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Nokia, il futuro è Internet

dottavi —  29 November 2006 — 3 Comments

RAI Congress CenterSono ad Amsterdam per il Nokia World. Un’opportunità derivata dalla nuova rubrica di personal technology settimanale che tengo sul Secolo XIX, dove lunedì prossimo parlerò di argomenti più ameni: nuovi cellulari, i film sulla schedina per il cellulare, eccetera. Eccone qui la trascrizione. In più ho raccolto un sacco di osservazioni interessanti – a partire dall’affermazione forte del titolo, fatta dal president & CEO Olli-Pekka Kallasvuo – che non posso non appuntare qui. L’idea del Web 2.0 sui cellulari è affascinante.

Olli-Pekka Kallasvuo – chiamato familiarmente OPK – si presenta sul palco senza cravatta. Non ha l’aria del manager aggressivo, potrebbe stare bene con una camicia di flanella a quadrotti rossi e neri, o con gli stivaloni da pesca. Ma quando inizia a parlare l’impressione iniziale un po’ dimessa cambia radicalmente. Fa affermazioni puntute, dà dati, usa poco “marketing jargon”. Inizia parlando di “speed and chance”, e si riferisce a Internet. «Mobility and the Internet», per la precisione, che lui vede «coming together», e vuole che sia Nokia «the company to merge the two».

Poi, vabe’, esagera, dicendo «we are committed to bring Internet to the next billion of people». Lo dice in realtà sulla base delle incredibili previsioni di sviluppo dei mobile, per esempio quelle per cui ritengono che la cifra di tre miliardi di abbonati verrà raggiunta già nel 2007, anziché nel 2008 come affermato in precedenza. E metà dei nuovi abbonati verranno dagli emerging markets come Cina e India. Kallasvuo afferma anche che 15 persone acquistano un cellulare ogni secondo, ma che molti di questi sono mercato di sostituzione («80% nel 2010»). Buon motivo quindi per potenziare i terminali, e riempirli di funzioni. Uso “terminali” anche se è un termine un po’ desueto, però più corto di quello che usano loro: “mobile multimedia computer”. Non parlano quasi di “phones”, telefoni.

Comunque sono smart, non c’è niente da fare. OPK dice che le persone «are discovering personal ways of using mobiles. Communities are discovering new way to interact on the Internet». E quindi quello che vogliono fare è fornire il modo per far sì che sia possibile partecipare «in on-line communites from the mobile phones». Eh.

Alla mobile tv ha solo accennato, il che mi conforta, mentre si è soffermato molto sull’acquisizione di Loudeye (googlando è uscita questa news su Html.it). L’ha definita una “music recommenders community”, e ha detto che è coinvolto (sorry non ho capito come) anche David Bowie: «forse per i più giovani non vorrà dire molto, ma per quelli come me è un eroe». :)

Alla fine della mattinata, e prima delle interviste, avevo scritto questo: “Mentre sono assolutamente, doppio assolutamente d’accordo con lui su Bowie, a me non convince l’approccio che Nokia ha al software e ai servizi. È come se stesse cercando di ricostruirsi tutto in casa. Mentre è molto comprensibile che voglia ovviamente far sua una parte dei profitti derivanti dal traffico dati (per quanto futuro), lo è meno che sia poco disponibile a una vera apertura della piattaforma verso gli sviluppatori software. La pagina dell’Open Source di Nokia mi sembra, così, non molto vivace, no? Ok, non c’è neanche da sottolineare quanto il sistema operativo sia cruciale (battuta fulminante su Vista e Microsoft: «we do coopetition with them», cooperation / competiton»), resta però il fatto che l’apertura è essenziale, per stimolare il mercato. L’abbiamo visto con Palm, pace all’anima sua, che finché aveva una buona politica per gli sviluppatori andava alla grande. E lo vediamo ancora con Windows Mobile, che comunque attrae molti sviluppatori per la facilità di porting delle applicazioni tra versioni e anche tra diverse piattaforme (es. palmari).

