Archives For Music

Now, this is powerful. TheSixtyOne.com raccoglie musicisti indie a cui fornisce una pagina con una foto statica e per far ascoltare – ed eventualmente scaricare o comprare, quindi è un marketplace – una loro canzone. Ma è anche un aggregatore: mentre ascolti la canzone (via web, of course) sulla pagina compaiono informazioni sul gruppo, i loro tweet, le foto di Flickr, il calendario dei concerti, etc. Inoltre puoi creare e condividere le tue playlist, perché è anche un social network – puoi collegarti e ascoltare le preferite di altri utenti, etc. E, da non trascurare, è un player / viewer fantastico: altro che le stupide animazioni sintetiche dei soliti player MP3 del computer. E’ Social Music di nuova generazione. Un’esperienza musicale completamente nuova, appunto.

Nel video qui sotto un esempio di come funziona.

[Ho conosciuto Claudio Poli, sviluppatore di Audiobox.fm con la sua iCoreTech Labs, per uno scambio di mail su Ruby On Rails (vedi),e poi tramite una chiacchierata telefonica. Nel frattempo la sua iniziativa è cresciuta ed è diventata un prodotto completo: è un player musicale personale “In the cloud”, come si usa dire – o, per capirsi, una sorta di iTunes via Web: fai l’upload della tua musica e potrai sentirla dove vuoi, con il browser o una applicazione iPhone.

Del tema Streaming musicale e Internet ha parlato anche il blog di Working Capital, che in questo post cita qualche servizio estero. Claudio sta costruendo la sua idea praticamente da solo, a parte le collaborazioni: NextInnovation racconta la sua storia. Ma già ora ha portato Audiobox ad avere funzionalità intriganti, come il riconoscimento dei tag dei file MP3 e, per esempio, l’associazione automatica delle cover dei dischi. Dopo il salto trovate la recensione, a cura di Fabio Mattia. Nella prossima versione – di cui vedete qui sotto due shot in anteprima – conta di introdurre anche funzionalità social, per esempio di condivisione dei gusti musicali. -ad]

audiobox

Continue Reading…

La battuta del titolo, in realtà, è di Hugh Macleod. Ma trovo si adatti perfettamente al tema della musica on/off-line. Per questo l’ho usata come subject della mail che ho mandato l’altra notte ad Alberto, dopo l’interessante serata trascorsa a casa sua con altri amici. Copio qua le mie considerazioni:

Chiaro che l’industria musicale non sa abbracciare il modello Internet, ed è altrettanto chiaro che per ora, con radio e tv, è ancora ben più efficace della Rete stessa. Ma la domanda è appunto quale sia il modello che funziona

dinosaur001-thumbParallelo con altra soft industry, la mia: il giornalismo. Chiaro che con il blog non si guadagna niente. Tre anni che investo e ancora neanche un segno – ma anche Cory Doctorow con Boingboing ci ha messo cinque anni prima di prendere pubblicità. Però è altrettanto chiaro che è questo il modello emergente

Morale: non c’è salvezza dalla Tempesta Perfetta. Non c’è un percorso di transizione che sia sicuro e indenne. Se sei un musicista, devi buttare via il modello vecchio, mettere in conto investimenti per qualche anno di sperimentazione e infilarti nel tunnel, anche se nn vedi la luce in fondo

Per questo secondo me è meglio interrogarsi su quali siano le sperimentazioni / i modelli emergenti che funzionano (splendido l’intervento di D’Amato), anziché sbattersi a cercare una via di fuga. Non c’è

My two cents…

Non resta che “farci una risata su” con Gaping Void.

musicforweb2Stasera all’evento Kublai Dieci anni di tempesta perfetta: i bloggers italiani fanno il punto sulla musica. Andrò soprattutto ad ascoltare. Quale contributo alla riflessione segnalo questo articolo del New York Times che analizza il calo delle vendite, riassunto dall’immagine a fianco. Immagino che quelli dell’industria lo chiamino “distruzione di valore”. Io mi chiedo 1. quanto valga l’indotto della musica (concerti e merchandising) che qui non è contato, e 2. quanto valga e come sia cambiato con la disintermediazione il valore degli introiti dei musicisti – o almeno quale sia il suo trend.

Se posso aggiungere una considerazione personale, tutto va visto in prospettiva. Io ho passato molto tempo a ri-digitalizzare i miei CD, faticando come una bestia per sistemarne i tag e assicurarmene il backup, in modo da non perdere i file. Se avessi una copia nella cloud della mia libreria musicale sarei molto più contento. Intanto già non è male poter comprare un disco spendendo sette euro, con un singolo click.

