Archives For October 2006

Il CEO, un nuovo lavoro?

dottavi —  31 October 2006 — Leave a comment

Ovvero lo specialista di Content Engine Optimization. Colui che si occupa di “viralizzare” il contenuto del cliente – tipo promo video – sui siti tipo YouTube ecc. Lo definirei una classica (e odiosa) “mktg-black-op”, dove per “black operation” mi riferisco a quelle raccontate in Thirteen days. Un altro esempio potrebbero essere i Flog, fake blog.

Così, riflessione d’impulso. Solo per dire che anche le social tech hanno le loro gatte da pelare…

http://www.zeldman.com/2006/10/17/web-20-thinking-game

http://liz.vox.com/library/post/web-20-thinking-game.html

Nice stuff

dottavi —  30 October 2006 — Leave a comment

Eheh, Hugh riporta del FT che parla di Danah Boyd. She’s fantastic, and happily she’ve been one of the first links in the blogroll, over here :).
Poi Mauro fa giustamente i complimenti a Marco (mi associo) per la sua intervista a Shel Israel. Good job guy!
UPD L’intervista video

Sono bellissimi questi oggetti nuovi. C’è in giro della roba folle e divertente, geniale, inutile, trash… da non perdere :).

Il Nabaztag è un vero e proprio smart object, una classe a parte. Un coniglio Wi-Fi con funzionalità di instant messenger, RSS reader, e altro, il tutto con una “interfaccia emozionale”. Comunica, oltre che con la sintesi vocale, con luci, suoni ed “espressioni” (muove le orecchie). Ti registri sul sito e puoi far mandare dei messaggi al Nabaztag del tuo amico. E’ una specie di avatar fisico, ed è semplicemente bellissimo. Chi l’ha pensato è un genio matto. Lo so che sto esagerando con le buzzwords ma davvero in questo caso si può parlare di hardware 2.0. Su Flickr se ne possono vedere in quantità.

I Verballs invece sono fantastici per la loro assoluta inutilità. Sono telefoni Internet, quindi fanno una cosa che puoi fare normalmente con il computer. Sono solo oggetti trash, ma mi diverte l’idea di tirar fuori dal pc piccole funzioni software e dargli un oggetto fisico, secondo me è un trend.

Altra piccola tendenza è trasformare noiose periferiche come le chiavi USB o i lettori MP3 in oggetti divertenti. L’ha fatto Toshiba con il Pala-Chan, un delfino MP3, ma molto più avanti si sono spinti questi di Mimoco. Con le chiavette USB si possono fare grandi cose – personalizzarle, metterci del software e renderle specializzate, eccetera. Costano anche una sciocchezza, pochi dollari, per cui per un’azienda possono diventare anche un veicolo di marketing molto più sveglio di un semplice gadget. Avevo trovato una bella iniziativa di un istituto di design milanese che stava sviluppando un’idea del genere, ma ho perso il link. Se qualcuno ne sapesse qualcosa, pliiiis… Questo è il delfino di Toshiba:

Il Gorillapod invece non ha niente di tecnologico, è solo geniale. Meriterebbe una citazione tra i Cool Tools di Kevin Kelly (ne avevo parlato qua). E’ un treppiede piccolissimo e snodabile, che puoi agganciare ovunque. Tra l’altro, mi servirebbe, ma già costa un botto di suo (la versione SLR), con l’importazione viene una cifra davvero esagerata. Se per caso tra chi legge c’è qualche negozio che lo importa (tipo Nice2have? Sei all’ascolto?), grazie anticipate se me lo fate sapere.

Sono in tanti, ultimamente, a ragionare su nuovi design per gli oggetti tecnologici. Interessanti questi di Digitalwellbeing, così come quelli di Art Lebedev, che si dichiarano il principale studio di design in Russia e stanno facendo un gran lavoro sulle tastiere – oggettino da nulla, dal punto di vista dell’interfaccia. Notevolissima, poi, questa Jean Aw di Notcot, una ragazza di 23 anni con le idee chiare in maniera impressionante (è da lei che ho trovato Mimoco). Insomma, belle, belle idee.

