Archives For May 2006

Che botta. Accordo pluriennale tra eBay e Yahoo!. Non scambiano denaro, ma integrano. Per es PayPal e Skype diventeranno strumenti standard per Yahoo!. Notevole, importante. Qui l’interessantissima AP.

Sir Tim Berners-Lee torna a parlare di Internet dal palco della WWW2006, che si sta tenendo a Edinburgo in questi giorni, e prende una forte posizione contro l’idea (barbina, aggiungo io) di una doppia Internet. Grande.[//]

E’ da un po’ che negli States si dibatte sul tema di una gerarchia nei pacchetti da distribuire in Rete, originato se non sbaglio da una diatriba tra carrier e content provider – semplificando al massimo pur sperando di non travisare, i primi dicono che i secondi dovrebbero pagare per il traffico in più che vengono a generare. Il Senato americano ha rilasciato un mesetto fa il "Communications, Consumer’s Choice, and Broadband Deployment Act of 2006": riconoscendo che gli USA ormai sono al 16° posto nel mondo per diffusione della banda larga, si danno da fare per recuperare. Il problema, secondo gli analisti, è che questo Atto non pone alcun vincolo specifico affinchè i carrier trattino tutti i pacchetti transitanti sulle loro reti allo stesso modo – ovvero, al contrario, lascia liberi i carrier di stabilire delle gerarchie.

Il mitico Tim, che ho avuto il piacere di veder parlare dal vivo alla W3C di Parigi dieci anni fa – sigh – ha dunque detto la sua, che potete trovare sul sito della WWW2006, sul suo blog, o potete anche streammarvi direttamente da qua :)

La bio di Tim è a questo indirizzo.

Eh, niente da dire, complimenti a quelli di Idearium.org, “comunità nata intorno alle interfacce, on-line dal 2001″ con un taglio, un approccio e una scelta di argomenti molto, molto vicini a Infoservi – anche se è d’obbligo dire che siamo noi ad aspirare a essere vicini a loro, visto che ci occupiamo di questi temi da tempo immemore come loro ma siamo arrivati dopo (in compenso fa piacere trovare un vecchio amico nel panel… :). Dicono: [//] “Idearium si propone di fondere la tradizione italiana del design e della creatività con le opportunità tecnologiche offerte dal web e dalle tecnologie multimediali dei new media”. Esatto, splendido! Lo dicevo giusto ieri sera in un commento da Danah Boyd (che tipa mitica, sono convinto che se proponesse “un’ora con Danah” come fanno le vamp del cinema tirerebbe su i milioni), di quanto manchi la cultura del design (inteso come progettazione tout court, non come “disegnini”, come diceva tempo fa Luisa Carrada) nella tecnologia. O di come manchino anche basi culturali in genere, come ben argomentavano alter e Dario in questo post.

Tutto questo non può non far tornare in mente le cantonate della prima Intelligenza Artificiale. Ai tempi (ancora ai miei tempi, però, che non sono così lontani, e molto più tardi degli inizi dell’IA ;) girava ancora l’aneddoto sulla traduzione artificiale. “In pochi anni simuleremo le capacità umane più evolute!” declamavano tronfi i pionieri dell’IA, più o meno negli anni in cui i computer avevano ancora le valvole, o giù di lì. E uno dei primi progetti fu proprio quello della traduzione automatica, con risultati tipo “Lo spirito è forte ma la carne è debole” risultante in “La wodka è buona, ma la carne è marcia”.

Può essere leggenda metropolitana, compreso il tentativo di traduzione inglese-russo per i tempi di Guerra Fredda, ma è comunque indicativo di una cocciuta tendenza al suprematismo (mi perdonino gli artisti russi) degli ingegneri della tecnologia. O, per meglio dire, una caparbia superbia dei tecnologi tipicamente americani nel pensare che tutto si possa risolvere con artifici meccanici, algoritmi, ecc. La definirei “cultura delle patch”: c’è sempre una nuova release in futuro. In opposizione a una molto più europea cultura dei “principi primi”.