In breve: trovo molto interessanti e confortanti le affermazioni fatte da Kallasvuo. Alla fine ha anche aggiunto che la lezione più importante che ha imparato in tanti anni in questo mercato è che «people use the devices, creating demand». Mica poco. Se però pensano di poter ricreare la loro versione di Internet sui cellulari, usando il loro sistema operativo, le loro applicazioni, i loro servizi, credo si sbagliano di grosso. Soprattutto perché andrebbero ad affrontare una complessità che, prima o poi, è senz’altro destinata a esplodergli in mano”.

Poi ho fatto un paio di interviste, ma non ho cambiato molto opinione. Prima di arrivare a questo, però, la sessione di Q&A, durante la quale ho chiesto a Kallasvuo cosa volesse dire, con “Internet on the mobile phones”, dal punto di vista del software. Quali fossero le sue strategie, e quale la sua posizione nei confronti della “openness”, che è oggi una parola d’ordine in Rete. Anche se sull’openness non ha risposto, ha fatto un’affermazione piuttosto precisa: «There is only one Internet. There is not an “Internet” and a “mobile Internet”», il che è confortante. Ha detto quindi che si tratta di «enabling the Internet to mobility», abilitare la Rete alla mobilità, che ancora non è chiaro ma è già qualcosa, specie considerando un’altra affermazione (tratta da un comunicato Nokia), secondo la quale nelle cosiddette “developing countries” la maggior parte di coloro che si collegheranno a Internet per la prima volta, nei prossimi anni, lo faranno con un telefono cellulare. Bisogna quindi pesare le parole, ascoltando Nokia, perché la loro visione è appena un po’ globale (in India, per esempio, ci hanno aperto una fabbrica l’anno scorso e hanno già sfornato tipo 20 milioni di pezzi, se non ho capito male).

Ha sottolineato in particolare due aspetti: “immediacy” e “localization”. Sul primo termine non si è soffermato, se non per accennare a una superiore semplicità d’uso, mentre sul “location based thinking” ha speso parecchio di più, riferendosi ai servizi di geolocalizzazione basati su GPS integrati nei cellulari (ma non solo), al concetto di “routing”, cioè seguire l’utente con diversi servizi (o lo stesso) lungo un percorso, e in generale ha affermato l’interesse verso l’idea di far sì che, tramite i localization services, l’uso del cellulare sia sempre più «connected to the Internet experience». Qui, ovviamente, è alter che deve dire la sua :)

Per dare un’idea dell’enfasi su questa direzione – per quanto, appunto, le modalità non siano affatto chiare, alla domanda su come vede lo sviluppo dell’HSDPA, Kallasvuo ha risposto qualcosa tipo “Oh sì, tra poco introduciamo l’N95, poi ne seguiranno altri. Ci sono delle opportunità lì”. Punto. Durante il keynote, però, aveva affermato anche che nel 2008 presenteranno un terminale Wi-Max, che si va ad aggiungere a quelli UMA (Unlicensed Mobile Access), in grado di saltare tra reti 2.5/3G e Wi-Fi. L’idea che un produttore di terminali si distacchi dalle problematiche di rete mi sembra interessante. D’altronde, per loro potrebbe essere indifferente, se non fosse che di mezzo ci sono gli operatori che rappresentano una clientela da non trascurare. Però mi sembra sacrosanto che – quantomeno in prospettiva – per un “terminalista” sia molto più importante il software che la rete. Il che rafforza l’idea di una vera proiezione (o abilitazione) mobile di Internet.

Ho girato la domanda a Stephen Johnston, senior manager business development corporate strategy, che mi hanno presentato come la persona in grado di parlare di Internet e del Web 2.0. Si è presentato come blogger, e ha detto che tutto l’evento ha un blog, il che è buona cosa (ma come al mio solito non so più dov’è l’indirizzo, sorry UPD l’indirizzo è www.nokia.com/fromthefloor. UPD UPD il blog ufficiale di Nokia è parecchio deludente, sul sito ho trovato solo il webcast dell’intervento di OPK a questo indirizzo, ma molto, molto meglio il reportage di Vpod.tv che ha anche un ottimo video sull’N95, e altro di interessante su RingNokia. Inoltre sto cercando il video dell’intervento di Alan Moore, che ha parlato di “Web 2.0 and mobile” dal punto di vista delle premesse culturali, ma non lo trovo. Questo comunque l’indirizzo del suo blog, personaggio interessante che parla di “engagement marketing”).

