Articles Archive for January 2010
Books and History »
[Raccontato su FriendFeed: per infortunio al polso destro il blog è rallentato. Gli aggiornamenti continuano su Twitter -ad]
Causa quanto sopra mi è capitato di fare un giro in una cantina di famiglia e ritrovare quel che vedete qui sotto. Per i più giovani: no, non è un CD in fibra di carbonio, poteva registrare un massimo di 512KB e sì, è proprio la prima versione di Windows. La 3.0 è del 1990. Ora la curiosità è trovare un drive e installarlo.
PS Fa bene il paio con la Piccola storia dell’informatica per dischetti.

Hardware and Gadget, News »
L’Apple iPad sembra fantastico. Qui il sito ufficiale, sotto il video.
Architecture and Design, Books and History, Data and Analysis, Disruptive Innovations, Experience and Interface, Hardware and Gadget »
Ho avuto il piacere di ricevere una richiesta di intervista (scritta) da Innovation Café, altra iniziativa Telecom Italia collegata a Next Open Innovation. Consegnata da poco, mi hanno detto che la pubblicheranno a febbraio. Ci tengo però a segnalarla ora (dopo il salto), prima degli annunci Apple attesi per mercoledì 27, giusto per una scommessa con me stesso. Le indiscrezioni parlano di iCloud, un sistema per mettere la propria musica in Rete in modo che sia sempre accessibile, e di un possibile tablet. Nel primo caso buona idea, ci sta lavorando anche una giovane start-up italiana, Audiobox.fm, segnalata da uno dei fondatori, Claudio Poli con cui abbiamo avuto una piacevole chiacchierata in mail – approfondimenti in futuro.
Quel che più o meno tutti si aspettano però è un tablet. Una sorta di super-iPhone da 10 pollici, o qualcosa di simile. Microsoft ha messo la bandiera sul nome Slate poco tempo fa. Insomma la mia scommessa è che Apple un tablet lo presenterà, e cambierà di nuovo le regole del gioco. Io mi immagino un sistema semi-chiuso, come l’iPhone, e l’estensione di iTunes a più contenuti digitali a pagamento, video e libri in primis, per non parlare di possibile interazione wireless con computer o anche le nuove tv recentemente presentate al CES. Io mi immagino che si potranno comprare video, film, podcast, corsi on-line dal tablet, e poi proiettarli in tv. Una macchina da salotto. Un super-telecomando. E guarda caso proprio ciò a cui i produttori di televisori non hanno mai badato. Insomma penso si possa iniziare a reinventare l’esperienza della televisione.
Lo stesso dicasi per i libri. Ci vedo bene la morte del Kindle di Amazon e di tutti gli e-book reader, non perché non siano interessanti ma perché si rivolgono a un pubblico di nicchia e perché storicamente le macchine dedicate hanno sempre perso contro quelle generali (concetto che risale, tutto sommato, a Turing). Il che è coerente anche con le tardive mosse di Amazon di aprire il Kindle agli sviluppatori e, pochi giorni fa, di alzare le royalty per gli editori al 70%. Troppo tardi, imho. Anche perché che noia i libri da leggere. Su un dispositivo così si possono immaginare libri di natura completamente nuova. Per esempio con i video dentro.
Magari mi sbaglio, eh, però di solito funziona così: It’s the software, as always. E i prodotti Apple sono oggi ottimo software incastonato dentro ottimo hardware. Chiuso, certo. Ma chi l’ha detto che Internet e i contenuti devono essere gratis?
Segue l’intervista sul più generale tema dell’innovazione, anche italiana, con pillola video finale.
Academy and Students, Future Studies »
Qualche tempo fa Stefano Rocco, direttore di Wired.it (il sito, per chiarire), ha chiesto a me e altri in Rete un paio di domande da fare a Nicholas Negroponte, in occasione della sua visita in Italia. Visto che l’occasione era la già discussa candidatura di Internet al Nobel per la Pace, una delle due domande che ho proposto è stata: “Uno dei progetti resi recentemente disponibili dal MIT Media Lab è Scratch, un linguaggio di programmazione per bambini dagli otto anni in su. Qual è il suo significato? Ha una relazione con progetti di innovazione sociale come l’Olpc?”
