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Segue il testo di un articolo scritto nel giugno del 2004 e pubblicato su Web Marketing Tools

Come nei peggiori B-movie di fantascienza, anche lo studio del futuro è storia da anni Cinquanta. Del 1959, per essere precisi, quando Olaf Helmer e Norman Dalkey, due ricercatori della Rand Corporation, centro di ricerca e sviluppo voluto dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, pubblicano un articolo intitolato “Epistemology of Inexact Sciences”, che fornisce basi filosofiche e metodologiche per le previsioni a lungo termine. Ne deriverà il Delphi Method, molto criticato ma anche abbastanza utilizzato per “predire il futuro”. In realtà, si tratta di una metodologia per mettere assieme le opinioni di un gruppo di esperti e ottenere un’unica affermazione utile. Oggi lo chiameremmo “un tool di supporto al group decision making”.

Delphi ha prodotto risultati controversi. A metà degli anni Sessanta Helmer predisse lo sviluppo di contraccettivi orali (vero), del trapianto di organi (vero), e delle droghe psicotropiche (vero). Ma sostenne anche che nel 1975 avremmo avuto traduttori automatici applicati alle comunicazioni intercontinentali (falso), una stazione spaziale orbitante (quasi falso, il primo elemento della Mir venne messo in orbita nel 1986) e che l’uomo sarebbe atterrato su Marte nel 2000 (piuttosto falso: idea giusta ma cinquantennio sbagliato).

Gli americani, si sa, sono strani. Hanno una metodologia e una procedura per tutto. Con un più pragmatico approccio europeo, non abbiamo l’ardire di fare predizioni, e non abbiamo usato il metodo Delphi. Ma abbiamo chiesto a Dario Bucci e Stefano Venturi, responsabili delle filiali italiane rispettivamente di Intel e Cisco, come saranno la Rete e la tecnologia tra dieci anni, e come trasformeranno il nostro modo di operare.[//]

Self service society
Venturi fa l’esempio dell’introduzione del motore elettrico negli stabilimenti. Prima la forza motrice era data da un motore a vapore, centrale, che distribuiva il movimento tramite un complicato sistema di cavi e pulegge. Quando è stato sostituito dal motore elettrico, inizialmente non si è cambiato il sistema. Solo dopo è stata inventata la catena di montaggio. Il che mostra che quando ci sono delle innovazioni importanti, per poterne sfruttare i vantaggi, è necessario cambiare i processi.

Corriere TLC – 10-giu-04 – Marco Tronchetti Provera, presidente del gruppo Telecom Italia, non usa mezzi termini. Il videotelefono per la casa è

Corriere TLC – giu-04 – Operatori ed esperti del settore sono d’accordo sulla necessità di interventi per sviluppare infrastruttura e servizi, ma i pareri sono diversi su metodi e priorità.

Roberto Azzano di Databank Consulting, che ha curato il Rapporto Anfov sulla banda larga presentato di recente, disegna un quadro tutto sommato positivo. “L’Italia è decollata e ha allungato il passo”, ha affermato. L’incremento degli accessi broadband (xDsl più fibra) in Italia è stato del 131% (80% la media europea), e sarà questo “l’elemento trainante del mercato delle telecomunicazioni nei prossimi anni”. Azzano nota però che le famiglie senza pc sono ancora più di 10 milioni (46%): “E’ questo il grande problema del mercato consumer [della banda larga]”. Meglio l’andamento della domanda nel mercato business, ma mancano ancora i servizi.

Sottolinea i motivi di freno Achille De Tommaso, vice presidente Anfov, affermando che “la situazione in Italia non è affatto soddisfacente”, sia rispetto agli altri paesi europei sia se confrontata con Giappone e Sud Est asiatico. Il recupero in atto, dunque, deve essere accelerato, e uno dei problemi più rilevanti è l’adeguamento dell’infrastruttura. Uno studio commissionato da Anfov a Between, Osservatorio per la Banda Larga, stima in circa tre miliardi di euro gli investimenti necessari per una “chiusura totale del digital divide” in Italia, cioè per portare la copertura Adsl al 95% della popolazione. Un progetto che Anfov ha denominato Aspera, per “Anfov Servizio Pervasivo Avanzato”, e che ritiene debba rappresentare una priorità per il nostro Paese.