Insomma gli ho chiesto “sta Internet mobile, che vor dì” e lui, interessante, «the first step is to do on the mobile what you do on the Internet», ha risposto. L’ha definita “Internet a due dimensioni”, mentre l’Internet tridimensionale sarà quella in grado di aggiungere «thinking, analysis, logic and design for mobility».

Per esempio l’estensione dei localization services al contesto: un’idea di applicazione di cui hanno fatto prototipo è quella di poter sovrapporre all’immagine ripresa dalla fotocamera un layer di informazioni scaricate da Internet relative a ciò che si sta guardando. Un’altra idea è un sistema di recommendation / suggestions stile Amazon (“people who do… also does…”), per esempio, sui locali, con il telefono che ti dice robe tipo “ehi hai appena mangiato in questo ristorante sai che di solito quelli con il tuo profilo poi vanno in quest’altro posto qui?”. Carino, dico io, però qui la storia del Web 2.0 è che sono le persone a dire, commentare, suggerire, segnalare, in una modalità “pull”. Quello che mi stava descrivendo erano invece applicazioni interessanti ma pur sempre “push”, cioè con il sistema che “spara” informazioni dall’alto. Sì, mi ha detto, però è ancora presto. Anche se «the Internet speed has now arrived to the telco world» (parole sue, io mi permetto di dissentire un po’), «the architecture of participation» sui mobile phones è ancora da costruire. Per cui, anche se è importante far sì che il cellulare venga usato per “parlare” (e non soltanto per leggere), per ora si lavora sui servizi di localizzazione estesa, ciò sensibili al contesto.

Poi ho parlato con Charles Chopp, manager media relations corporate communications ma che mi hanno presentato come spokeperson per i temi relativi agli sviluppatori. Sul tema della chiusura, della poca presenza nel mondo open source, eccetera, si è dimostrato sensibile, e ha sottolineato più volte l’iniziativa del browser per cellulari open source, basato su Safari, affermando che può anche essere la soluzione per facilitare lo sviluppo di applicazioni per cellulari da terze parti. Su quella base, infatti, si possono sviluppare applet Java che girano nel browser. Persona sensibile, preparata, intelligente, non ha fatto muro contro muro e ha ammesso anche certe problematiche di portabilità e di compatibilità tra le versioni di Symbian. Charles, niente da dire. Però resto dell’idea che da parte Nokia lo sforzo per facilitare lo sviluppo aperto di applicazioni mobile non sia per nulla sufficiente.

PS Mi hanno segnalato questi due siti ma non ho fatto a tempo a vederli: Comunità open source per il 770: www.maemo.org, e www.widsets.com

PPS Qualche foto messa su Flickr

Sono di corsissima, ho trovato citato un rapporto Morgan Stanley da Pandemia ma non ho sotto mano il link (sorry Luca), volevo solo segnalare questa edificante slide che dice che nel 2010 l’Italia sarà fuori dai primi dieci nel settore TMT – Technology, Media, Telecommunication – per essere superati da Russia e Brasile. Quest’ultimo un mercato dal quale Telecom sta cercando di uscire, o è già uscita, se non sbaglio, no? Complimenti, scelta oculata. Cos’è che si diceva della mancanza di strategia?

Helsinki news

lgalli —  24 November 2006 — 3 Comments

C’è poco da fare, a ogni cambio di stagione ci vuole un viaggetto al nord per vedere un po’ cosa bolle in pentola, specie nella pentola della ricerca e dell’innovazione.