Bello il numero di oggi di Nòva24, complimenti a Luca De Biase. Tra le altre cose parla di Pingmag (ne aveva già accennato nel suo blog). Mi fa doppiamente piacere perché avevo beccato anch’io questa blogzine giapponese, non so perché non ne ho scritto. Rimedio adesso, con in più una gallery di altri intriganti magazine in giro per il mondo, compreso il nuovo – anzi futuro, direi ipotetico – Idio, che tanto per non perdere l’abitudine alle buzzwords definiamo un “magazine 2.0″, visto che si propone come rivista fatta su misura. Non molto di nuovo se non fosse fatta in Flash, con un approccio particolare. In Italia per ora mi viene da citare solo Permalink, magazine PDF del network Blogo, un altro tassello nel puzzle dal titolo “dalla Rete alla carta”.

Pingmag, banalizzando, è un magazine di design. Solo che non solo non ne ha quasi l’aspetto, e ha anche un taglio e una scelta degli argomenti particolare. Non solo “disegno”, quindi, ma progettazione. E soprattutto innovazione, con incroci meticci tra mercati, approcci, target, modi di leggere le cose. Come in questo intervento sui dildo di lusso, secondo me geniale anche per lo stile compassato e professionale con cui tratta un’innovazione di marketing, certo, ma di un oggetto un po’ particolare :). O in quest’altro su oggetti di artigianato sud-africano, trattati – giustamente – per quello che sono, cioè idee innovative e non genericamente “etniche” o di lusso.

All’altro capo del mondo, spostandoci da Tokio a New York / LA / SF and more, merita anche Blackbookmag. L’ho scoperto da poco ma esiste da dieci anni, e non ha niente di 2.0. L’aspetto interessante però è l’integrazione con i “listing”, una cosa che non mi risulta abbia mai fatto un editore italiano. Preferisco non chiedermi perché, che c’è il rischio di ricevere una risposta.

Saltando stavolta dal passato al (forse) futuro, Idiomag è un tentativo direi curioso di integrare metodi di lettura 2.0 (selezione personale delle notizie, voto di gradimento, salvataggio dei percorsi), solo in un contesto grafico accattivante, che riproduce lo stile della carta ma via Flash. Intrigante per chi non è un Internet addicted, che si trova davanti, anche se nello schermo, qualcosa che somiglia parecchio a una rivista fisica. Carina l’idea del timone, in basso, molto da maniaci editoriali magazine-feticisti come il sottoscritto :). In Italia l’ho trovato solo su Freeridermag.

Giant è invece già on-line e anche lui integra funzionalità 2.0. I commenti agli articoli non sono dei link miserrimi, corpo 2, messi in fondo alla pagina come degli sfigati (già in questo si vede molto dell’editoria italiana). Al contrario, condividono la stessa importanza del testo, prendendo quasi metà pagina. In un impeto di generosità, darei un bel 2.0 anche a loro.

Nel frattempo è opportuno segnalare Permalink, il free mag in PDF del network Blogo. Anche in questo caso avevo visto il numero zero, quest’estate, ma ora è uscito il numero 1. Bella grafica, impostazione aggressiva e simpatica, interessanti interviste a Marlenek e Splinder (non potevo non citarle :). Complimenti a Marco Magnocavallo e colleghi, visti anche i numeri che stanno tirando su ultimamente.

Insomma, è strano ogni volta accorgersi, o riscoprire, come in Italia ci sia un numero stratosferico di magazine, una quantità mostruosa di riviste, su ogni argomento. Da una parte. E come, dall’altra, in giro per il mondo ci siano invece idee diverse, qualità, innovazioni continue, fermenti. Anche solo esperimenti: che Idiomag poi funzioni davvero, per me, è secondario. Mi ha comunque fatto pensare, e non mi sembra poco.