Non so se gli è stata proposta, né la risposta. Ma so che Scratch (qui qualche informazione di background) ha preso la copertina di uno degli ultimi numeri del mensile dell’Association for Computing Machinery. Qui l’abstract, fulminante:
“Digital fluency” should mean designing, creating and remixing, not just browsing, chatting and interacting
Non saprei come tradurre fluency se non con padronanza. L’articolo racconta la storia di una ragazza di 12 anni, che si è appassionata al sistema tanto da realizzare una animazione stile fumetto manga. Gli utenti del sito (cioè altri bambini, oltre a qualche adulto) si sono appassionati, le hanno fatto domande, così lei ha realizzato un tutorial per insegnare agli altri come aveva fatto. E siccome le hanno fatto anche i complimenti sul personaggio disegnato, ha realizzato un tutorial anche su come disegnare i manga.
Essere appassionati utenti degli strumenti digitali non basta. Saper navigare in Rete, chattare, interagire, non basta. Padroneggiare le tecnologie, saperle domare, usarle per l’educazione o qualsiasi altra cosa vuol dire fare.
Hardware and Gadget, Shopping, Technologies »
[Ho ricevuto la proposta di valutazione di un multifunzione HP dalle PR dell'azienda, perché questa linea di prodotti, così mi hanno detto, si rivolge a professionisti e agenzie di "creativi". Ho girato l'idea a Fabio che lo sta valutando. Per ora un'anteprima. -ad]
Come introdotto da Alberto, ho ricevuto nei giorni scorsi la stampante HP Officejet Pro 8500 All-in-One wireless e ne faccio ora una breve preview prima di passare a una recensione completa.
I punti di forza dichiarati da HP sono (a parte la qualità dell’immagine, naturalmente) un notevole risparmio -fino al 50% dicono- nei consumi di stampa ed energetici (4 prodotti in uno sono tre periferiche in meno da alimentare), la condivisione wireless fino a un massimo di 10 utenti e funzioni fax, scanner e copia. Da evidenziare anche la presenza di menù touchscreen.
Nella confezione troviamo la stampante – beh, ci mancherebbe no? :) – un set di cartucce, manuali, alimentatore, cavo necessario per il collegamento alla linea telefonica e vari (tanti) adattatori per l’alimentazione. L’unica cosa che manca è il cavo usb -nel caso volessimo collegare la stampante direttamente al computer-. E, naturalmente, è presente un dvd con i driver e il pacchetto software HP.
La procedura di installazione è stata semplice e piuttosto veloce. Tolta la stampante dall’imballaggio (praticamente la parte più “difficile” è stata togliere i vari adesivi protettivi), inserite le cartucce (sportelli della massima comodità di apertura e inserimento) e la carta, ho proceduto con l’installazione vera e propria della stampante. Finite le procedure di calibrazione (una ventina di minuti circa), ho potuto accedere al menu touchscreen per dare le impostazioni principali e selezionare la rete wireless di casa (felice di non aggiungere l’ennesimo cavo alla giungla del mio -piccolo- studio). Pochi e intuitivi passaggi -comunque è tutto spiegato su manuale in caso di bisogno- e la stampante era collegata alla rete wireless e visibile dal mio Mac. Da dvd ho installato l’intero pacchetto software e la stampante era pronta all’uso.
Ho fatto qualche prova al volo di stampa e scansione. L’impatto è positivo, ma di tutti i risultati in merito ne parlerò nella recensione completa che scriverò a test ultimati. Il fax devo ancora provarlo perché -potrà sembrare assurdo- non ne ho mai usato uno in vita mia.. E’ l’occasione giusta :)
News, Politics (and) Transitions »
Sir Tim Berners-Lee l’aveva detto qui e ha convinto Gordon Brown, prime minister inglese: bisogna aprire l’accesso ai dati, soprattutto quelli della Pubblica Amministrazione. In questa intervista alla BBC ora afferma: “I dati pubblici sono qualcosa su cui abbiamo già speso del denaro… lasciarli sulla scrivania di qualche ufficio è uno spreco”. L’hanno fatto, su Data.gov.uk: “Government are opening up data for reuse. This site seeks to give a way into the wealth of government data and is under constant development. We want to work with you to make it better. We’re very aware that there are more people like you outside of government who have the skills and abilities to make wonderful things out of public data. These are our first steps in building a collaborative relationship with you”.
Academy and Students, Architecture and Design, Experience and Interface, News »
Alcune novità per il Webdesign International Festival, di cui ho già parlato (e di cui Infoservi è Social Media Parter). Rinnovato il sito (al link sopra), definito il programma (che trovate sotto), e la location: sarà presso NABA – Nuova Accademia di Belle Arti, dove insegno. Una piacevole coincidenza.
2.0, Facebook and Social Networking, Services, Startup Italy »
Si era già parlato di questa applicazione online in questo articolo relativo allo Start-up Hack di Torino, dove è stata premiata come miglior progetto del contest (qui il resoconto dell’evento).
We-sport è un interessante servizio definibile come un social network pensato per gli sportivi. Il sistema è molto semplice, chiaro ed efficace. In sostanza il suo scopo è quello di far incontrare gli utenti all’interno del network, per raccontare le proprie attività sportive così da poterle condividere incontrandosi anche nella vita reale. Come? E’ molto semplice, come detto.
Come ogni applicazione, ci viene richiesta una registrazione (gratuita) e di compilare il nostro profilo. A parte le solite informazioni base, il focus di questo network è basato sullo sport e sulle attività sportive che l’utente svolge. Ci viene quindi chiesto di indicare i luoghi e gli orari dove pratichiamo le nostre attività e, ovviamente, la disciplina (o discipline) praticata. In questo modo è possibile individuare nel network gli altri utenti che attorno a noi, o nei luoghi da noi stessi frequentati (ad esempio il parco del paese dove andiamo a fare jogging la sera), praticano le stesse attività sportive. E’ disponibile un elenco dei nomi degli utenti e le loro informazioni e una mappa con dei tag per individuarli graficamente. In questo modo è facile intuire come si possano contattare gli utenti e incontrarsi nella realtà, nei luoghi frequentati per l’allenamento, per svolgere insieme l’attività (accordarsi su luogo d’incontro, orario…). E’ inoltre possibile creare degli eventi, visibili anche loro sulla mappa attraverso un tag di colore diverso, per organizzare occasioni particolari o pubblicizzare un evento sportivo (ad esempio un torneo, un raduno, un allenamento collettivo…).
Trovo molto interessante il fatto che questo (social) network concentri l’attenzione sul dare la possibilità agli utenti di trovarsi all’interno dell’applicazione virtuale con lo scopo di incontrarsi poi nella vita reale e condividere insieme l’attività sportiva. Un bell’esempio a mio avviso di come le applicazioni virtuali possano diventare (e diventano) sempre più vicine e parallele alla vita reale delle persone. E così il network di amici virtuali trova il suo preciso scopo nel favorire l’incontro reale, nel contesto dell’attività sportiva.
Dal punto di vista della salute fisica, diventa certamente un ottimo stimolo a praticare sport trovando persone con cui svolgere insieme il nostro allenamento. Pensate a quante volte con gli amici non si riesce a organizzare una partita a calcetto per mancanza di giocatori, o quante volte si comincia ad allenarsi a casa propria e si abbandona per noia. Oppure a quante volte si va a fare jogging al parco e si incontrano-incrociano le stesse persone innumerevoli volte senza magari scambiarsi mai una parola.
Sulla home page del sito c’è lo slogan “Noi lo facciamo insieme!”. Mica male come possibilità, non trovate?