A quei tempi le riflessioni sulla prima IA hanno portato alla nascita delle Cognitive Sciences, giusto con filosofi e psicologi seduti al tavolo degli ingegneri a spiegargli che loro stavano studiando visione, percezione etc da quei duemila anni. Oggi mi permetterei di dissentire con il post di alter sui filosofi: a me sembra sia ancora così, solo che non sembra essere così in Italia. Un esempio a caso il Dept. of Psychology della Wichita State University che ho citato in questo post dell’altro giorno. Ovvio che si occupano di ricerche cognitive e human-computer interaction, no?

Sono sicuro che queste cose accadono anche nelle nostre università, da qualche parte. Solo che sono fuori dal giro da un po’, e quindi non so bene cosa e dove – as usual, ogni indicazione warmly welcome. So invece per certo che il CNR è sempre stato se non proprio all’avanguardia sicuramente ben inserito nel giro internazionale – ho una carissima amica che lavorava sull’eyetracking dieci anni fa, e ora lavora sulle “robotic sociable technologies”, metodologie di interazione uomo-macchina che partono dalle esigenze di interazione umana per ridefinire i parametri di progettazione (sicuramente sarà molto più complesso di così, ma questo è quanto ho capito).

Certo, abbiamo un problema strutturale legato al mondo della ricerca e dell’università. Chiamo in aiuto alter e qualche altro amico che lavora vicino a quegli ambiti, io non ne so molto. Ho avuto modo però di frequentare, verificare, toccare con mano anzi partecipare e viver dentro agli ambienti dei tecnologi e del “technology business” italiano, e dico senza problemi che la “cultura” è davvero difficile da incontrare. Ma non si parla neanche delle basi culturali necessarie per ragionare riflettere e lavorare sullo sviluppo dei prodotti. Spesso e volentieri è difficile trovare anche una cultura economica evoluta, figuriamoci. La stragrande maggioranza delle aziende IT – vorrei dire tutte – sono sostanzialmente dei reseller, con gran cultura di canale e mercato, ma sostanzialmente dei venditori. Certo, ci sono le eccezioni. Certo, ci sono le multinazionali che hanno aperto dei centri che chiamano di “eccellenza” (anche se dovrebbero essere un po’ più rivolti all’R&D e un po’ meno allo showcase per i clienti). Certo, c’è stato Pistorio con la “sua” STMicroelectronics – ah, che esempio quello, il business italiano non ha imparato abbastanza da lui, davvero una storia italiota il fatto che non abbia avuto il plauso che merita. Speriamo in futuro. E, certo, c’è Telecom, che a parte tutte le polemiche (giustificatissime, peraltro) un po’ di ricerca la fa. E poi ci sono le (poche, direi) PMI d’eccellenza che fanno innovazione allo stato brado, senza supporto e senza un ingaggio strutturale dalla parte delle istituzioni. Penso per esempio a Permasteelisa, secondo me esempio eccezionale.

Ma l’innovazione viene da attività strutturate, supportate, con visione di ampio respiro. Un esempio? E allora, già che ci siamo, mettiamo giù uno scoop: sapevate che LG Electronics, azienda coreana attiva nel bianco e nel bruno, ha un centro di ricerca e design internazionale a… Milano? Io no, l’ho scoperto da poco e per caso (e con LG cellulari sono in contatto costante). Hanno radunato qui in periferia da qualche parte alcune decine di giovani ricercatori presi da tutta Europa, con il preciso intento di arricchire quanto sviluppato in Corea con una cultura di design italiana ed europea. Collaborano sulle linee guida, Milano sviluppa i primi sample in virtuale, Corea in due/tre giorni gli restituisce i prototipi. Lavorano sull’estetica ma anche sull’usabilità. Magari di strada da fare ne hanno ancora parecchia, in termini di peso nel mercato globale dei telefonini, però hanno capito cosa gli manca e lo fanno. Certo, è privato, più difficile nel pubblico. Però almeno in Corea quando han capito che la banda larga è un tool di innovazione e competizione straordinario han deciso “cabliamo” e ora sono il Paese con la più alta percentuale di collegamenti broadband al mondo (e questo me l’han confermato degli amici coreani, di quanto lì sia tangibile, of course nelle aree urbane / industrializzate la cultura del “being digital”).

Non è finita. Se i tecnologi nostrani mancano di basi culturali, altrettanto grave ritengo il fatto che molti businessmen altrettanto nostrani, e supremamente gli alti vertici delle media companies – ma anche abbastanza architetti, e designer, spesso conservativi, siano, come dire… be’ direi ignoranti di tecnologia. Non tanto perché fino a poco tempo fa si facevano stampare le e-mail dalla segretaria (indice del fatto che non hai capito, ripeto, non hai capito che the medium is the message, e che l’e-mail è workflow, organizational management, non messaggini), ma perché gli mancano proprio le strutture concettuali del digitale. Guardando un sito web vedono… un sito web (così come guardando un’e-mail vedono le parole), e ci mettono su delle belle immagini perché dev’esser prestigioso. E non vedono interazione, navigazione, utenti che passano come stormi di uccelli di cui, con un po’ di fatica, certo, si può intuire i movimenti migratori.

Esempio eclatante Paolo Mieli, che pare qualche anno fa avesse detto che “Internet è un fenomeno secondario”. Paolo, tu sei nel mio (peraltro ristretto) panel di santini di giornalisti di fronte ai quali mi inchino un giorno sì e l’altro pure… ma è vera questa storia? Dimmi di no, ti prego, e dimmi che ti stai un po’ più interessando a questa che è veramente storia attuale, d’oggi, del presente.

E del futuro tutto da costruire.

Ibm parla all’Università di Cagliari, Sun sul tema Web 2.0 ci titola l’intera Java Conference, tradizionale appuntamento annuale per sviluppatori non necessariamente legati solo al mondo Sun.[//]

Il prossimo martedì 23 maggio Ibm – o meglio Ricerca Ibm – presenta il Global Technology Outlook 2006, ovvero i risultati dei suoi studi sugli sviluppi e il futuro dell’IT. Quattro temi (secondo le loro parole):

- Il mondo “event driven”. La capacità di gestire gli eventi è un’esigenza di business sempre più importante, nelle aree dei servizi finanziari, della produzione, ecc
- Sistemi ottimizzati per l’applicazione. Modularità, scalabilità, virtualizzazione stanno contribuendo a un aumento di prestazioni dei sistemi, grazie all’ottimizzazione per classi di applicazioni
- Il ruolo del software. Lo sviluppo del software sta attraversando una fase di rapida evoluzione, resa possibile dall’ubiquità e dalla facilità d’uso del Web, di tool e tecniche, dello sviluppo di standard intorno ai web services. Tutte queste forze insieme stanno dando vita a un nuovo paradigma per la collaborazione, creazione e manipolazione di contenuto dinamico, con il Web come piattaforma, meglio noto come Web 2.0. Questi trend costringeranno le imprese a ripensare al modo in cui le proprie applicazioni sono progettate, sviluppate e gestite
(e qui mi viene da dire che allora non stavo delirando troppo quando ho scritto questo post sul 2.0 applicato al business)
- Servizi 2.0. Web 2.0 avrà un impatto sui business services, accelerando il passaggio alla composizione dei servizi (“services mash-up”), soprattutto nelle piccole e medie imprese.

Sun usa la metafora 2.0 per improntare tutta l’edizione 2006 della Java Conference, dal titolo “Il futuro di Internet, il futuro del software”. Loro parlano di “participation age” (ma, si sa, le presentazioni ufficiali esagerano sempre un po’), ma in sostanza si tratta di “social network”, dove la “collaborazione si sta rivelando il fattore chiave per l’innovazione e lo sviluppo”. Be’, son cose ;)

Il programma di incontri tecnici è fitto (Roma, Milano; la prima è una giornata sola, sintesi delle due successive), ma molto interessante si presume sarà l’intervento di James Gosling, detto “l’inventore di Java”. Qui descrizione e programma dell’evento.