L’attento amico Italoc segnala giustamente un dubbio sul ragionamento che facevo in un post precedente (qui il suo commento), dove sostenevo che le suite audio/foto/video sono oggi terreno di competizione come quelle office lo sono state negli anni ’90. Mi fa piacere che il punto abbia trovato consenso anche da parte dell’amico e collega Luca M, anche lui osservatore di queste faccende tecnologiche da tempo. L’osservazione di Italoc è se si tratti o meno di un business congruo. Rispondo che secondo me è un business da costruire con regole nuove, che andranno a creare applicazioni sempre più integrate tra on- e off-line, perché in queste saranno – sono – sempre più importanti i contenuti.[//]

Avevo già abbozzato un ragionamento simile in questo post, relativo alla prima presentazione dei MacBook e – soprattutto – dell’allora nuova versione di iLife, che comprendeva gratuitamente alcuni filtri di trasformazione delle foto e una serie di basi musicali per GarageBand (il software di editing audio con funzionalità podcast di iLife). Filtri, basi, eccetera, sono anche disponibili in kit aggiuntivi, a pagamento.

Questo è un primo passo: usare il software come piattaforma aperta della quale non preoccuparsi tanto delle funzioni, bensì proprio del “che cosa ci puoi fare” – cioè i contenuti. E, ovviamente, da dove possono venire i contenuti se non dalla Rete? Prendiamo Nero: non è software di masterizzazione, è una suite infinita, con una quantità tale di funzioni che uno si sente perso. Bello, eh, ma assolutamente 1.0. Quando poi uno vuole creare un DVD-Video da vedere in tv, e quindi abbellirlo con qualche menu, si trova davanti una schermata così.

Orrenda, no? Il link esposto, oltre che brutto da vedere, immagino richieda una navigazione sul web, che percepisco quindi come complessa perché slegata dal software. Invece siamo “always on”, quindi perché non permettere il browse di una gallery presa via Internet ma direttamente dentro l’interfaccia del software, modello store in iTunes? Gallery di oggetti sperabilmente di buona qualità – ed ecco un altro fronte competitivo – perché io un menu come quello di default proposto da Nero non voglio certo farlo vedere agli amici, mi vergognerei. E invece il tool di DVD authoring di iLife propone menu e schermate con una qualità grafica eccellente (sorry, no schermata, il mio ormai agognato MacBook è ancora in arrivo, sigh).

Quindi 1) qualità dei contenuti, e 2) esperienza integrata tra on- e off-line. Che è uno dei pilastri del Web 2.0: portare on-line l’esperienza del desktop. Che può anche voler dire più semplicemente che i contorni sono sfumati, grazie alle tecnologie tipo Ajax (fantastiche in certe loro applicazioni). In questo Flickr è esempio perfetto, con la possibilità di modificare titoli e descrizioni delle foto direttamente nel campo, cliccandoci su, senza aprire un editor esterno. Mentre lo fai, non ci pensi, e soprattutto non hai la percezione esatta, o quantomeno non ti preoccupi di essere on- o off-line. Sei lì, sul contenuto, e non sui maledetti menu alla ricerca di un qualche modo di fare qualcosa che non sai neanche come si chiama. Quindi 3) content is king (back to Cluetrain Manifesto, to yeah). E se si continua a dire che il computing deve diventare “trasparente”, “pervasivo”, tanto più devono farlo le interfacce.

Ma sto divagando. Un altro ottimo, ormai storico esempio di integrazione on- e off-line è Last.FM, con il suo plug-in AudioScrobbler per i player. Non posso più fare a meno di “scrobblare” gli MP3 che sento. Anche quando sento un CD dallo stereo quasi quasi mi dispiace, perché non posso “raccomandare” quel che sto sentendo a un amico di cui conosco i gusti. Per cui, 4), anche le applicazioni client / desktop / off-line si devono aprire – si apriranno senz’altro, sono pronto a giocarmi una cena – alle dinamiche social.