Andrea Bartoli, direttore tecnologie di Between, segnala come a fine 2003 risulti raggiungibile in Adsl il 75% della popolazione. Malgrado ci sia stato un forte sforzo di diffusione, risultano ancora estese e mal distribuite le aree in cui l’Adsl non è disponibile. Si tratta dunque di aggiornare, bonificare ed estendere l’infrastruttura, per ridurre un digital divide ancora tangibile tra diverse regioni italiane. Un compito che vede l’operatore ex-monopolista in primo piano, ma che però solleva il problema dell’opportunità di mercato. In certe aree, infatti, non risulta esservi abbastanza domanda perché il gestore della rete abbia un adeguato ritorno economico dagli investimenti necessari. Lo studio della situazione attuale della rete, e il suo tasso attuale di sviluppo, fa dunque dire a Bartoli che è “improbabile” che si riesca a completare la copertura del territorio “con le sole forze del mercato”. In altri termini, non si prevede di poter fornire l’Adsl a oltre il 90% della popolazione a meno di interventi assistiti. Più ottimista ovviamente Sergio Fogli, direttore affari regolamentari Telecom Italia Wireline, secondo il quale “a metà 2004 risulterà coperto l’83% della popolazione italiana, e l’80% nel mezzogiorno”.

Giuseppe Gislon, amministratore delegato di Alcatel Italia, nel riconoscere comprensibile il fatto che l’infrastruttura si espanda a seconda della domanda, segnala il rischio di creare un mercato a due velocità, che porterebbe dei limiti allo sviluppo delle telecomunicazioni. Per questo, afferma, “in parte le infrastrutture dovrebbero essere sviluppate a prescindere dalla domanda”. Anche Adriano De Luca, amministratore delegato di Noicom, riconosce legittima la posizione di Telecom, ma fa notare come gli operatori alternativi non abbiano i mezzi per sviluppare l’infrastruttura, che dipende essenzialmente dalla rete dell’ex-monopolista.

Secondo Andrea Filippetti, amministratore delegato di Tele2, bisogna creare le basi perché gli operatori alternativi riescano a competere. Sottolinea come vi possano essere prospettive sull’unbundling e sullo sviluppo del mercato dell’accesso, ma richiede più forti misure di apertura dal punto di vista normativo. Se vi fossero, il gruppo “potrebbe investire in Italia”. In sintonia Tommaso Pompei, amministratore delegato di Wind, che ribadisce che la liberalizzazione non ha raggiunto gli obiettivi. La gestione di una rete alternativa a quella dell’incumbent è troppo onerosa, rendendo difficile la competizione. Che è per forza di cose sull’accesso, e non sul traffico. Questo mercato, però, “può funzionare solo se si gestisce l’intera catena del valore”. Ancora una volta, dunque, risulta cruciale il ruolo della regolamentazione, “insostituibile” soprattutto per la diffusione domanda pubblica.

Questo l’articolo scritto per quello che allora era il Corriere delle Telecomunicazioni sulla presentazione del Crs-1, allora il più potente router Cisco nato per concorrere nel mercato delle tecomunicazioni facendo VoIP contro i sistemi tradizionali.

Internet si trasforma, cresce, e fa concorrenza alla telefonia. E’ forse questo il senso del router di nuova generazione presentato da Cisco, che porta le capacità di gestione della rete Ip a un nuovo livello. Nello stesso tempo, con l’introduzione del Crs-1, che sta per Carrier Routing System, l’azienda nata da due ricercatori della Stanford University riconquista un primato tecnologico che nell’ultimo anno era stato messo in dubbio dalla concorrenza, nei confronti della quale ha anche perso qualche quota di market share.