Questa è stata la settimana di IST2006, il mega-evento ufficiale della ricerca europea sulle tecnologie della “società dell’informazione” (IST=information society technologies). E questo IST era ancora più importante del solito dato che ha fatto da cornice al lancio del nuovo programma pluriennale di ricerca, il cosiddetto “Settimo Programma Quadro”. Quindi convegni, workshop e stand per i progetti in corso, su temi varissimi: dalle reti di sensori alle applicazioni mobili (come quelle di MobiLife, se posso fare un piccolo spot, un progetto al quale ho collaborato negli ultimi due anni), dalle interfacce tattili a quelle acustiche – menzione in quest’ultimo caso per TAI-CHI, una iniziativa cui partecipa tra gli altri il Politecnico di Milano, iniziativa premiata per il miglior booth.

Menzione mia invece per “Palestine”, un esempio originale di serious gaming, ossia giochi su argomenti seri e per motivazioni si suppone serie come l’apprendimento e l’educazione. Lo ha creato un gruppo di danesi, è ancora in beta ma [//] uscirà entro la prossima primavera. Mi ha ricordato subito lo splendido “Palestine” di Joe Sacco, un reportage a fumetti sul conflitto che dice più di mille editoriali. Il fumetto qui ce l’ha fatta senz’altro a superare i suoi confini, chissà che non lo si possa fare anche con un gioco (PC e Mac, si vede che le consolle sono fuori target).

Società, innovazione, benefici per i cittadini sono state in generale parole chiave molto in voga quest’anno a IST. Citazione allora anche per “Consumer Gadget”, altro progetto premiato. Sono finlandesi in questo caso e hanno sviluppato un’applicazione per telefonini che leggendo il barcode dei prodotti risale allo status etico del produttore. Mica basta oggi smettere di bere la famosa bevanda gassata. Chi lo sa se il vestitino grazioso trovato al mercato sotto casa è davvero equo-solidale o non è stato fabbricato in qualche orribile sweatshop indonesiano? Entra in scena “Consumer Gadget”, così si chiama l’applicazione, passi il telefono sul codice e la sai lunga (o la saprai, ci stanno lavorando ancora).

In realtà la sanno veramente lunga i finnici nell’insieme, che non finiscono mai di stupirmi. Un concentrato di educazione e tecnologia, rigorosamente conservato al freddo. Il tassista che ci riporta in stazione racconta con un inglese impeccabile di come si scoccia quando nelle sue vacanze italiane scopre di non poter mai pagare il suo collega italiano con la carta di credito. Vagli a dire delle licenze… andiamo avanti e ci spiega pure il suo taxi: una fotocamera nascosta ci ha fatto un’instantanea automatica all’inizio della corsa, ma fa anche u video se lui dovesse premere un bottone di emergenze. Poi intermezzo con sistemi georeferenziati per la gestione delle flotte; sistemi condivisi da due società concorrenti, così sprecano meno nelle strutture e competono sul servizio. Io e il collega abbiamo dato uno strappo a uno svizzero, che rimane stupito pure lui. Alla fine dobbiamo dividere la spesa. Con nonchalance il tassista preme qui e lì ed escono tre ricevute.

Tra l’altro non sono nemmeno di corsa perché la Finnair mi ha proposto il check-in via sms. Ho replicato con una A maiuscola a un loro messaggio e sono a posto.

Ah e poi il tassista ci diceva che lì gli sms costano un centesimo ormai… non fosse così buio quasi resterei per il week-end ;)

E’ bellissimo, per Mac e Win. E’ un software ibrido on- e off-line, si scarica da qui, l’ha fatto Greyhorn, e si presenta così:

D-Day

dottavi —  22 November 2006 — 2 Comments

Eccoci qui al D-Day, evento annuale del gruppo Dada e, ovviamente, di RCS Mediagroup. Siamo a Palazzo Mezzanotte, Piazza degli Affari, e il Wi-Fi non è gratuito. Ci sono diverse offerte TIM, tra cui una che costa 0,6 centesimi per kilobyte, e un sistema di “one-time password” che sto usando ma non ho capito quanto costa, e in compenso si è scollegato da solo, per poi chiedermi tre euro per un’ora tramite una procedura di profilazione assurda dove il numero di cellulare è opzionale ma i dati della carta di credito, invece, sono obbligatori. Va be’. Per fortuna le persone sono interessanti.[//]