Pensiamolo nel business. Immaginiamo un ambiente Intranet, per cui togliamo un attimo di torno problemi di privacy e security. Stiamo lavorando a un progetto. Diciamo che siamo nella fase di brainstorming, raccolta documentazione, verifica concorrenza, recupero studi degli analisti, che so, cose così. Di solito ci scambiamo un sacco di mail, facciamo un sacco di riunioni discutendo per l’80% di dettagli, e solo per il 20% per definire le “actions” (almeno all’inizio ;). Poi si iniziano a strutturare i documenti, revisione, condivisione, eccetera.

Ok: in uno scenario del genere in questi mesi (o anni), hanno preso piede i wiki, perché velocizzano tutta la parte di workflow (ne aveva parlato alter qui). Ma anche il wiki, in quest’ottica, non è un modello efficace. Perché costringe comunque a un passaggio (secondo me, inutile) tra ambienti off e on – word proc / spreadsheet vs. document sharing. Io ho provato a usare sia Social Text sia Basecamp per un progetto che sto sviluppando con partner in altre città. Ottimi, eh, però… devi spostarti.

Molto più semplice sarebbe immaginare la possibilità di fare document sharing in modo semplice, come fa Del.icio.us con i bookmark, o la pubblicazione con rating delle informazioni come fa Digg, o la “raccomandazione” di un oggetto come fa, appunto, Last.fm (con magari l’integrazione quasi trasparente con un wiki come fanno loro), direttamente da un word processor (e.g.). E, a questo punto, che l’applicazione sia on o off è meno importante. Un po’ come fa Flock (sito qua, recensia vecchia versione qua, sorry no tempo per descrivere la 0.7, ma meriterebbe, peccato giri voce che non se la passano bene), il “social browser”, che quando salvi un link tra i preferiti te lo posta direttamente su Delicious, e che integra le foto da Flickr in una barra (screenshot qua), con tanto di uploader – un passaggio che dovrà diventare sempre più “seamless”. Avevo delirato di alcune prospettive del 2.0 applicato al business già in questo post qua.

In tutto questo, a momenti mi dimentico di iLike, un servizio grazioso, in lancio in questi giorni, che lavora sulle logiche di Pandora e Last.fm ma a cui aggiunge una componente client più importante dello scrobbler di Last.fm. Stando a quanto dice TechCrunch, in primo luogo aggiunge funzionalità social ad iTunes – e già è importante – permettendo di fare raccomandazioni di CD agli amici con il drag & drop (e in questo TC trova anche una debolezza, perchè dovrebbe lavorare a livello di brani: concordo, qualsiasi cosa vogliate fare sulla musica digitale fatela sulla singola canzone).

L’aspetto più interessante è però l’integrazione (dichiarata e da verificare) tra GarageBand (attenzione) e i contenuti musicali provenienti dalle “grassroot band”, o forse meglio le “indie”, le etichette indipendenti. Attenzione attenzione, qui si crea completamente un nuovo mercato (o perlomeno si crea un nuovo canale potente a un mercato esistente che di canale ha sempre sofferto). Intanto, e 5), lavora sulle nicchie, e non sulle masse, ma sui grandi numeri, cioè fa exploit and leverage delle potenzialità della long tail. Quindi il software va benissimo che sia free, intanto ti vendo i contenuti, per di più di altri.

E così spero di aver risposto. IMHO, ovviamente. Però che software e marketplace si possano vedere in convergenza mi sembra davvero molto probabile, sfumando i contorni e accorciando la distanza tra qualchecosa “che è qui” (il software) e qualcos’altro “che è là” (il web). Che è appunto l’essenza del 2.0, definibile, 6), anche come il ribaltare tutto: dinamiche, modelli, direzioni del marketing, quello che ti pare. Se al 2.0 servisse un filosofo, davvero potrebbe essere Nietsche, con il suo “ribaltamento di tutti i valori” (tralasciando il resto, ovviamente).