2.0, Digital Cultures, Disruptive Innovations, Events and Reports, Experience and Interface, News, YouTube, Cinema, TV »
Giovedì notte, o, meglio, dovrei dire venerdì notte (erano le 00:01 in effetti) ho finalmente assistito alla prima italiana di Avatar . Delle principali caratteristiche dal punto di vista tecnico ha parlato Alberto qui dopo l’ante-prima per la stampa, illustrando quali sono le innovazione introdotte da James Cameron nella realizzazione di questo kolossal.
Volevo solo aggiungere alcune considerazioni sul film. Dal punto di vista estetico, sono convinto di poter affermare che Avatar abbia davvero aperto la porta su una nuova era del cinema. Il livello di coinvolgimento e immersione visiva, accentuato sicuramente dalle fantas(cien)tiche ambientazioni del film (dai panorami del pianeta Pandora al livello di dettaglio e realisticità delle creature e dei Na’vi - in particolare della naturelezza delle loro espressioni facciali-).
Dal punto di vista della trama, non sono d’accordo con quelli che non la considerano nulla di (troppo) degno di nota e sottolineano il film solo dal punto di vista degli effetti speciali e delle innovazioni tecniche che comporta. Certo, è una trama funzionale al tipo di film, ovvero un film di azione e di effetti speciali (due caratteristiche che vanno a braccetto da sempre) rivolto alla massa. Non è la più originale delle trame (si tratta, come ha detto Cameron stesso, di “una guerra di civiltà”) ma quanti film sono davvero originali? E cosa significa originale?
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Secondo me il film affronta dei temi sostanziali sui concetti di avatar, mondi virtuali e la relazione-interazione dell’uomo(reale) con essi. Io penso che visto nell’ottica del grande kolossal, del film fatto per la massa, il suo valore diventa quindi immenso non più solo per le innovazioni tecniche e l’estetica che introduce nel cinema ma anche per come amalgama temi molto profondi a una storia che vuole evitare le lunghe disquisizioni filosofiche a cui si era assistiti ad esempio vedendo Matrix (cosa che ok, farà certo gioire i critici ma magari storcere il naso ai più che di certi temi magari non hanno mai sentito parlare -a prescindere che Matrix resta comunque un altro capolavoro assoluto-).
Avatar non è il primo film ad affrontare i temi trattati, ma unito alle innovazioni tecniche di cui appena detto, penso che se non altro fra un po’ di anni verrà ricordato come viene ricordato oggi quel primo “insignificante” treno che correva verso la macchina da presa facendo fuggire le persone dalle sale, convinte che stesse per uscire dallo schermo e piombar loro addosso. Interessante a mio avviso che questa volta succede “davvero”: le immagini escono dallo schermo e ci piombano addosso -senza travolgerci fisicamente, d’accordo :)
E’ questo il passo avanti del cinema: le immagini vengono verso di noi, fuori dallo schermo, e noi andiamo un po’ di più verso(dentro) a esse.
Che è poi il tema vero (la metafora), a mio avviso, di questo gran prodotto hollywoodiano: uomo reale e ambiente virtuale. Come non riconoscersi nel protagonista Jack Sully (Sam Worthington) quando pur di entrare nel suo avatar e restare nel mondo di Pandora insieme ai Na’vi -il popolo indigeno che lo abita- comincia a trascurare ogni altro aspetto della sua vita come farsi la barba, cambiare abiti, bere e mangiare (ovviamente il tutto è ironicamente forzato -ma neanche troppo-)… E la dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver) appare come una mamma severa ma comprensiva che deve star dietro al ragazzino che non vuole proprio staccarsi da Internet o dal suo videogioco preferito.. Per non parlare poi di tutto il tema delle connessioni neurali: fra uomini e avatar / fra i Na’vi e Pandora (come una grande rete neurale), una metafora di mondo reale/mondo virtuale. E qui poi ogni altro parallelismo o metafora sono benvenuti: la guerra fra esseri umani e Na’vi si può leggere in tanti modi a mio avviso tutti in parte giusti. Grandi temi odierni come in-tolleranza/integrazione fra civiltà, la guerra, il dibattito aperto sul rapporto uomo-tecnologie… Insomma, tante cose.