Proprio quello che ho fatto con The Miseducation Of Lauryn Hill, visto il suggerimento dell’autore del NYT, alla fine del suo pezzo. Conosco l’artista, ho un suo live acustico in cui lei fa dei tostissimi rap con la chitarra. Però questo disco, sinceramente, non mi è piaciuto. Devi conoscere bene chi ti dà un consiglio, mi viene da dire. La musica mica è come la gazzosa. A ciascuno la sua.

Next Music chiude i battenti

fyborg —  8 September 2009 — Leave a comment

Ieri sera una mail dallo Staff Next mi ha avvisato della chiusura dell’applicazione online Next Music, radio molto ben fatta che se da una parte peccava della carenza di un buon aspetto social e di una grafica elaborata, dall’altra era un ottimo servizio per l’ascolto di musica sul web. Il servizio era offerto da Next Open Innovation che fa parte del Gruppo Telecom Italia e si occupa di innovazione e ricerca nell’ambito del web e dei nuovi media. La cosa mi ha lasciato alquanto amareggiato, dato che il servizio era ottimo e si era rivelato un degno sostituto di LastFM (che non ha chiuso ma è diventato a pagamento per quanto riguarda l’ascolto dei brani). L’idea era buona, spero che riapra i battenti in qualche nuova forma dato che lo slogan “la tua musica senza confini” suona ora un po’ stonato. Anzi, non suona affatto. :)

fabio

imm

david_byrneDavid Byrne ha un blog che è un vero blog, fatto a blog. Racconta quel gli succede, quel che capita, quel che gli colpisce la fantasia. Che sta provando un Kindle. Che ha fatto una presentazione del suo libro sui giri in bicicletta. Che è stato a Roma in un albergo di grande design. Che, tra arredi stile 2001 Odissea nello spazio, ci ha trovato chiavi che non funzionano, acqua marrone, sedie rotte, veneziane che cigolano. E all’ultimo piano un ristorante con piscina, “Packed with handsome boys/men and lovely Italian beauties. It’s an Armani ad come to life, and we are scared off, as we are not familiar with the ways of their planet”.

(via)

Ok, ci son cose ben più gravi a cui pensare, però non è stato solo un cartone animato. O un disco. O un evento musicale. Voglio dire: Yellow Submarine. Heinz Edelmann, che l’ha disegnato, è mancato oggi: Yellow Submarine Graphic Designer Dies at 75 – NYTimes.com.


Doveva accadere: un video musicale collaborativo, a metà tra l’amatoriale e il progettato, se non professionistico. Le note informative dicono che:

This music video was shot for Sour’s ‘Hibi no Neiro’ (Tone of everyday) from their first mini album ‘Water Flavor EP’. The cast were selected from the actual Sour fan base, from many countries around the world. Each person and scene was filmed purely via webcam.

Il risultato (qui sotto) è decisamente affascinante. A intuito direi ispirato dalla YouTube Symphony Orchestra. Alla quale, tra l’altro, ha partecipato anche un italiano.

Gaspar Torriero segnala questo articolo di TechCrunch secondo il quale Last.fm o CBS – sembrerebbe CBS, ma la storia è intricata – avrebbe passato i dati degli ascoltatori, con tanto di indirizzo IP, alla Recording Industry Association of America, in barba alle leggi sulla privacy europee.

Off topic: E poi dicono che il giornalismo è morto.

Sono le insufficienti revenue pubblicitarie il motivo della recente – ed esplosiva – decisione di Last.fm di mettere le “radio” a pagamento per tutti i Paesi tranne UK, USA e Germania: “These are the countries in which we have the most resources to support an ad sales organization, which is how we earn money to pay artists and labels for their music”, affermano in un commento al post citato sopra. Il modello di Last.fm, in effetti, è quello classico di qualsiasi radio: musica gratis per gli ascoltatori, pagata con la pubblicità. Con una differenza sostanziale, però: il fatto che i profili musicali, e quindi la stessa programmazione “radiofonica” (il “palinsesto”), sono creati dagli utenti stessi.

Lastfm: Inside - CC By Alberto D'Ottavi
Gli uffici di Last.fm, Londra 2008 (CC By Alberto D’Ottavi)

Questo il motivo principale delle critiche da parte della community, come sintetizzato in fondo a questo pezzo di BBC News e dai tanti commenti dei blogger anche italiani, uno tra tutti Francesco Armando: “La considero una rottura unilaterale di un patto fatto nei confronti di una comunità”. Il problema della proprietà dei dati presenti nei social network si ripropone ciclicamente, ed è lontano da una soluzione. Certo è che l’importanza dei dati impliciti, cioè quelli derivanti dal comportamento degli utenti e non dalle loro pubblicazioni diventa sempre più rilevante. Un esempio efficace è la stessa Last.fm che, consentendo l’accesso alle proprie API – finora gratuitamente, ma pare in futuro a pagamento – permette a programmatori esterni di produrre applicazioni come Extra Stats.