Ho trovato queste pagine di design concept sul sito di Vodafone Japan. Purtroppo non leggo il giapponese, fatto sta che cita un possibile modello "Apple". Può aver qualcosa a che fare con ciò di cui si vocifera da tempo? Per di più risalgono al 2004…. Bah, comunque qualche bella immagine.[//]

Qua sotto i bozzetti di alcuni modelli, tra cui quello ritratto nell’immagine sopra:

 Qui invece qualcosina della lineup completa di prodotti:

Insomma, cose graziose. Uno fatto a wallet, l’altro a portacipria, l’altro ancora apribile in diverse direzioni… tutte cose che più o meno abbiamo visto, dal 2004 a oggi. Curioso anche il progetto del sito – personalmente lo trovo assolutamente inusabile, odio Flash se usato solo per gli effetti speciali.

Chissà se davvero ha qualcosa a che fare col cellulare Apple di cui si parla. Nel frattempo sta arrivando il nuovo Motorola Razr con iTunes…

Interessante questa pagina di Nielsen: F-Shaped Pattern For Reading Web Content. Conferma che in generale la parte sinistra della pagina è la meno guardata, come ben insegnato da CNet / ZDNet (discussione in corso con Ivan, spero polemizzi presto ;).

Link trovato nel bel post “I font al microscopio” su Intranet Management di Giacomo Mason.[//]

Cita anche quest’altra pagina, Criteria for optimal web design (designing for usability) del Software Usability Research Lab, Dept of Psychology, Wichita State University (e qui viene in mente il post dell’altro giorno tra filosofi, user experience, etc). Qui però dicono che più o meno non ci sono differenze di leggibilità tra font di grandezze diverse, da 8 a 10. Io non sono nessuno per parlare in questo settore (a parte un po’ di esperienza sul campo), però mi premetto di dissentire. Un po’ più di un paio di anni fa avevo iniziato a scrivere un progetto di libro intitolato “Internet Horror”, chissà un giorno o l’altro magari lo bloggo giusto per farsi due risate. Copio qua solo un pezzettino preso dall’analisi della versione 2003/2004 del sito Telepass:

“Per fortuna che ci vedo ancora bene, perché fatico anche a immaginare come abbiano trovato un font così piccolo. Se lo saranno fatto disegnare da uno studio grafico di New York, pagandolo una fortuna. No, ho controllato. E’ un semplice Verdana. Ma a dimensione 7,5, cioè meno del minimo standard (che è 8). Vuol dire che c’è qualcuno di molto, molto cattivo tra chi ha fatto le specifiche. Mi sembra di sentirlo:

Di corsa in pausa pranzo, giusto tre link per farsi due risate.

[//] Il primo è la riedizione di un’idea ben nota ai tempi della new eco. Trovo il secondo particolarmente estetico :)

Web 2.0 Bullshit Generator

Da non perdere il
Web 2.0 buzz phrase recombiner
(I’d rather call this “The Web 2.0 poem” :)

Meno felice ma tutto sommato ogni tanto curioso il
Web 2.0 Domain Name Generator

Delle novità Google (co-op, desktop 4, trends e notebook) avrete già letto altrove. Ora solo per un post veloce sull’accordo per mettere Google Talk sulle tavolette 770 di Nokia. Un upgrade software gratuito. Sinceramente la cosa che trovo più interessante è l’accordo tra le due aziende, che combattono entrambe con Microsoft. Questo robo di un 770 mi incuriosa ma non convince. Comunque qua sotto qualche nota in più.[//]

“The Internet Tablet OS 2006 edition features pre-installed Google Talk and Jabber compatibility for Instant Messaging, as well as Google Talk compatibility for Internet calling. This will give Nokia Internet Tablet users the power to instantly communicate with people, both through instant messaging and Voice over IP … In addition to Google Talk(TM) … the tablet also offers Google as the default search provider, making it even easier for users to get the information they need quickly and easily …

The Nokia 770 Internet Tablet is a Wi-Fi enabled device optimized for Internet communications in a slim pocketsize format. The Nokia 770 Internet Tablet features an impressive high-resolution (800×480) 4.13″ widescreen display with zoom and on-screen, full-screen finger keyboard or handwriting recognition, ideal for viewing online content over Wi-Fi. Aside from Wi-Fi, the device can also connect to the Internet utilizing Bluetooth wireless technology via a compatible mobile device. The Internet Tablet OS 2006 edition which is based on popular desktop Linux and Open Source technologies is planned to be available during the second quarter of 2006 in selected countries in Europe and the Americas”.

