Cercando la Ricerca

Research Coffee

14 November 2008 2,972 views 7 Comments di alberto dottavi SHORT URL
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Devo ancora leggere bene. Sono i dati dell’Annuario statistico italiano 2008, cioè Istat. Li ho appena trovati grazie a un link pubblicato da Marco Montemagno su FriendFeed. I consuntivi sono per il 2005, poche le previsioni per gli anni successivi.

Deprimente: “Il peso della spesa per R&S sul prodotto interno lordo (Pil), pari all’1,09 per cento nel 2005, appare in costante riduzione dal 2002 quando era pari all’1,13 per cento… mentre il valore medio per i paesi Ocse è risultato pari al 2,25 per cento”. E “La debolezza della ricerca in Italia emerge in modo ancora più significativo nel confronto puntuale con alcuni paesi europei”

Inoltre mi stupisce – ma non dovrebbe, a pensarci bene, l’affermazione seguente:

“In particolare, le imprese con almeno 500 addetti contribuiscono per il 73,8 per cento alla spesa complessiva del settore, mentre la quota corrispondente alla fascia dimensionale con meno di 100 addetti risulta pari a circa il 10 per cento. La spesa per R&S delle imprese è, inoltre, concentrata in un numero limitato di attività economiche. Nel 2005 i livelli di spesa più elevati si riscontrano per la fabbricazione di apparecchiature radio-tv e per telecomunicazioni (966 milioni di euro), la fabbricazione di autoveicoli (914 milioni di euro), la fabbricazione di altri mezzi di trasporto (901 milioni di euro), la fabbricazione di macchine e apparecchi meccanici (849 milioni di euro) e il settore dei servizi di ricerca e sviluppo (829 milioni di euro). Tali attività economiche rappresentano complessivamente il 56,8 per cento della spesa totale per R&S intra-muros delle imprese italiane”

L’Annuario si può scaricare da questo link.

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7 Commenti »

  • ludoka ha detto:

    beh ci sono persone che s’illudono ancora che l’Italia è tra “le migliori”, ma basta essere razionali, neanche guardare le statistiche, per capire che non è così… Purtroppo molti si ostinano a difenderla, perche e la LORO nazione, e non aprono gli occhi per evitare l’umiliazione. Tutto quì.

  • Alberto Cottica ha detto:

    Alberto, occhio alle maledette bugie e alle statistiche. La ricerca ha economie di scala, nel senso che (1) come tu noti, si fa nelle grandi imprese e meno nelle piccole e (2) se in un paese di 20 milioni di abitanti hai un laboratorio di avanguardia di fisica delle particelle non ha senso che tu ne faccia 10 in un paese di 200 milioni di abitanti, ci sarebbe duplicazione dello sforzo, al limite ne fai tre. Il punto 1 distorce la posizione dell’Italia in classifica, visto che noi abbiamo un’economia fortemente basata sulla piccola impresa; ma il punto 2 distorce TUTTA la classifica, con i paesi piccoli e poco popolati che DEVONO, per stare al passo, investire molto IN PERCENTUALE – ma non in valore assoluto – in ricerca. Questo può essere interpretato come un segnale di debolezza, nel senso che il sistema economico nazionale, troppo piccolo, fatica a sostenere un livello di ricerca adeguato.

  • Folletto Malefico ha detto:

    Verissimo, però quello che dici dovrebbe sfasare alcuni valori, non tutti: per dire: USA, Giappone e molti altri dovrebbero essere a fondo classifica… eppure non è così.
    Credo questo dipenda dal fatto che pur avendo 1 centro di ricerca, gli investimenti su quel singolo centro son molto maggiori, e ci sono centri simili per un numero molto maggiore di discipline.

    O sbaglio? :)

  • Alberto Cottica ha detto:

    @Folletto, indubbiamente. Che l’Italia faccia poca ricerca emerge da tutte le parti. Il mio era solo un invito alla cautela sul modo di utilizzare le statistiche, un vecchio riflesso condizionato da economista.

    In realtà secondo me il dato USA dipende dal fatto che, a livello di divisione del lavoro internazionale, quel paese si è dato un ruolo guida nelle industrie cosiddette science-based, mentre noialtri vendiamo molto lifestyle, e molte cose “specialized supplier”, tipo la meccanica di precisione. Ma anche lì è una questione di uova e di galline. :)

  • daniele galiffa ha detto:

    Ciao, avrebbe senso misurare più che gli investimenti la redditività degli stessi (altresì detta “efficienza”), cioè mettendo in relazione EURO investiti con numero di pubblicazioni scientifiche, brevetti, etc..

    Forse il quadro sarebbe più completo e sicuramente più chiaro che un chart sulle spese.

    Questo perchè non è il totale della spesa che fa la differenza, ma la qualità della stessa.

  • alberto ha detto:

    daniele, non sono sicuro che sia proprio vero al 100%. certo anche la ricerca deve essere soggetta a meccanismi di verifica, performance, produttività etc. totally agree

    però l’aspetto che volevo sottolineare nella seconda parte del post è che manca la ricerca pura. se parli con biologi, medici etc più o meno tutti diranno così

    che poi ci sia ricerca in ambito automotive e meccanica mica niente di male, eh. sono ambiti di eccellenza italiana. ma sarebbe bello anche qualcosa di più…

  • luca ha detto:

    la questione italiana come si vede dalla chart è anche europea. preso il perimetro EU, ci sono aree che tirano (paesi nordici, area tedesca-benelux, e poi la francia), e ci sono aree che inseguono o boccheggiano indietro (europa mediterranea, est, all’incirca). googlate “aho report” per i report indirizzati se non erro al parlmanento di strasburgo sull’argomento. naturalmente questo non toglie l’esistenza di questioni specifiche che riguardano l’italia, per es. sulla mancanza di investitori votati al rischio, sulla crisi endemica di buona parte dell’accademia (salve le solite eccezioni), sul capitalismo familiare, sulla debolezza della nostra industria IT (basti pensare a cosa è l’IT di nuovo in nord europa, stati uniti, germania/benelux)…

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