Con una capacità massima di gestione del traffico (throughput) pari a 92 terabit per secondo, per velocità di connessione fino a 40 gigabit per secondo, il Crs-1 è un sistema destinato ai carrier di più alto livello, quali l’americana Sprint e l’europea Deutsche Telekom, che hanno partecipato al test. Una fase durata ben quattro anni, stando alle dichiarazioni dell’azienda, e che ha visto il coinvolgimento di 500 ingegneri per un investimento di mezzo miliardo di dollari.

Stefano Venturi, amministratore delegato Cisco Systems Italia, fa notare quanto siano elevate le prospettive di crescita degli accessi in banda larga. E a fronte di tale aumento della domanda di connettività, deve chiaramente corrispondere un adeguamento, anche se per ora solo in prospettiva, delle infrastrutture. Nello stesso tempo, è anche necessario abilitare una nuova tipologia di applicazioni. In primis per il modello “triple play” (voce, dati, entertainment) verso cui tutti gli operatori sembrano puntare, ma anche per nuove prospettive lavorative.

Un’analisi sugli andamenti delle vendite nel mercato dei cellulari scritta per l’allora Corriere delle Telecomunicazioni (oggi Corriere delle Comunicazioni) nel 2004

Il mercato dei cellulari fa passi da gigante, il gigante dei cellulari fa un passo indietro. Stupiscono i risultati negativi riportati da Nokia Mobile Phones nel primo trimestre 2004, con l’azienda finlandese che perde quote di mercato a favore di una rinvigorita Motorola e dei ruggenti concorrenti asiatici, Samsung in testa. Gli analisti concordano nel dire che la battuta d’arresto dipende da una carenza d’offerta nei telefonini di fascia media, e in particolare di modelli multimediali “a conchiglia”. Si confermano buone le attese per il totale del mercato nel 2004, con previsioni di crescita intorno al 20%. Nonostante, o forse grazie, all’incognita 3G per il mercato consumer.[//]

Nokia rimane saldamente in testa alle classifiche mondiali, con 44,7 milioni di pezzi venduti. Una cifra che rappresenta una crescita del 19% rispetto al primo trimestre del 2003, e un calo altrettanto consistente (-19,2%) rispetto ai 55,3 milioni di unità consegnate negli ultimi tre mesi dell’anno scorso. Una flessione più forte, dunque, dell’atteso effetto della stagionalità, e soprattutto superiore all’andamento del mercato complessivo che, secondo le stime Idc pubblicate nel recente report Worldwide Mobile Phone QView, registra un calo del 5,9% rispetto al Q4 2003. Rispetto al primo trimestre dell’anno scorso, però, il mercato è cresciuto del 29%, con oltre 150 milioni di telefoni cellulari consegnati nel mondo. Il che porta le quote del produttore finlandese intorno al 30% (29,3% per Idc), una decrescita importante rispetto al quasi 35% riconosciutogli da Gartner alla chiusura del 2003.

Il risultato economico segna una diminuzione del 15% del fatturato della divisione Mobile Phones, che si attesta a 4,25 miliardi di euro contro i quasi cinque del primo trimestre 2003. Il fatturato netto complessivo dell’azienda è invece di 6,625 miliardi di euro, – 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La redditività è comunque buona, il che permette a Jorma Ollila, presidente e chief executive officer del produttore finlandese, di mantenere invariato l’obiettivo di una quota di mercato al 40%, nonostante si dichiari insoddisfatto dei risultati del primo trimestre. “I miglioramenti richiedono uno sforzo in più e un profondo impegno”, afferma, “rafforzando ulteriormente il nostro portafoglio”. E’ infatti dichiarata intenzione di Nokia di introdurre circa 40 nuovi prodotti nel corso dell’anno.

Con questi Nokia ritiene di recuperare posizioni, anche se le previsioni per il secondo trimestre sono di un fatturato “invariato o leggermente inferiore”. Risultato che sarà forse dovuto anche a un abbassamento dei prezzi che l’azienda ha operato recentemente. Strategia comprensibile nel breve periodo, con l’obiettivo di recuperare quote di mercato e probabilmente di smaltire le scorte dei prodotti a minor costo e meno richiesti. Meno efficace invece in una visione di più ampio respiro, poiché la domanda non sembra dipendere dal prezzo, bensì dalle funzionalità.

Rimane l’incognita 3G. Vodafone, dopo aver introdotto i primi servizi di terza generazioni dedicati al business, ha ora presentato, lo scorso 4 maggio, i primi servizi consumer definiti “Live! Enhanced with 3G”, come prima fase di un più ampio piano di adozione di questa tecnologia. Oltre a spiazzare in parte i concorrenti, anticipando di qualche mese i tempi previsti, è da notare che i terminali che l’operatore europeo conta di utilizzare sono il Samsung Z105 e il Sony Ericsson Z1010, di prossima introduzione e atteso anche in Italia come offerta di 3. Niente per Nokia, dunque, se non da parte dell’operatore tedesco T-Mobile che prevede introdurre velocemente sul mercato i cellulari 3G della casa finlandese.

Samsung è dunque un concorrente da tenere attentamente sott’occhio, avendo registrato una crescita del 23% per la divisione di telefonia, nel primo trimestre. Non ancora al top del mercato, dunque, ma un significativo risultato con oltre 20 milioni di cellulari venduti, per un valore di 4.850 miliardi di won, pari a circa 3,47 miliardi di euro. Secondo il produttore coreano particolare interesse presso il pubblico hanno riscontrato i modello “a valore aggiunto”, ovvero con schermi a colori, fotocamera e videocamera. Non solo dunque si assesta stabilmente al terzo posto del mercato mondiale, staccando decisamente Siemens che è a meno di 13 milioni di pezzi venduti e Sony Ericsson a meno di nove, ma raggiunge il 13% di market share in un settore che assicura ottimi profitti. Il gruppo coreano dichiara un risultato complessivo in crescita del 50% sul primo trimestre 2003, con vendite per 14.410 miliardi di won, pari a circa 10,32 miliardi di euro, e un utile netto di 3.140 miliardi di won, 2,25 miliardi di euro.

Buoni quindi i risultati per il produttore coreano, e non è l’unico in quella geografia, ma non abbastanza da impensierire Motorola che dopo qualche anno appannato sembra aver ritrovato lo smalto di un tempo. I 25,3 milioni di telefoni consegnati nel primo trimestre dal produttore americano rappresentano una crescita del 51% sullo stesso periodo dell’anno precedente, e gli fanno raggiungere il 16,6% di market share, assicurandosi saldamente il secondo posto della classifica. Ancora meglio il risultato economico delle vendite: 4,1 miliardi di dollari, pari a 3,46 miliardi di euro, in crescita del 67%. Sono 25 i nuovi modelli annunciati per l’anno, di cui 24 con schermo a colori e 16 con fotocamera integrata.

Nel vasto bacino degli “altri”, che rappresentano complessivamente il 27% del mercato con oltre 41 milioni di pezzi venduti, spicca la crescita di LG Electronics. Gli 8,7 milioni di apparecchi venduti nel primo trimestre sono il 43% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di questi, i terminali Gsm hanno venduto il 148% in più, mentre quelli Cdma, ovvero in tecnologia 3G, hanno registrato un aumento del 66% in Corea e del 29% nelle esportazioni (Nord America). Ed è proprio da questa tecnologia che la casa coreana si aspetta i migliori risultati in futuro, soprattutto grazie all’accordo firmato con Hutchison Whampoa per tre milioni di terminali da consegnare durante l’anno sulle reti dei suoi operatori Umts, come l’italiana 3.