Il link ufficiale del Nokia 770

Un po’ di interessanti novità nella blogosfera – Italia e mondo. Purtroppo sono stato travolto dal cambio casa (ecco perché nei blog si parla sempre dei traslochi, è lo stress di non riuscire a postare ;), così trovo solo ora un attimo per completare queste note. Anche se non più attualissime (in compenso escono in edicola dopodomani) mi sembra comunque doveroso appuntarle qua.

Poco più di due mesi fa Technorati censiva circa 28 milioni di blog nel mondo. Oggi sono circa 40 milioni.[//] Vero, il tasso di crescita sembra rallentato: nel senso che mentre prima la cosiddetta blogosfera raddoppiava ogni 5,5 mesi, oggi questo si presume avvenga ogni sei mesi. Ma i numeri in gioco sono – ovviamente – di ben altra natura.

I blog censiti da Technorati non sono tutti. Il motore di ricerca blog creato da David Sifry e colleghi, infatti, non può tener conto dell’intera “blogosfera” mondiale. Stando alle loro stesse dichiarazioni, si presume che il numero dei blog dei paesi asiatici (in particolare la Cina) sia fortemente sottostimato. Interessante comunque vedere quanto attivi siano i blogger italiani, visto che l’utilizzo della nostra lingua è valutato in una percentuale equivalente a quelli di altri paesi, europei ed extra-europei. Ecco qua:

Purtroppo non sono disponibili dati precisi sul numero di blog in Italia (o almeno a me non risulta, qualcuno ne sa qualcosa?). Però un’idea della crescita dell’interesse a questo riguardo viene da Splinder. Oggi ospitano circa 190.000 blog – a febbraio erano “solo” a 170.000. Una crescita che prevedono aumenterà con il rilascio della versione 6 del sito, appena avvenuta (il 9 maggio, per la preci), e che, secondo le parole di Roberto Lo Jacono, responsabile comunicazione, «ha un aspetto più “pulito” e una maggiore accessibilità per rendere la nuova interfaccia più semplice da usare da parte dei blogger». Tra gli obiettivi della nuova versione, inoltre, una «maggiore visibilità alla community, con gli ultimi post pubblicati, gli utenti on-line e le ultime notizie [di quanto accade sui blog, ndr] pubblicate su Splinder Journal». Altre novità comprendono il motore di ricerca che “legge” anche nei commenti, una maggiore integrazione tra profilo utente e instant messenger, e un miglioramento generale nella parte di gestione / pubblicazione del blog. Ma l’aspetto principale è che gli sviluppi di Splinder, compreso l’aumento nell’erogazione di pubblicità, sono state “discusse” con gli utenti. Una modalità di interazione con la community complessa ma di cui Splinder mostra estrema cura – ma non avevamo dubbi :). Avevamo discusso con Marco Palombi di questi e altri argomenti in questo post.

Oltre ai numeri, però, sono interessanti le modalità d’uso. Infatti non si tratta più di un fenomeno che riguarda solo i racconti personali dei navigatori della Rete. Questi si sono oggi trasformati in autori letterari, consulenti per aziende, professionisti dell’informazione, e molto altro.