Belin che roba lunga, che è venuta. Ho saltato pranzo – vedi che il problema del riso si ripropone ciclicamente :). Parte di queste riflessioni, in particolare il tentativo di identificare un insieme ordinato di concetti e le loro relazioni in grado di descrivere efficacemente il Web 2.0, è ciò che spero di riuscire a portare al Barcamp Turin.

Lungo, ma mi sembra interessante. Per cui se per caso interessa anche a voi e ne volete fare un uso commerciale, please… Buy content through ScooptWords : - )

Bella questa iniziativa: the Encyclopedia of Earth è una Wikipedia su ambiente, inquinamento, energia, eccetera. Ci voleva, se c’è un tema che può essere perfettamente supportato dalle tecnologie social è proprio questo. Dicono: "Encyclopedia of Earth [is] a new electronic reference about the Earth, its natural environments, and their interaction with society". E poi dicono anche una cosa inquietante: "Go to Google and type in climate change, pesticides, nuclear power, sustainable development, or any other important environmental issue. Doing so returns millions of results, some fraction of which are authoritative. The remainder is of poor or unknown quality". Inquietante.

L’ho letto su Petrolio

UPD Inquitudine per inquietudine, nel frattempo ho trovato quest’altro post notevole su Carmilla: WWF State of the World: E se l’umanità scomparisse?

Disordine dei Giornalisti

dottavi —  23 October 2006 — Leave a comment

Lo segnalano già da un po’ in Rete (Pasteris l’ha visto ieri sera, per esempio), ma al momento in cui scrivo il sito dell’OdG è ancora defaced. Se la cosa fa ridere per la figura che ci fanno i giornalisti italiani, devo dire che anche gli "hacker" non se la passano bene, visto che credono che siamo la Francia…

Se questo robo qua fa la metà di quel che promette in questo video, c’è la seria possibilità che faccia il botto. Dopo tanti calendari / agende / contact manager tentatamente "2.0", questo è il primo che dà l’idea di potersi tramutare in un bel problema per Outlook – o almeno per chi fa un uso personal, Internet-based e scollegato da Exchange, di Outlook (dico Outlook, non Outlook Express, che non dovrebbe neanche esistere).[//]

Sto per ricevere il mio primo Mac, e l’idea che in casa mia entri una macchina Apple è piuttosto rivoluzionaria. Prima o poi troverò il tempo per spiegare perché. L’ho comprato perché sono assolutamente convinto che, lato client, oggi la competizione software (e quindi la parte strategica della competizione tout-court, poiché l’hardware non conta più quasi nulla) sia sulle suite di editing media. Come negli anni ’90 è esistito il business di Office, oggi la vera battaglia è tra chi fa i migliori prodotti per gestione foto (album), musica (podcast), video (DVD). E in questo esiste Apple e poi il deserto.

Di applicazioni di questo tipo su Computer Bild (ehi! è la prima volta che dico il nome della rivista che ho fatto fino a poco fa! Mamma mia quanto sono indietro con i post – ma una cosa alla volta) dicevo di applicazioni audio / foto / video per Windows su CB ne abbiamo recensite a migliaia. Roba da mettersi a piangere dalla tristezza.