Sta iniziando la tavola rotonda moderata da Franco Carlini, giornalista, saggista, imprenditore e soprattutto esperto di tecnologie e Internet da sempre. La prima sessione mattutina, moderata da Maria Latella del Corriere, ha visto la partecipazione di Antonello Perricone, amm.del. RCS Mediagroup, insieme a Paolo Barberis, fondatore di Dada, Franco Carlini in veste di opinionista e Massimo Mantellini, a portare la bandiera dei blogger.

Perricone fa un’affermazione decisa, dicendo che “RCS è un gruppo editoriale, multimediale, internazionale”. E che se è oggi è chiaro ciò che può accadere in Internet, altrettanto non si può dire per i giornali. E quindi “la vera sfida [per un gruppo editoriale] è come integrare carta stampata e Rete”, ma dal punto di vista della carta stampata. Una direzione – un’intenzione – è “estendere il prestigio e l’autorevolezza della carta verso i giovani” – continua Perricone, identificando quindi – secondo me – nella Rete un’estensione del mercato. Mi permetterei di suggerire però che parte un po’ dal presupposto che i giornali possano restare abbastanza simili a se stessi, e questo forse non basta.

Carlini sottolinea come il concetto di “autorevolezza” sia destinato a cambiare, poiché “i lettori hanno accesso diretto alle fonti, sono più critici, spesso più informati dei media tradizionali”, e alla carta si pone quindi il problema di avere maggior qualità. Punto ribadito da Mantellini, che fa notare come “autorevolezza” sia ancora troppo spesso intesa come legata al nome (del giornale o del giornalista). Se questo è ancora valido, ci sono però nuovi strumenti (crosslink dei blog, aggregatori, etc) che cambiano anche questa dinamica. Dire “credi a me perché l’ho scritto su

Il contrattacco delle PR

dottavi —  21 November 2006 — Leave a comment

Era chiaro sarebbe successo. Le PR sorridono, ti lasciano parlare facendo un cenno gentile del capo, e poi prendono le loro sacrosante decisioni. Come, per esempio, coniare l’acronimo SMO, che sta per Social Media Optimized: campaigns, press releases, and any other thing. Uff. Nessuna sorpresa, ma son cose che fanno sembrare il martedì un lunedì

L’altro giorno, a un workshop di fotografia, chiacchieravo di Flickr. Le reazioni erano generalmente negative, per la paura che le foto possano "essere rubate". Magari. Con la grande offerta di belle foto che c’è, che le tue vengano ritenute così interessanti da essere "rubate" è un complimento. In realtà, come sempre, accade il contrario. A me è successo di essere contattato via Flickr due volte, in entrambi i casi grazie ai tag, e le foto mi sono state correttamente richieste prima di essere pubblicate. Niente di importante, ma storia carina[//]

Non è che le mie foto siano chissà che, ma rispondevano a una ricerca precisa di chi poi mi ha contattato. Una prima lezione da imparare: in Rete non sai mai cosa può succedere, anche con i tuoi contenuti, che possono prendere strade imprevedibili. Quindi massima attenzione a "taggare" le foto accuratamente.

La prima volta mi ha contattato Peter Vlam di Africa Interactive, "an online publisher, building and maintaining an interactive multimedia platform, focused on Africa. The company was started March 2006 by shareholders Toon den Heijer, Bas Vlugt, Peter Vlam en Pim de Wit. The platform already generates more than 12,000 page views a day and has a 20% growth in traffic month to month (October 1st 2006). The number of unique pages now exceeds 2.000.The company is based in Haarlem in The Netherlands and will open its first African office in Pretoria (SA) in January 2007".