A mio avviso un film, per essere un grande film e per avere una storia definibile “profonda”, non deve necessariamente essere intriso di dialoghi o riflessioni complesse comprensibili/accessibili ai pochi. Secondo il mio modesto parere, Avatar è un film che riesce a mescolare temi molto profondi e attuali a una favola di semplice lettura (è pur sempre un kolossal rivolto a tutti, ricordiamolo) e per me in grado di regalare momenti unici grazie a un impatto visivo senza precedenti (vi consiglio: guardatelo in 3D, non ha senso vederlo in altro modo, non al cinema almeno) di cui siamo i primi fortunati fruitori.
Pazienza se l’IMAX 3D (qui un video dimostrativo del 2006) deve ancora arrivare in Italia, arriverà e ci abitueremo anche a questa nuova estetica, ma io penso che le emozioni e la sensazione di immersione che possiamo provare guardando questa pellicola in 3D, sia paragonabile a quello che devono aver provato i primi fruitori di un film sonoro o a colori.
Forse esagero? Sarà, ma con film e innovazioni come questi ci si divide sempre fra scettici, critici ed entusiasti. Ricordo solo che l’avvento del sonoro fu a suo tempo visto da alcuni con indifferenza, da altri con entusiasmo, da altri ancora con avversione e anche sul tema della storia e della fruizione c’era chi percepiva che non apportasse alcun valore aggiunto a un film se non addirittura gliene togliesse. Stessa cosa per gli effetti digitali. E così via.
Io appartengo agli entusiasti e penso che Avatar ci faccia entrare veramente in un altro mondo. Sia visivo che narrativo, e la sua grandezza sta proprio in questa perfetta unione (connessione?) che ci fa vivere l’esperienza cinematografica e non più solo guardarla.
Se non altro, ha di certo fatto entrare il cinema in una nuova era.
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Academy and Students, Art and Creativity, Interviews and Encounters, Marketing and Media »
Qualche tempo fa, a Milano, si è tenuto Nice To Meet U, evento organizzato da Ustation, network di media universitari. Ospite particolare Linus, direttore artistico di Radio Deejay. Interessanti le sue opinioni e il suo uso della Rete, molto competenti ed equilibrate: né entusiasmo né scetticismo, ma una visione lucida di problemi e opportunità. Ha cominciato raccontando quanto sia pesante l’infrastruttura della radio, che rappresenta quasi l’80% dei costi, dedicati a gestire i 4/500 ripetitori e il satellite che li collega. Ed è proprio questo a costringere le radio ad appiattirsi sul “commerciale”. “Non vedo l’ora che accada il passaggio su Internet, che potrà abbattere questi costi”, ha affermato, anche perché il passaggio delle radio sul Web permetterebbe la nascita di tante radio alternative, a cui ha attributito un valore culturalmente pari a quello di una radio professionale, fatte le debite proporzioni.
Se questi i lati positivi (“Credo il Podcast sia la cosa più bella in assoluto”, ha anche detto), non si nasconde le difficoltà, specie di fronte alla sfida del Web moderno, quello sociale: “Internet ha fatto sentire molto la presenza del pubblico. Nello stesso tempo, quando sviluppi un’azione con una componente artistica non devi lasciarti influenzare più di tanto dagli input del pubblico. Il problema con la massa è che tende a ripetere cliché”. Quindi dialogo sì, ma nel rispetto delle reciproche posizioni e cum grano salis: “Il mio blog viene letto da 3/4.000 persone, ogni giorno, e riceve 40/50 commenti. Spesso sono molto positivi, ma non penso che quella sia la verità”.
Insomma molto interessante: le parole critiche, per me, hanno un valore doppio se vengono da chi conosce e usa ciò di cui parla. Non è un caso, evidentemente, se tra i buoni propositi per il 2010 mette “Rivoltare come un calzino la radio”.
Qui sotto il video della prima parte del suo intervento, a questi link le altre: seconda e terza. Il suo blog si trova a questo indirizzo.





