Dal blog al libro
E chi l’ha detto che i fenomeni letterari nascono sempre e solo in Inghilterra? Il nome – orribile, peraltro – l’hanno inventato loro, è vero. Ma i blogger italiani non sono da meno. Insomma si tratta dei primi “blook” (orribile contrazione di blog e book, of course) italiani, di cui sta arrivando in tutte le librerie la prima collana, prodotta dall’iniziativa editoriale Scrittomisto. Inizialmente prevede sei titoli di autori esordienti sulla “carta” ma «con alle spalle due o tre anni di carriera sul loro blog, e alcune centinaia di migliaia di lettori unici al mese, numeri che solo i Camilleri e pochi altri narratori italiani possono vantare», secondo quanto afferma, con comprensibile orgoglio, Personalitaconfusa, appunto uno dei primi blogger italiani a interpretare questo mezzo in chiave “letteraria”, e autore di uno dei primi titoli: “Storia Completa del tuo Futuro”. Gli altri libri in uscita sono “Perse in partenza (vedi alla voce battaglie)” di Herzog, “Seppellitemi con l’accappatoio” di Hotel Messico, “Zitti al Cinema” di Marquant, “Convivo con la metà di me stesso” di Spad, e “27 anni” di Arkangel. Un’iniziativa che parte con convinzione, visto che entro l’anno sono previste altre 12 uscite, dei podcast e «un grande concorso di narrativa aperto a tutti i blogger / narratori, con tanto di giuria professionale e votazioni dalla Rete». Un modo quindi per far incontrare gli internauti con i lettori tradizionali, e, insieme, per stimolare una visita in più in libreria da parte dei navigatori del computer.

Ho avuto il piacere di qualche chiacchiera via mail con Pers, per cui gli rubo qualche altro stralcio di conversazione che mi sembra interessante… Per esempio: «L’obiettivo di Scrittomisto è svolgere un ruolo di valorizzazione di nuovi autori e nuove scritture, attraverso la pubblicazione [su “carta”, ndr], ipotizzando che i blog e la rete intercettino solo una minima parte dei potenziali lettori». Oppure «Scrittomisto è solo il primo dei progetti di Unwired Media, neonata casa editrice milanese che ha scelto di svolgere un ruolo differente da quello normalmente svolto dall’editore tradizionale, assumendo una funzione di “facilitatore” e “promotore” di conoscenze, competenze e valore artistico di nuovi soggetti emergenti da una comunità attenta ed esigente come quella della rete». Insomma, lodabile, coraggioso e molto attuale. Cosa si vuole di più? Questi sì che sono “basse barriere all’ingresso”: aprire un blog non costa niente, se vuoi fare lo scrittore scrivi e candidati. Non sarà banale ma è qualcosa, e non mi sembra poco.

Il Mantellini è stato il più veloce a segnalare l’uscita di Scrittomisto

Uno strumento aziendale
Ma se chi scrive su un blog ha l’ambizione di vedersi pubblicato su carta, questo vuol forse dire che il mezzo digitale ha in realtà poca importanza? Tutt’altro. Se i libri nascono da iniziative personali, nel mondo del lavoro sta succedendo l’esatto contrario. Sempre più aziende, infatti, stanno iniziando a utilizzare i blog come strumento di comunicazione con i propri clienti. Come sempre accade, si tratta di una tendenza già affermata in altri Paesi, ma anche l’Italia si muove, anche se con un certo ritardo. Secondo la “Blog Survey” condotta da Burson Marsteller, sulla base dello strumento Webrep sviluppato con Siris Media Factory, «solo il 29,5% delle aziende consulta i blog almeno una volta alla settimana per motivi di lavoro». Ma se il principale motivo per cui si visitano i blog è ancora la curiosità (42,5% dei casi), la maggioranza delle imprese del campione ritiene i blog «una fonte abbastanza (39,5%) o molto (26,3%) importante sull’attività delle imprese». Webrep è uno strumento di auditing della reputazione aziendale on-line. Praticamente hanno un panel di blog, siti, etc, che “monitorano” (mamma mia che orrore questa parola) e su cui fanno analisi quali-quantitative. Very business, perché ricerche, analisi e lo stesso panel possono ovviamente essere commissionati “custom” da aziende che vogliono vedere cosa si dice di loro in Rete.