Be’ tutto questo per dire che c’è un solo motivo che mi lega al mio (peraltro fantastico) ThinkPad con Windows XP (ovviamente Pro, la versione Home non dovrebbe neanche esistere): Outlook. O meglio: quei 1.200 / 1.300 contatti registrati in Outlook. E poi anche l’integrazione tra Contatti, Calendario, Attività, eccetera. Sinceramente, di Personal Information Manager, come si chiamavano una volta, ne ho testati a sbafo, quando ancora esistevano – prima cioè che Outlook li facesse fuori tutti, per l’indubbia superiorità dell’idea. Dell’idea, dico, non del software. Il modulo Contatti è nato in realtà da un tool di Symantec di cui non ricordo neanche più il nome. Anche gli altri componenti vengono da diverse fonti. Insomma, Outlook è una specie di Frankenstein. La versione XP è stupida in maniera imbarazzante: quando cerchi nella posta prende il file del database e inizia… dall’inizio. Cioè, nel mio caso, da posta vecchia di anni. Avrebbero dovuto bocciare quel programmatore al liceo. Fatto sta che io di PIM in grado di sostituire adeguatamente Outlook non ne ho mai trovati. Vi prego, se qualcuno ne conosce non esiti a dirmelo. Outlook migliora leggermente (soprattutto, appunto, la ricerca) nella versione 12 per Vista, ne avevo accennato qui). 

Fatto sta che questo Scrybe sembra davvero forte. Non solo come calendario on-line – sembra infinitamente migliore di quelli di Google o Yahoo! – ma perché integra anche i clippings dai siti (meglio di Flock, che nella versione 0.7 è già un pochino avanti), il copia & incolla sembra strutturato, la gestione dei fusi orari sembra fantastica… Insomma, dategli un’occhiata. Come giustamente si sta dicendo in giro per la Rete, speriamo non sia vaporware :).

 

(Via Ajaxian)

Affioramenti

dottavi —  21 October 2006 — Leave a comment

Rimasugli di trasloco. Che stranezza. Come portate dalla risacca, ogni tanto rispuntano cose strane, che non vedevo da anni e avevo dimenticato. Una è Mad, “rivista umoristica per i matti e i mezzi matti”, americana. Principalmente fumetti demenziali, ma non solo. Comunque da morir dal ridere. Il numero qui a lato è del 1972, quella che si vede è la copertina. Mi sembra una bellissima – e attualissima – osservazione sulla stampa italiana… : - )

Technorati supporta OpenID

dottavi —  21 October 2006 — Leave a comment

Questa di OpenID mi sembra una iniziativa molto importante. E’ l’ennesima volta che si prova a fare una cosa del genere, ma stavolta mi sembra ben più importante. Intanto Technorati la supporta.

(letto su TechCrunch)

Ready for BarCamp Turin?

dottavi —  18 October 2006 — 1 Comment

Ok, mi sono iscritto, ci sarò. E cercherò anche di approntare una succosa presentazione da proporre… Mi sto già spremendo le meningi. Qualche idea, suggerimento, interesse? Una richiesta con dedica stile le canzoni alla radio? : - )

Dove Evolution

L’amico Marco Formento mi segnala questo video impressionante, che ora vedo anche raccomandato dalla Boyd. Assolutamente da non perdere.

Un lavoro che mi ricorda molto il progetto Andros di Helga Stein, che definirei geniale senza incertezze, e che mi fa venire in mente il tema del “Body Electric” di cui parlava Derrick DeKerchove.

Il video è notevole, non per niente è della Ogilvy & Mather (dettagli sotto). Marketing intrigante per l’approccio completamente rovesciato, visto che è una pubblicità fashion e proprio di queste rivela i meccanismi sotterranei. Un “Il re è nudo” piuttosto forte. C’è un sacco di riflessioni da fare su questo, cioè su come il marketing “globale” stia cavalcando gli stessi stimoli di insofferenza al marketing stesso.

Poi è potente anche dal punto di vista di contenuti e media. Su temi come lettura delle immagini, meta-informazione, eccetera, spiegano più questi tre minuti che anni di articoli e corsi universitari.

Ma direi anche molto, molto importante come riflessione sulla sintesi, sulla tecnologia stessa, sul digitale, in questo caso sì veramente virtuale come opposto al reale. Questo è un limite che – ne sono tristemente convinto – varcheremo senza accorgercene, anzi sicuramente l’abbiamo già fatto. E credo possa essere davvero la realizzazione della visione (incubo?) del “body electric” di Derrick DeKerchove, quantomeno in versione software. Riflessione su questo più sotto.

