarmi niente. L’ho trovata una città estrema, del tutto schizofrenica ma anche generosa per chi vuole e sa cogliere le opportunità offerte dal dinamismo di questo ambiente.

Dubai, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

Dubai STOP, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

I primati non riguardano solo azzardi architettonici come il Burj Khalifa,  grattacielo più alto tra gli alti, ma si inscrivono in molti aspetti della vita economica e sociale. Lo sviluppo stesso di Dubai, per modalità, tempi e proporzioni, non ha eguali. E’ difficile pensare che dove sorge la città più alta del mondo fino a pochi decenni fa lo skyline era fatto di dune, con insediamenti di pescatori sulla costa e tribù di beduini nomadi nell’interno. Eppure. Prima la scoperta del petrolio. E poi, con grande lungimiranza, quando alla fine degli anni Ottanta è stato chiaro che le risorse di greggio qui si sarebbero esaurite a breve – un problema che non riguarda la vicina Abu Dhabi dove risiede il 10% circa delle risorse mondiali – Dubai ha saputo differenziare rapidamente la propria economia, investendo in servizi finanziari, real estate e infrastrutture, sfruttando la propria posizione geografica per diventare il più grande centro di trading mediorientale e proponendo al turista un cocktail fatto di lusso tutto sommato low-cost, centri commerciali (ognuno con la sua attrazione peculiare, dal mega-acquario del Dubai Mall alla pista da sci del Mall of the Emirates, dove la neve artificiale non manca nemmeno quando la temperatura esterna supera i 50°) e una serie infinita di world biggest.

Dubai, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

Dubai Look Up, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

Ma questo è già storia, in una città-stato in cui la parola d’ordine è Visione (quella che spesso manca alle nostre democrazie). Dieci anni fa il predecessore nonché fratello di Sua Altezza Mohammed bin Rashid Al Maktoum, Primo Ministro, Vice-Presidente degli Emirati Arabi e sovrano di Dubai (ogni volta viene citato con la lista dei titoli) pose come obiettivo strategico per il 2015 la creazione di un’economia della conoscenza. Se già il regime fiscale di Dubai – insieme alla posizione geografica e a un clima, tutto sommato, di tolleranza – rende l’ambiente decisamente competitivo, con l’assenza di imposte e la possibilità di rimpatriare il 100% di capitali e redditi, le zone franche offrono agli stranieri la possibilità di accedere a infrastrutture e servizi di alta qualità per il business set-up a prezzi agevolati, ma soprattutto li sollevano dall’obbligo di avere uno sponsor locale come socio di maggioranza. A partire dai primi anni del secolo Tecom Investments, facente capo alla governativa Dubai Holding (di cui lo sceicco detiene il 99,7%), ha così investito in settori economici basati sulla conoscenza, affiancando alle “storiche” free zones (per lo più per attività di stoccaggio e distribuzione) nuovi business park tematici a elevato valore aggiunto. Tra queste Media City, con oltre 1.200 partner del mondo dei media, Internet City, una dinamica comunità internazionale che ospita circa 850 aziende leader dell’ICT mondiale, e, ultima in ordine di arrivo, Dubiotech (che mi ha ospitato per un mese) nel settore delle biotecnologie, a ribadire la volontà di perseguire obiettivi a lungo termine. Parallelamente, per promuovere lo sviluppo del capitale umano sono stati creati prima Knowledge Village e quindi International Academic City (sì, lo sceicco deve aver chiesto una consulenza alla Marvel per la toponomastica), dove università di tutto il mondo sono invitate a stabilire una propria sede. L’operazione però stenta a decollare, forse perché gli studenti emiratini sono stipendiati dallo Stato fino a dottorato compreso anche quando vogliono studiare all’estero.

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