Questi dati possono essere spiegati anche con il semplice buon senso: nei blog italiani si parla ancora molto poco di aziende, lavoro, e business in generale e, al contrario, le aziende italiane con un blog sono pochissime. Chiaro quindi che l’interesse da parte degli utenti aziendali sia basso. Si tratta però di una tendenza destinata a forte crescita in futuro. Alcuni sono arrivati: Ducati, Europe Assistance e IWBank tra i primi, così come la rivista Grazia (il cui blog è curato dagli amici di Daimon, pionieri delle Internet community). Dati i bassi costi, la semplicità e il (relativamente) poco tempo che richiede fare un blog, però, è facile immaginare che questo possa diventare uno strumento efficace anche per le tante piccole imprese (o professionisti) che contraddistinguono la realtà italiana.

Anche perché, secondo un’altra ricerca sviluppata stavolta da Digital PR e TNS Infratest, «i consumatori attribuiscono valore alle informazioni create, promosse e diffuse da altri consumatori, in newsgroup, forum e blog». Sempre più spesso, infatti, si dà più peso a quanto dicono altri utenti rispetto a quanto comunicato dal marketing tradizionale. Secondo Paolo Guadagni, amministratore delegato di Digital PR, i contenuti generati dagli utenti rappresentano «un fenomeno sociale, capace di attrarre un numero sempre maggiore di individui». Per le aziende diventerà quindi sempre più importante essere presenti in Rete con una voce diretta, e non con qualche semplice pagina di “sito-brochure”.

Su questo trend alcuni italiani stanno già scommettendo. È il caso di Blogo e Blogosfere, per esempio. Il primo si presenta con un approccio consulenziale: sviluppato da specialisti di Internet, ha creato una serie di blog tematici su diversi argomenti: auto, moto, viaggi, eccetera. Nascono però per essere sponsorizzati, o per essere trasformati in blog aziendali. L’iniziativa del blog Ducati nasce infatti da loro. Diverso Blogosfere, che sta creando una rete di “blog professionali di informazione”. Usa cioè i blog come prodotti editoriali specializzati, su vari argomenti, contando sulla raccolta di pubblicità on-line – un mercato che, in effetti, mostra tassi di crescita sempre più significativi. Insomma: idee e approcci diversi, ma che possono rivelarsi tutti validi. Purché – IMHO – sia rispettata la prima regola delle conversazioni in Rete, che sono basate sulla fiducia: bisogna essere trasparenti e parlare sempre onestamente.

I blog, dunque, possono dichiararsi a pieno titolo come la “miccia” che ha innescato il fenomeno di questa nuova Internet che sta sorgendo. La differenza rispetto a quella che conosciamo dai primi anni 2000 è totale. Nel primo caso c’erano portali che pubblicavano, e utenti che leggevano. Ora è l’esatto contrario: sono gli utenti a pubblicare. E i portali? Vedremo…

Qualche dato in più
Splinder: circa 190.000 blog creati • più di 270.000 utenti registrati • più di 4,2 ml di visitatori unici / mese (Google Analytics, March 2006) • più di 30 milioni di pagine viste / mese (Google Analytics, March 2006) • stickiness media di 13 minuti per sessione (NetRatings, December 2005)

Scrittomisto: foliazione 100 pagine  • prezzo 4,90 euro  • prima uscita: 18 maggio 2006

 

Nokia 5500Finalmente qualcosa di nuovo tra i cellulari in arrivo – o diciamo qualcosa di diverso da DVBH e fotocamere con sempre più pixel (le ultime mi piacciono da pazzi peraltro). Il 5500 inizia a dare un’idea di quello che si potrebbe fare con i cellulari “per lo sport”.
Ora già mi immagino che uno con un po’ di senso critico si chieda cosa si vuol dire di preciso. Gli sport sono moltissimi e ognuno ha le sue esigenze particolari. Sarebbe come dire che si fanno lo scarpe “per lo sport”. Quale sport? Calcio, golf, vela, danza classica o quella roba [//] di cui non ricordo mai il nome che si vedeva alle Olimpiadi invernali, l’affare lanciato sulla pista di ghiaccio e gli altri che gli corrono intorno con lo scopettino fantascientico – senza offesa per gli appassionati beninteso, sono solo ignorante io… (come si chiama poi?)