Sul tema della sintesi, secondo me, riflette in maniera sconcertante anche la Stein. O meglio: fa riflettere, visto che in realtà lei dice che “the identity is questioned and time and object/index are left behind”. Comunque mi sembra un continuo giocare sul limite, stare proprio sul filo tra naturale e innaturale, tra foto e ritocco. Negli ultimi scatti il lavoro di ritocco è più evidente, ma quando l’ho incontrata (su Flickr, intendo dire) quest’estate erano deformati in modo meno accentuato, tanto che molti tra coloro che hanno lasciato un commento sembravano non accorgersene. Comunque eccezionale: se c’è qualche gallerista che fa mostre fotografiche, lì davanti allo schermo, mi faccia sapere che organizziamo qualcosa.

Il tema del “body electric” software, secondo me, non è da sottovalutare. Metto sotto una illuminante presentazione di DeKerchove sulla Psychology of Mobility, che avevo usato per il convegno su The Mobile Society (del 2004). Spero lui non se ne abbia a male, comunque era roba per l’ITU.

Se prendiamo alla lettera la visione tecnobiologica di De Kerckhove, con l’integrazione fisica delle terminazioni elettriche tra umano e computer, ne rimaniamo parecchio spiazzati. Certo, gli androidi esistono, almeno per gli interventi legati alla salute, ed è ormai cosa normale mettere chip RFID o simili sottopelle ai cani, al posto della vecchia medaglietta. Ma l’evoluzione, in realtà, non procede esattamente a strappi, o a salti. Noi vediamo i salti, mentre i cambiamenti avvengono continuamente.

Bisogna ricordarsi che la genetica è molto chiara in questo: esiste solo la selezione naturale del meno adatto, non la trasformazione. Alle giraffe non si è allungato il collo, semplicemente quelle col collo corto avevano meno possibilità di sopravvivenza, e quindi di riproduzione.

Riportando il principio nella tecnologia, più importante dell’integrazione elettrica, allora, è la capacità di sopravvivenza nel software, nella rete dei dati, di cui parla sempre DeKerchove nella presentazione. Quindi è sciocco pensare se i miei discenti perderanno il mignolo, perché inutile sulla tastiera del computer. La domanda è invece se ci selezioneremo sulla base della nostra capacità di vivere in Rete. Per esempio il multitasking: oggi se ne parla come di uno stress, non una malattia sociale ma quasi. Per la Rete è essenziale. Oppure la capacità di mantenere una memoria parcellizzata ma ampia, derivante dal fatto di avere poche informazioni da un numero sempre più elevato di fonti, contrapposta a una memoria “classica” di approfondimento, come quella legata allo studio concentrato, per esempio universitario. O… you name it. C’è pieno di capacità specifiche, inesistenti o inutili altrove, necessarie per sopravvivere nella vecchia società dell’informazione, e tanto più nella nuova società dell’informazione collegata in rete.

Forse essere abituati a considerare reali le immagini virtuali, di sintesi, non testimonia nel migliore dei modi sulla nostra capacità di sopravvivenza elettrica. E il video sopra ce lo fa scoprire. Quindi oserei dire che l’evoluzione verso il corpo elettrico avanza in fretta, ed è palesemente prima software che hardware.

Dettagli sul video e la versione su YouTube:

Agency: Ogilvy & Mather, Toronto
Co-CCOs: Nancy Vonk & Janet Kestin
ACD/Writer/Art Director: Tim Piper
Production Company: Reginald Pike
Director: Yael Staav
Music: Vapor Music, Toronto

PS Altro link: riflettevo sull’estetica di alcuni esperimenti di video in stop-motion altrove, e anche in quel caso mi colpiva la relazione tra lento – veloce: Fast life a 60 Hertz.

PS2 De Kerckhove, The Psicology of Mobility:

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