Last.fm ExtraStats - CC by Alberto D'Ottavi

In questa immagine non viene visualizzata la musica, ma proprio gli ascolti e quindi i gusti musicali di un determinato utente. Dato prezioso, che orienta i proprietari del sito nello sviluppo dell’applicazione stessa. Ragion per cui la “proprietà” non è chiaramente definibile.

E’ passato solo un anno da quando, dopo l’acquisizione da parte di CBS, Last.fm presentava ufficialmente un servizio rinnovato e forte di nuove alleanze (Reuters). Eppure ora sembra che siano proprio le grandi major a ripensarci: vedi per esempio questa contro-analisi di quanto pare sia stato dichiarato al Music Digital Summit. Un passo indietro da parte dell’industria che, andando ancora una volta contro il desiderio di milioni di utenti, sembra impossibile possa portare a un effettivo arricchimento del mercato.

PS Vedi anche l’intervista rilasciata a Infoservi da Martin Sticksel, co-founder Last.fm, nel 2007. Di Last.fm ho parlato diverse volte, anche nel libro.

Ancora sui "digital media", ora tocca alla musica digitale:

  • Reuters: Global digital music sales up 25 percent.
  • Steve Knopper, giornalista del Rolling Stone e autore di un nuovo libro sul music business intitolato “Appetite for self-destruction – The spectacular crash of the record industry in the digital age” commenta il non roseo futuro delle case discografiche. Ne parla Rockol.
  • Gabriele Lunati: Nuovi scenari della musica digitale. Commenta l’abbandono del DRM da parte Apple, annunciato al MacWorld, e segnala una serie interessante di numeri e cifre.
  • Creative Commons commenta il successo dell’album Ghost I-IV dei NIN: "The next time someone tries to convince you that releasing music under CC will cannibalize digital sales, remember that Ghosts I-IV broke that rule, and point them here". Fatto ;)

Ho segnato qui questi contributi per "motivi di studio", e sto cercando altre informazioni sul tema, soprattutto storie italiane. Se mi segnali qualcosa mi fai un gran favore. Grazie.

Giovanni Allevi 13 dita“Cerca di suonare solo le note necessarie”, suggerisce Joao Gilberto a Enrico Rava, durante un giro americano del nostro trombettista jazz. Come se fosse facile. Come facile sembra la Bossa nova quando la suona Gilberto – ma se hai mai provato, sai che esser facili in quel modo facile non lo è per niente.

Ho “visto” Rava l’ultima volta a un concerto a Milano, ma non l’ho visto affatto perché eravamo talmente tanti e scatenati che sembrava un concerto rock. Con lui, ed era ora, tanti jazzisti italiani sono oggi meritatamente “assurti agli onori della cronaca”, si può dir così? Forse perché è maturato il nostro gusto, forse perché han cambiato stile, e si sono fatti più accessibili. E forse anche perché non si son mai lasciati andare a intemperanze, come dire che “E’ cambiata la musica contemporanea”.

Ma queste son conclusioni. L’inizio si intitola “13 dita” ed è il primo disco di Giovanni Allevi, recentemente al centro di tante polemiche. Per quanto riguarda la persona posso dire solo che l’ho incontrato in due suoi concerti al Blue Note di Milano, in occasione del secondo e del terzo disco. La prima volta eravamo quattro gatti, raccontava perché e percome dei pezzi prima di suonarli, cosa lo aveva ispirato eccetera, e alla fine è sceso dal palco e si è scambiata qualche battuta. Mai capitato con altri artisti del Blue Note. La seconda volta c’era già una folla e più che un sorriso imbarazzato perché non si ricordava, mentre mi autografava un CD, non si è potuto. Coinvolgente, accessibile, giovane e timido, positivo, passionale. Entusiasta al punto da sembrare un po’ fuori di testa, forse. Intemperante, magari. Ma non mi sembra un problema.

Allevi è un musicista, e per darne un giudizio tecnico bisognerebbe leggere i suoi spartiti (e conoscere anche tutti i riferimenti storici). Per darne un giudizio personale basta invece ascoltare la sua musica, e limitarsi a un “mi piace / non mi piace”. A me “13 dita” è piaciuto e piace moltissimo, gli altri dischi meno. Dopo “Joy” ho smesso di comprarlo. Però anche le parole sono importanti:

“Ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta