L’attento amico Italoc segnala giustamente un dubbio sul ragionamento che facevo in un post precedente (qui il suo commento), dove sostenevo che le suite audio/foto/video sono oggi terreno di competizione come quelle office lo sono state negli anni ’90. Mi fa piacere che il punto abbia trovato consenso anche da parte dell’amico e collega Luca M, anche lui osservatore di queste faccende tecnologiche da tempo. L’osservazione di Italoc è se si tratti o meno di un business congruo. Rispondo che secondo me è un business da costruire con regole nuove, che andranno a creare applicazioni sempre più integrate tra on- e off-line, perché in queste saranno – sono – sempre più importanti i contenuti.[//]
Avevo già abbozzato un ragionamento simile in questo post, relativo alla prima presentazione dei MacBook e – soprattutto – dell’allora nuova versione di iLife, che comprendeva gratuitamente alcuni filtri di trasformazione delle foto e una serie di basi musicali per GarageBand (il software di editing audio con funzionalità podcast di iLife). Filtri, basi, eccetera, sono anche disponibili in kit aggiuntivi, a pagamento.
Questo è un primo passo: usare il software come piattaforma aperta della quale non preoccuparsi tanto delle funzioni, bensì proprio del “che cosa ci puoi fare” – cioè i contenuti. E, ovviamente, da dove possono venire i contenuti se non dalla Rete? Prendiamo Nero: non è software di masterizzazione, è una suite infinita, con una quantità tale di funzioni che uno si sente perso. Bello, eh, ma assolutamente 1.0. Quando poi uno vuole creare un DVD-Video da vedere in tv, e quindi abbellirlo con qualche menu, si trova davanti una schermata così.
Orrenda, no? Il link esposto, oltre che brutto da vedere, immagino richieda una navigazione sul web, che percepisco quindi come complessa perché slegata dal software. Invece siamo “always on”, quindi perché non permettere il browse di una gallery presa via Internet ma direttamente dentro l’interfaccia del software, modello store in iTunes? Gallery di oggetti sperabilmente di buona qualità – ed ecco un altro fronte competitivo – perché io un menu come quello di default proposto da Nero non voglio certo farlo vedere agli amici, mi vergognerei. E invece il tool di DVD authoring di iLife propone menu e schermate con una qualità grafica eccellente (sorry, no schermata, il mio ormai agognato MacBook è ancora in arrivo, sigh).
Quindi 1) qualità dei contenuti, e 2) esperienza integrata tra on- e off-line. Che è uno dei pilastri del Web 2.0: portare on-line l’esperienza del desktop. Che può anche voler dire più semplicemente che i contorni sono sfumati, grazie alle tecnologie tipo Ajax (fantastiche in certe loro applicazioni). In questo Flickr è esempio perfetto, con la possibilità di modificare titoli e descrizioni delle foto direttamente nel campo, cliccandoci su, senza aprire un editor esterno. Mentre lo fai, non ci pensi, e soprattutto non hai la percezione esatta, o quantomeno non ti preoccupi di essere on- o off-line. Sei lì, sul contenuto, e non sui maledetti menu alla ricerca di un qualche modo di fare qualcosa che non sai neanche come si chiama. Quindi 3) content is king (back to Cluetrain Manifesto, to yeah). E se si continua a dire che il computing deve diventare “trasparente”, “pervasivo”, tanto più devono farlo le interfacce.
Ma sto divagando. Un altro ottimo, ormai storico esempio di integrazione on- e off-line è Last.FM, con il suo plug-in AudioScrobbler per i player. Non posso più fare a meno di “scrobblare” gli MP3 che sento. Anche quando sento un CD dallo stereo quasi quasi mi dispiace, perché non posso “raccomandare” quel che sto sentendo a un amico di cui conosco i gusti. Per cui, 4), anche le applicazioni client / desktop / off-line si devono aprire – si apriranno senz’altro, sono pronto a giocarmi una cena – alle dinamiche social.
