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Nel senso che stanotte questo blog conclude il quarto anno di scouting tra le meraviglie del Web (e, ovviamente, non solo), e domani ne comincia un altro. Col dubbio che serva a qualcosa ma col piacere di aver incontrato un sacco di persone incredibili: divertenti, curiose, interessanti, appassionate, intelligenti, preparate, sapienti, informate, volenterose, decise, desiderose, straordinarie. Grazie.
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Mercoledì 7 Gennaio 2009. Ricevo una mail su LinkedIn:
Ciao Alberto,
non ci conosciamo, ho trovato il tuo CV partendo dal sito di First Generation (gran bella iniziativa). Vedendo il tuo profilo professionale, ho pensato di chiederti – in forma confidenziale – se ti può interessare partecipare in qualche modo a un mio progetto imprenditoriale nel campo dell’arte su web a livello internazionale. Le parole chiave sono: arte & artigianato, web 2.0, social network ed e-commerce.
Faccio un giro per capire chi è Nicola Junior Vitto. Non c’è molto (non aveva ancora il blog), ma quello che c’è sembra interessante. Rispondo dicendo “Be’, a dire il vero anche io ho un’idea tra arte e Web 2.0…” e gli lascio il mio numero di cellulare. La domenica successiva Nicola mi chiama, e parliamo – boh – un paio d’ore? Cominciano gli scambi di mail finché lui non capita a Milano e, già che si deve parlare di start-up, lo porto al roof bar della Rinascente (foto by NessunDove).

Gli scambi da occasionali diventano settimanali, poi bi-settimanali. Lui aveva già fatto un lavoro di pianificazione straordinario. Lo prendiamo e lo smontiamo pezzo per pezzo, come fosse un motorino. Puliamo gli ingranaggi, lo rimontiamo e ci accorgiamo che non può funzionare. Allora lo smontiamo di nuovo e, io al telefono per strada, lui preso tra mille casini per lasciare il lavoro e sposarsi, all’improvviso troviamo la quadra. Rimontiamo l’idea. Funziona. Partiamo. Nasce Blomming: “Publish. Share. Sell”. I dettagli nella pagina di About.
Ora siamo in alpha chiusa, dobbiamo finire il prototipo. Contiamo di andare in beta privata, per gli amici che vorranno provarlo in anteprima e darci una mano a sistemare le cose, per gennaio o febbraio. Però abbastanza per capire che il meccanismo funziona. Abbiamo nel frattempo fatto anche quello che chiamo un “carotaggio”, cioè un test per capire se davvero esistono le community a cui ci vogliamo rivolgere. Accidenti se esistono. La prima è quella di “chi fa cose”, e abbiamo raccolto testimonianze fantastiche in un blog-magazine che abbiamo chiamato LikePicasso. La grafica è ancora da sistemare ma date un’occhiata ai contenuti: esce una creatività tutta nuova, italiana e non solo. C’è anche qualche idea per un regalo dell’ultimo minuto :)
La vision complessiva è un po’ lunga e merita un post a parte. Si tratta della domanda su quale sia il futuro dell’economia trasformata dalla Rete – le Frontiere dell’Economia, per citare la nostra prima e recente uscita pubblica (in occasione del Social Kick-off di Frontiers ho appunto proposto questo tema). E la risposta, in sintesi, è abilitare chi vuole creare e scambiare beni direttamente: creativi, inventori… makers. Da User Generated Contents a User Generated Goods.
C’è tanto lavoro da fare e tanto da raccontare. Ma lo faremo dopo le feste. Ancora auguri a tutti! :)
Politics (and) Transitions, The Dot »
Si scherzava l’altro giorno, al Venture Camp, sul fatto che i finanziamenti mancati alla banda larga siano non un ostacolo allo sviluppo, bensì una retromarcia per il Paese. Che è il nostro, è l’Italia, che a dir “Paese” sembra sia roba altrui, e invece è proprio nostro, lo facciamo noi e lo paghiamo noi ogni giorno, come l’acqua del boiler, la pittura dei muri, la benzina alla macchina. E invece sembra sempre di proprietà altrui. E io invece no, io ce li voglio spendere 800 milioni per la banda larga, perché sono soldi miei. E non lo voglio il ponte di Messina. Che una volta fatto è finito e dopo basta, quei soldi son bruciati (e non voglio pensare a cosa succede durante), e invece con la banda si mettono in moto cose, si incontrano persone, si muovono idee, si fanno aziende proiettate in avanti, non verso il basso come le fondamenta di un muro. Inamovibile, come questa Italia qua. E allora scusate lo sfogo, e per quel che può servire ripubblico dopo il salto la lettera fatta da un gruppo di associazioni attive in Internet e non solo. Se ne trova copia su IAB Italia. E visto che siamo in un momento di cose bizzarre aggiungo l’immagine sotto con ampio spazio bianco così puoi scaricarla, aggiungere il tuo logo (o qualsivoglia) e ripubblicarla.