In ogni caso, anche volendo fare le pulci alla comunicazione e al marketing dei nostri fantastici amici finlandesi bisogna riconoscere che pure in questo caso stanno guidando il cambiamento del telefono verso funzioni d’uso meno scontate. Lo fanno aggiungendo tecnologia ormai mi pare standard (accelerometri, contapassi), software, informazioni personali (speriamo che non sia una pena popolarle) e materiali diversi dal solito – quale che sia il giudizio estetico.

“Switched into sports mode, the Nokia 5500 Sport helps you keep track of work or your work-out. The integrated pedometer feature serves to monitor distance walked or calories burnt -during a busy day in the city or that breathtaking cardio session. For extra durability, the Nokia 5500 Sport features an ergonomic stainless steel casing, complemented by a splash and dust resistant shell and rubber grips.The sleek Nokia 5500 Sport is engineered with materials used in the latest high performance running shoes which make it look good on and off the court”, dice una press release.

Insomma mi pare un telefono per il fitness o per il jogging o la bicicletta. D’altro canto, adesso che ci penso un telefono per il calcio o la pallacanestro mica si può fare, che diresti mai, “passala a lui che ho una chiamata”? ;)

“Forse servirebbe un po’ di filosofia a chi si occupa di experience design”. A dirlo non è il professorino del liceo – e intanto vi faccio tornare gli incubi con la faccetta sghemba e severa di Kant. Sta parlando uno stagionato consulente USA in un post di Total Experience, il suo blog dedicato appunto a experience design e dintorni.
La constatazione è abbastanza fuori del comune e forse pure per questo è stata ripresa da Usability News, un bel portale inglese che oltre all’usabilità in senso stretto [//] copre in realtà anche molte notizie su human computer interaction, interaction design, media design, etc.
“Excuse my candor, but from my perspective, it’s incumbent on those who are attempting to engineer new experiences (and even more, those who claim success in this effort), to get down to the epistemology of experience: how we truly can understand what we’re doing when we play with people’s hearts and minds” scrive Bob Jacobson.
Usability News dice che il richiamo è a una “filosofia del design”. Sarei un grande fan del genere, e non solo perché il cv degli infoservi ha previsto di rigore studi matti e disperatissimi di filosofia. La faccenda in realtà è meno personale: che senso ha ignorare qualche millennio di pensiero su questioni di fondo come la natura dell’esperienza?
Si sa che qualche filosofo si è pure occupato di tecnica e tecnologia, talvolta dicendo cose spaventevoli, in altri casi meno, magari persino con equilibrio e finezza sconosciute a molti guru – e a molti consulenti, sia detto per inciso da uno che si mette senz’altro tra i consulenti.

Per stendere definitivamente chi fosse arrivato sin qui raccomando un bellissimo volumetto uscito da Bruno Mondadori un paio di anni fa o giù di lì, la “Filosofia del design” di Vilelm Flusser. E anche un giro su Fondamenti, sempre alla ricerca di nuovi brillanti autori per un fantastico blog (dopo infoservi, si capisce ;)

Mi è arrivato JPG Mag

dottavi —  4 May 2006 — 2 Comments

Attacco di scemenza e feticismo editoriale: mi è arrivato il numero di JPG Magazine che ho ordinato tramite Lulu. E’ bellissimo.[//]

Formato molto più piccolo di quanto mi aspettassi (23×15 cm, poco più di un B5), qualità e peso della carta ottimi, resa delle immagini perfetta. Una rivista di fotografia con tutti i crismi. Impaginazione e organizzazione interna impeccabili (un sample in questa pagina). Packaging di Lulu ineccepibile, livello Amazon. Lulu è davvero forte.

Mi è costato una fortuna (Issue 5: Photography is Not a Crime JPG Magazine (Printed) 1 €17.06 Shipping €5.90 Total €22.96), ma ne valeva la pena – per un impallinato di magazine e giornali come il sottoscritto, almeno ;).