Bell’iniziativa, da parte loro. Hanno un modello abbastanza tradizionale, ma lavorano molto con i contenuti degli utenti, come nel mio caso. Per la precisione, Peter mi racconta che hanno iniziato con un piccolo finanziamento e ne stanno cercando altri in modo "very hard". Good luck Peter, all my best! Del sito mi racconta che "is not too interactive at the moment, working on it. Want to be a combination of citizen journalism and our own content. Citziens from Africa and also rest of the world. We have a not for profit foundation and a (for profit!) company. The foundation is still quiet at the moment". Bravi. Semplicemente Peter stava cercando materiale, mi ha trovato, e gli sono piaciute le mie foto. Dopodichè mi ha contattato per chiedermi il permesso di pubblicarle.

Perché l’ha fatto? Be’, intanto perchè non è impossibile che me ne accorgessi. Prima o poi, googlandomi, è probabile che avrei trovato quel link, e gli avrei piantato delle grane. Se fossi un fotografo professionista, e avessi chiaramente indicato gli "all rights reserved" in Flickr, magari sarebbero state anche grane serie. Io invece ho messo tutto nel Creative Commons più leggero, chiedendo solo "attribution" (citazione del nome), per cui costava poco buttar lì una mail e chiedere permesso. Però credo che dipenda anche da un altro fatto: in Rete, se ci lavori, è addirittura più "normale" che sulla carta chiedere permessi e autorizzazioni. Proprio perché è più alla luce del sole di quanto accade con le riviste, che possono essere pubblicate, durare un mese e poi ciao (e io che ho lavorato in parecchie piccole riviste ho visto molto, molto spesso immagini "rubate"). Un po’ il contrario di quanto afferma il giornalismo scandalistico, secondo il quale in Rete vige il peccato e fuori invece no. Ahah.

Poi mi ha contattato anche una rivista, e una rivista importante: Artforum, di New York. Anche in questo caso non per miei meriti fotografici (sigh!) ma perché gli serviva la foto di una galleria che io ho ripreso. Mi ha scritto un’assistente del photo editor, ecc ecc. Qui è vero il contrario: se si tratta di riviste importanti, che a lavorare con i diritti sono abituate, figuriamoci se non chiedono prima.

Quindi credo che il problema si restringa solo a una nicchia di piccola editoria, che non è neanche capace di leggere i termini Creative Commons – e sì che sono in italiano! Per quanto mi riguarda, infatti, pubblicate pure le mie foto dove vi pare, mi basta il nome. Magari, per me sarebbe un complimento, vorrebbe dire che vi sono piaciute e che meritano di essere viste. Un sogno :).

E sono così tanti a ragionare così. L’esempio più eclatante che ho trovato in Flickr è quello di Thomas Hawk, decisamente anche qualcosa di più che un fotografo professionista – ha pubblicato ovunque, collabora con Robert Scoble e le sue foto sono anche state scelte da Microsoft per il Meda Center SDK (vedi profilo). Ora, capire se è diventato famoso prima o dopo Flickr, o magari addirittura se è pagato da Flickr per stare lassù, mi sembra ininfluente. Credo sia in ogni caso un ottimo esempio di come si "usano" questi nuovi siti social.

Quindi: se sei un aspirante fotografo professionista, pubblica, pubblica, pubblica. E impara a usare le dinamiche dei siti come Flickr. Scopri il modo di "farti trovare". Insomma, fotografi: dovete decidervi a imparare a usare la Rete. E subito, anche! :D

Link interessanti

VlogEurope /1

dottavi —  19 November 2006 — Leave a comment

Il report dal VlogEurope di ieri è ancora da scrivere, mi è "rimasto nella penna" :). Nel frattempo ho selezionato qualche foto e le ho messe qui

JPOD and remediation

ivmontis —  18 November 2006 — 4 Comments

La ri-mediazione (remediation) secondo gli autori inglesi J.D. Bolter e R. Grusin (Remediation. Understanding New Media, MIT Press, 1999) è quell’operazione per cui