Seriamente: mentre la produzione industriale cala del 5,3% (Corriere) è chiaro che gli unici investimenti sensati, in prospettiva, sono quelli per le infrastrutture di Rete. Ma non tanto per la connettività consumer, che è indispensabile ma non va poi così male, quanto per la connettività delle imprese. Sono le aziende e i siti web che pagano per la banda, e sviluppando business fanno crescere il mercato. Tirando avanti il Paese. E online possono solo accelerare.
PS Repubblica: Banda larga, imprese in rivolta; Sole24Ore: Piano B per la banda larga; Luca De Biase: Banda larga e Stretto di Messina. Segue testo della lettera.
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La bravissima Eleonora Bianchini di Blogosfere.it ha fatto più che un reportage dal World Business Forum: un live blogging continuo e ricchissimo di video, spunti e informazioni. Mi ha anche fatto un paio di domande su cosa pensassi dell’iniziativa Blogger Hub e in generale del Forum, e ho risposto nel video qui sotto.
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Agosto 2009. I quattro cormorani appoggiati su uno scoglio ricordano stridenti un vecchio cartone animato della Disney, mentre con @marcomassarotto attraversiamo la pineta e i cespugli di mirto per scendere al mare. Si chiacchiera di amici e conoscenti, di cosa fanno le persone in Rete, di potenzialità e sviluppi possibili dei Social Media, di Cosa Farebbe Google (lui), di Storia della Tecnologia (io), di cosa come e quanto si potrebbe fare la prossima stagione. Così per ridere – siamo in vacanza – rifondiamo intere branche della medicina, immaginiamo nuovi mercati, troviamo nuovi modelli di giornalismo online, inventiamo nuove discipline.
Nel frattempo, tra un relax in amaca, passeggiate, windsurf e un bel po’ di frutta fresca, Facebook si compra FriendFeed, dove tra gli italiani impazza il Giocone e si scoprono le user-generated demographics (nel prossimo post, domattina), Queen Rania compare su Twitter e insomma ne succedono di tutti i colori.
Al rientro non posso trattenermi da un giro in libreria, un punto vendita di una grossa catena. Cerco di capire meglio cosa ci siamo detti con Marco, che è un vulcano e con la sua Hagakure altro che Internet PR, non si riesce a stargli dietro. Non guardo tanto i libri quanto le categorie, come si colloca la conoscenza di questi argomenti in Italia. In fondo al corridoio lo scaffale di Sociologia, c’è Cybersoviet di Carlo Formenti a fianco di Italians di Beppe Severgnini.
Passo allo scaffale di Informatica, pieno di manuali con copertine color detersivo. Alla sua destra Mass Media, dove i titoli parlano di radio e tv, tv e radio. Un po’ di giornalismo, solo relativo alla storia del mestiere e dei giornalisti, niente analisi. Guardo a sinistra, c’è lo scaffale di Antropologia. E’ qui che dovrebbe trovarsi Intelligenza Collettiva di Pierre Levy ma niente da fare, lo cerco da tempo ma è esaurito, anche se è uno dei fondamenti critici per l’interpretazione dei tempi in cui viviamo.
Servono nuove scienze e nuove arti, penso. Allargo lo sguardo e vedo che lo scaffale di fianco ad Antropologia è quello di Esoterismo. Più a sinistra New Age e Medicina Alternativa. Solo allora mi accorgo della musica: in sottofondo squillano beffardi gli ottoni di George Gershwin, è la colonna sonora di Manhattan. “Internet è la mia città, e sempre lo sarà”, penso, mentre mi avvio verso l’uscita.
2.0, Startup Italy, The Dot »
Sono in chat con l’amico e partner Nicola Jr. Vitto con cui, da qualche mese, si sta sviluppando un progetto. Si è martellata un’idea fino a tirarne fuori un nocciolo, poi via a strutturare documenti, studi, scenari. Ora è arrivato il momento di scrivere codice, e dall’America ci arriva notizia di un servizio praticamente uguale, appena rilasciato da un grande gruppo. Bella botta.
Non ci facciamo scoraggiare, anzi si affila il martello e si picchia di più. L’innovazione sul Web funziona così. Però mi è venuto da chattargli che “Il problema di essere due anni avanti rispetto all’Italia è che sei un anno indietro rispetto alla Silicon Valley”. Prima l’ho scritto e poi la frase mi ha colpito. Doppio problema: qui sei avanti rispetto al mercato, quindi ti ci vuole un doppio, triplo motore. E mentre perdi tempo a spiegare che il Web è importante, di là dall’oceano vanno come proiettili.
Mi è anche tornato in mente uno scambio di mail di un sacco di tempo fa, con l’amico e partner Luca Galli. Gli raccontavo che mi stava scadendo il dominio Videowiki.it, che era un’idea che avevo per raccogliere i video degli utenti dai cellulari etc etc. Vado a riprendere il messaggio e di quand’è? Del luglio del 2006. In quel momento tornavo dalla conferenza stampa di DailyMotion, ma avevo registrato il dominio nel luglio del 2005. Allora mica sapevo ancora che esisteva YouTube: erano partiti da pochi mesi. Di seguito lo scambio con Luca – è lui che dice “Se avessimo 3 phd in computer science e un garage in silicon valley sarebbe da mettersi lì subito e vedere di fare l’alpha version”, in fondo qualcosa che ho imparato.
—–Messaggio originale—–
Da: Luca Galli [mailto:lgalli]
Inviato: giovedì 6 luglio 2006 12.55
A: dottavi;
Oggetto: RE: 21065046-Dominio in scadenza : videowiki.it
non so bene cosa facciano questi che dici [DailyMotion, ndr], ma se la tua idea era quella di interpretare sul video i principi e i meccanismi dei wiki allora sarebbe sec me molto nuovo e molto bello
intendo, se le logiche di collaborazione distribuita, orizzontale, bottom-up, accesso controllato ma estremamente aperto, capacità di elaborazione con curva di apprendimento quasi a zero (su un utente in grado di usare apps standard) ma anche feature avanzate per esperti o “redazioni” (wikipedia ha una rete intera di redazioni…) etc etc, che a oggi sono disponibili sul testo come media (ragion per cui i wiki han fatto quel che han fatto bla bla), tu le volessi applicare al video come media, e sempre ammesso che questa cosa non esista già, allora di sicuro lì uno potrebbe pensare di mettere in piedi proprio una cosa nuova, una piattaforma o un motore disp online, e lì sopra una tipica start up 2.0 etc
in realtà il movimento di wikipedia è già attivo sui media dico a memoria su tutto il fronte dei repository audio video licenziati con creative commons o altri schemi open. non sono sicuro appunto che ci sia quel che stavo cercando di dire sopra e che se ho capito il senso del nome che avevi in mente tu
chiaram poi ci sono tutti i vari videoblog etc ma in realtà quel che manca lì sec me – e c’è invece nei blog standard, che sono centrati sul testo di nuovo – è proprio la possib di collaborare e manipolare assieme i contenuti…
se avessimo 3 phd in computer science e un garage in silicon valley sarebbe da mettersi lì subito e vedere di fare l’alpha version
> —–Original Message—–
> From: Alberto D’Ottavi [mailto:dottavi]
> Sent: Thursday, July 06, 2006 11:50 AM
> To: lgalli;
> Subject: I: 21065046-Dominio in scadenza : videowiki.it N°
>
> Un annetto circa fa avevo registrato questo dominio. L’idea
> era raccogliere video dagli utenti, meglio se dai cellulari
> facendosi sponsorizzare dalla Nokia o TIM della situazione
>
> Opera decisamente improba per le mie forze :D ma mi fa
> piacere che l’idea era giusta – l’altro ieri conferenza
> stampa DailyMotion, oltre a rafforzare le presenze locali
> stanno facendo accordi con gli operatori per raccogliere i
> video via UMTS. Già attivi in Francia, qui stanno discutendo
> con TIM. Prob idea simile avevano anche quelli di Splinder
>
> Secondo voi ce ne facciamo qualcosa? Come business direi di
> no, però ritengo sempre importante fare dei mock-up, delle
> bozze di progetto… Secondo me bisogna lavorare sui vertical
> …
>
> Bah voi che ne pensate? Direi parliamone alla prossima birra,
> io ho novità
>
> Cheers
> Alberto
>
> —–Messaggio originale—–
> Da: comunicazioni@staff.aruba.it [mailto:comunicazioni@staff.aruba.it]
> Inviato: mercoledì 5 luglio 2006 3.52
> A: dottavi
> Oggetto: 21065046-Dominio in scadenza : videowiki.it N°
>
> Gentile Cliente,
>
> lo Staff di Aruba le comunica che il dominio www.videowiki.it
> è in scadenza il giorno: 18/7/2006 ,con tutti i servizi ad
> esso associati.…
Mettete volentieri una parolaccia in questo punto. Mannaggia a me. Perchè non abbiamo fatto noi YouTube nel 2005? Cosa ci manca? Be’ sì certo, le competenze. E poi la tecnologia, il mercato, il network, la semplificazione della burocrazia, etc etc. Ma l’aspetto più importante che mi viene in mente è la fiducia. Devi crederci. Devi pensare di potercela fare. In Italia non è così. Non sei educato così. Ricordate Papaveri e papere? Ecco.