Pensiamolo nel business. Immaginiamo un ambiente Intranet, per cui togliamo un attimo di torno problemi di privacy e security. Stiamo lavorando a un progetto. Diciamo che siamo nella fase di brainstorming, raccolta documentazione, verifica concorrenza, recupero studi degli analisti, che so, cose così. Di solito ci scambiamo un sacco di mail, facciamo un sacco di riunioni discutendo per l’80% di dettagli, e solo per il 20% per definire le “actions” (almeno all’inizio ;). Poi si iniziano a strutturare i documenti, revisione, condivisione, eccetera.
Ok: in uno scenario del genere in questi mesi (o anni), hanno preso piede i wiki, perché velocizzano tutta la parte di workflow (ne aveva parlato alter qui). Ma anche il wiki, in quest’ottica, non è un modello efficace. Perché costringe comunque a un passaggio (secondo me, inutile) tra ambienti off e on – word proc / spreadsheet vs. document sharing. Io ho provato a usare sia Social Text sia Basecamp per un progetto che sto sviluppando con partner in altre città. Ottimi, eh, però… devi spostarti.
Molto più semplice sarebbe immaginare la possibilità di fare document sharing in modo semplice, come fa Del.icio.us con i bookmark, o la pubblicazione con rating delle informazioni come fa Digg, o la “raccomandazione” di un oggetto come fa, appunto, Last.fm (con magari l’integrazione quasi trasparente con un wiki come fanno loro), direttamente da un word processor (e.g.). E, a questo punto, che l’applicazione sia on o off è meno importante. Un po’ come fa Flock (sito qua, recensia vecchia versione qua, sorry no tempo per descrivere la 0.7, ma meriterebbe, peccato giri voce che non se la passano bene), il “social browser”, che quando salvi un link tra i preferiti te lo posta direttamente su Delicious, e che integra le foto da Flickr in una barra (screenshot qua), con tanto di uploader – un passaggio che dovrà diventare sempre più “seamless”. Avevo delirato di alcune prospettive del 2.0 applicato al business già in questo post qua.
In tutto questo, a momenti mi dimentico di iLike, un servizio grazioso, in lancio in questi giorni, che lavora sulle logiche di Pandora e Last.fm ma a cui aggiunge una componente client più importante dello scrobbler di Last.fm. Stando a quanto dice TechCrunch, in primo luogo aggiunge funzionalità social ad iTunes – e già è importante – permettendo di fare raccomandazioni di CD agli amici con il drag & drop (e in questo TC trova anche una debolezza, perchè dovrebbe lavorare a livello di brani: concordo, qualsiasi cosa vogliate fare sulla musica digitale fatela sulla singola canzone).
L’aspetto più interessante è però l’integrazione (dichiarata e da verificare) tra GarageBand (attenzione) e i contenuti musicali provenienti dalle “grassroot band”, o forse meglio le “indie”, le etichette indipendenti. Attenzione attenzione, qui si crea completamente un nuovo mercato (o perlomeno si crea un nuovo canale potente a un mercato esistente che di canale ha sempre sofferto). Intanto, e 5), lavora sulle nicchie, e non sulle masse, ma sui grandi numeri, cioè fa exploit and leverage delle potenzialità della long tail. Quindi il software va benissimo che sia free, intanto ti vendo i contenuti, per di più di altri.
E così spero di aver risposto. IMHO, ovviamente. Però che software e marketplace si possano vedere in convergenza mi sembra davvero molto probabile, sfumando i contorni e accorciando la distanza tra qualchecosa “che è qui” (il software) e qualcos’altro “che è là” (il web). Che è appunto l’essenza del 2.0, definibile, 6), anche come il ribaltare tutto: dinamiche, modelli, direzioni del marketing, quello che ti pare. Se al 2.0 servisse un filosofo, davvero potrebbe essere Nietsche, con il suo “ribaltamento di tutti i valori” (tralasciando il resto, ovviamente).
Belin che roba lunga, che è venuta. Ho saltato pranzo – vedi che il problema del riso si ripropone ciclicamente :). Parte di queste riflessioni, in particolare il tentativo di identificare un insieme ordinato di concetti e le loro relazioni in grado di descrivere efficacemente il Web 2.0, è ciò che spero di riuscire a portare al Barcamp Turin.
Lungo, ma mi sembra interessante. Per cui se per caso interessa anche a voi e ne volete fare un uso commerciale, please…