Un media nuovo prende il posto del medium in uso, ereditando e insieme riorganizzando le caratteristiche di scrittura del vecchio medium e riformando il suo spazio culturale (…) la ri-mediazione è insieme un omaggio e un oltraggio, perchè il nuovo medium imita alcuni tratti del vecchio, ma al tempo stesso si presenta, esplicitamente o implicitamente, come suo miglioramento o superamento. La rimediazione è una fase di competizione culturale tra due o più tecnologie della comunicazione

In questo senso il media nuovo internet ri-media la scrittura a stampa nel momento in cui applica le logiche ipertestuali a un testo di una notizia, o di una voce enciclopedica o di qualsiasi altro genere di scrittura (su su fino ai diari di vita come è spesso il caso dei blog). Un aspetto interessante di tale processo è il fatto che “i vecchi media possono ri-mediare i media più recenti nel contesto della stessa economia della comunicazione di massa”, è quanto succede per esempio quando la presentazione delle interfacce televisive riprende stili propri di quelli del web, due esempi tra i più brutti, ma efficaci, sono la suddivisione dello schermo attuata da canali televisivi come Rainews24 o BloombergTv.

JPOD, l’ultimo libro di Douglas Coupland (noto ai più per Generazione X) sembra riportare questa operazione di ri-mediazione a chiudere il cerchio. L’opera può essere letta infatti proprio come un tentativo di riportare nell’ordine sequenziale e rigido di un modello di media qual è il libro stampato, proprio la compulsività e l’affastellamento informativo tipico della Rete. lo fa secondo lo stile già proprio di Coupland di associare pezzi di storia a brandelli di rumore informativo: le liste di termini trovati su google, le email di spam, le liste infinite di numeri primi (16 pagine) gli ideogrammi cinesi di termini come “turismo” e “chirurgia estetica” (7 pagine) etc. Una fine operazione culturale che consente anche di giustificare la spesa di 17 euro quando ci si rende conto che oltre alla storia si sono acquistate decine di pagine “useless”…

Barcamp Turin, ideuzza

dottavi —  18 November 2006 — 2 Comments

Ok alla fine mi son deciso. Il titolo della presentazione che propongo al Barcamp di Torino è “Alberi, nuvole, software, neotribù: Dal Web 2.0 in avanti. Un libro, qualche esperienza, una proposta”. Comprende qualche novità che racconterò presto, ora devo scappare :)

Quello segnalato da Stefano Quintarelli:

MARC CANTER A MILANO

Si terrà il giorno 1 Dicembre a Milano, alle ore 16 presso l’Università di Milano in Via Comelico 39 una discussione su Web 2.0 a cura di Marc Canter

Che oltre a essere attualmente impegnato su Web 2.0, always on, broadband ecc, tempo fa è stato anche co-fondatore dell’azienda che sarebbe poi diventata Macromedia…

Bella serata… Non c’era tanta gente, si è riusciti a parlare bene, ma la cosa più curiosa è l’ambiente informale che si crea tra blogger mai visti prima e che si riconoscono, dismettendo sia i panni ufficiali del quotidiano sia anche quelli un po’ "zorreschi", a volte, del blog stesso. Star della serata quelli di Splinder - Ocrampal e RJL, poi quelli di RGB che hanno pubblicato il libro (ehi ehi ma arriveranno le novità, eh), Personalità Confusa, Melt, Gionnipeppe, i Maestrini, e anche Malafemmena (che ho scoperto da pochissimo: ho postato di Forbidden e non avevo scoperto questa dissacrante sexy star tutta italiana, my fault), e tanti altri che mi hanno presentato e non ho capito o non ricordo, sorry. E insieme c’erano quelli di Dada, che nonostante la provenienza un po’ più aziendale mi sembra si siano divertiti parecchio anche loro, e con Paolo abbiamo fatto piacevoli chiacchiere ricordando vecchi tempi e parlando del presente e del futuro. Se non fosse che non era per niente business ricordava proprio Funky Business :)

Qualcosa si vede qua