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Ieri mattina Mantellini ha dedicato i suoi Contrappunti al tema delle news a pagamento. Più o meno dice che le news in Rete hanno una loro specificità di comportamento, e sono “Un bene fortemente deperibile”. Discutibile per un argomento essenziale – i contenuti in Rete non muoiono mai, passano dall’attualità alla storia – però segna un punto: le notizie per loro natura fluiscono, sono uno stream. Proprio come quello di Twitter o Facebook, aggiungo io. Così la tempestività e l’ubiquità della Rete offrono ai giornali uno spiraglio per prendersi una rivincita sulla TV e su Google: è la prospettiva del Real Time Web. E’ già in Wikipedia (ma vedi anche).
Quest’idea mi si è collegata con una conclusione apparentemente opposta di un post dell’altro giorno di Marco Formento. Parla del “Costrutto complesso” di un giornale di carta, di come debba essere ripensato del tutto, e termina dicendo che è necessario “Vestire da giornali i notiziari online”. Un’esigenza di aspetto grafico? Anche, ma credo molto di più. Allego a questo proposito il seguente video (via Alberto Mucignat) del designer Jacek Utko, che racconta come abbia risollevato il business dei giornali per cui ha lavorato tramite redesign. Che non è solo grafica ma parte dalla strategia, attraversa i processi e arriva alla riprogettazione, soprattutto, dell’esperienza.
Flusso, design e Web. Su quest’ultimo ha scommesso Tina Brown, già editor of di Vanity Fair e The New Yorker e ora editor-in-chief di The Daily Beast, un super-blog stile Huffington Post, che in questa intervista (trovato sulla pagina Facebook di Venice Sessions) afferma: “I’d always seen myself as a magazine journalist. But having done the Daily Beast I can see the excitement and the opportunity that there is in online. There’s an enormous amount of energy on the web”. E’ vero, sono in perdita. Ma contano di guadagnare presto, perché la pubblicità arriverà. E forse, per altri settori editoriali, arriveranno anche altre forme di contribuzione, come dice Fred Wilson.
Insomma, inutile continuare a pensare a un futuro dei giornali basato sulle restrizioni del presente. Più importante capire e progettare come devono diventare, e poi trovare il modo di realizzarli. Come dico da un po’: se si vuole innovare, il minimo è fare in modo che il futuro sia diverso dal presente.
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Uh-oh. Mentre a Oxford, UK, si svolge il TEDGlobal, riscopro questo video dimenticato nelle bozze. Doppio imbarazzo, perché è del giugno scorso e perché mi rendo conto solo ora che Shirky, di cui ho iniziato a leggere solo recentemente, è il mio Personal mogul: sto sviluppando esattamente lo stesso approccio. Innovazione tecnologica dei media in prospettiva storica, la Rete come unico strumento che abilita la comunicazione di gruppo, etc. Peccato non aver pubblicato in tempi non sospetti, anche se ne ho parlato pubblicamente il febbraio scorso, in questa occasione. Mi consolo con la notizia appena ricevuta dell’uscita, prevista per settembre, degli atti del Simposio New Media Art Education & Research 2009 di qualche tempo fa, dove sarà pubblicato il papelito del mio contributo su questi stessi temi.
(video trovato via Stalkk.ed)
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Il Wall Street Journal l’altro giorno titolava The Internet Is Dead (As An Investment), sostenendo che non vale la pena di investire in titoli “digitali”, meglio guardare altrove. Non potrei essere più d’accordo, ma – paradossalmente – per motivi opposti a quelli dell’autore. Certo, se sei solo uno speculatore finanziario e pensi alle aziende Web come occasione per un “mordi e fuggi” (ma lo chiamerei piuttosto “ruba e ammazza”) con ritorni del 1.000%, tasso citato nell’articolo, non solo non ti conviene ma per favore stai lontano, evita. Sei solo “droga” per il mercato, e i danni che hai fatto nel primo giro ce li ricordiamo bene.
Se invece sei un potenziale investitore che si può permettere di guardare al di là del proprio naso, non sei angosciato dalle trimestrali o dal fare a tutti i costi il budget annule dal quale dipende gran parte del tuo stipendio (situazione piuttosto comune non solo negli Stati Uniti, ma in qualsiasi società finanziaria, almeno fino a un po’ di tempo fa), ragiona un attimo. Dove sta andando l’industria – qualsiasi industria? In quanto valuti l’impatto della trasformazione digitale in atto? Certo, ci vorranno magari tre o cinque anni. E, certo, Internet e il Web sono un business tutto sommato piccolo, in ambito tecnologia. Ma non secondario.
Così anche Fred Wilson, “VC and principal of Union Square Ventures” in The Internet Is Alive And Well (As An Investment):
We think the Internet is one of those transformative technologies that changes everything. We see it like the industrial revolution or the invention of the printing press. It is a huge game changer. The Internet has been a commercial technology for about fifteen years now. And we are beginning to see the impact of it on everything around us. The industrial revolution and the Renaissance before it lasted a century or more. It takes a long time for such fundamental changes to work their way through the system and produce a new “normal”.
Lo cita con enfasi passionale Garry Tan – il che non stupisce, visto che è il fondatore di Posterous. Technology is not dead. It is exponential:
The exponential march of software begets the exponential march of software capability. Software has gone more and more high level. Instead of slinging machine-readable bits, we started writing assembly. Then C/C++. Then Java and Perl. Now, Ruby and Python — each step is less efficient for the computer but more efficient for the human. In 1946 you needed a PhD to even get near a computer, and only now are we seeing the rise of the truly interconnected, paperback computer that costs next to nothing but is indispensible for everyday life — not just for an educated elite but for every person on the planet.
Estende il ragionamento al computing in generale, ri-pubblicando il noto schema della Legge di Moore (vedi anche), ma spostando l’attenzione sul software:

Ci si dimentica davvero troppo spesso che software e hardware sono essenzialmente la stessa cosa. E che quello che prima vedi come un programma complicato prima o poi te lo trovi in tasca come oggettino da pochi dollari. O, viceversa, che quello che ora vedi come funzione cablata in un oggetto, prima o poi te la trovi trasformata in semplici bit – vedi per esempio il numero di telefono di Google. E, se diventa bit, è ovvio o no che finisce in Rete? Non c’è niente di virtuale, in questo. E’ pura industria. Ripeto: Virtuale sarà lei.
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Ieri c’è stato il cosiddetto “Sciopero dei blogger”. Riuscito, stando a quanto racconta Alessandro Gilioli, promotore dell’iniziativa insieme a Guido Scorza che ne racconta qui. Si chiedeva di astenersi dalla pubblicazione: uno sciopero il cui intento era, ovviamente, di essere molto rumoroso, e forse c’è riuscito. Certo il tema è cruciale, e ben sintetizzato dal nome del network creato su Ning: Diritto Alla Rete.

In Blogosfera ci si è persi a cavillare se era meglio parlare o non parlare, perdendo di vista, credo, il tema cruciale, che è il DDL Alfano. Che potrebbe avere conseguenze ben più ampie e gravi, tra l’altro: vedi l’Ansa di ieri sulla Bocciatura del decreto da parte del Consiglio Superiore della Magistratura.
Ora, io il decreto ho provato a leggerlo ma interpretarlo, purtroppo, è superiore alle mie forze. Comunque è qui, e al punto 28 compare quanto riguarda i “Siti informatici”. Mi chiedo cosa si intenda: anche una batteria di server di una banca (o whatever) è un “sito informatico”. Anche un Bancomat lo è. Anyway: resta il fatto che assoggettare la Rete tout court a controlli è sia impossibile sia controproducente, come è già stato sottolineato in altri casi (2007 e 2009, almeno).
Come dicevo, non sono tecnicamente in grado di capire bene i termini di legge. Però ho letto gente che un pochino di Internet ne sa. Come Tim Berners-Lee, che il Web l’ha inventato, e che a pagina 147 del suo Weaving The Web (la mia è l’edizione inglese della Orion Business Books, non so equivalente italiano) dice:
Laws must be written in relation to actions, not technology
Mi sembra una sintesi efficace e risolutiva.
PS Vedi anche: Articolo 21 della Costituzione Italiana.


Ciao Alberto,













