Archives For Methodology

[Torna, ogni tanto, Luca Galli, co-founder ed editor-at-large di questo blog - qui i suoi post. Altri suoi percorsi professionali qui -ad]

Le notifiche di Slideshare, come altre credo, hanno per loro natura una certa asimmetria: per quanto mi riguarda, io le disabilito tutte e quindi quando carico qualcosa immagino che nessuno lo noti. Invece può ben essere che altri abbiano le notifiche attive, per cui può succedere che poi se ne escano con reazioni per me sorprendenti (sono un antisociale, capitato nel tempo sbagliato; o per meglio dire, preferisco una socialità controllata e controintuitiva alla Pinboard, “Bookmarking for social introverts”, il payoff più adorabile della storia di Internet). Così è successo che un paio di presentazioni pubblicate principalmente per gli studenti del mio corso in NABA siano state viste da qualcuno in giro, e magari apprezzate, cosa che mi fa piacere, si capisce. E’ il caso di queste due sotto, che dietro invito di Alberto condivido molto volentieri su Infoservi. Continue Reading…

“People don’t buy what you do, they buy why you do it”. Suona sciocco? Ascoltate questo video di Simon Sinek, “How great leaders inspire action”, e cambierete idea. Anzi, cambierete completamente il vostro modo di pensare, di concepire progetti e di presentarli. Perché cio che conta non è tanto cosa fate, né il come. E’ il perché.

Una battuta trovata in Rete tempo fa diceva: “The main thing is to keep the main thing the main thing”. Mi sembra azzeccata per questo bel post estratto dal libro di Scott Belsky, Founder e CEO di Behance, forse la più interessante rete per “creativi” in senso esteso. Riflessioni utili su metodi e pratiche di un mestiere difficile da definire proprio perché ha nel rinnovamento continuo la sua ragion d’essere, ma dove l’execution fa la differenza tra successo e fallimento. E Belsky ci aiuta proprio in questo: “The creative process is surviving the project plateu”, afferma al punto 5. Appunto.

Creative types have a problem. We have so many great ideas, but most of them never see the light of day. Why do most ideas never happen? The reason is that our own creative habits get in the way. For example, our tendency to generate new ideas often gets in the way of executing the ones we have. As a result, we abandon many projects halfway through. Whether a personal website, a new business idea or a long-dreamt novel, most of these projects stagnate and become a source of frustration.

Some creative people and teams are able to defy the odds and make their ideas happen, time and again. In my work, I have spent the better part of five years meeting these exceptional people and chronicling their habits and insight, which has resulted in the following tips and suggestions for making ideas happen.

1. Avoid A Reactionary Workflow

Without realizing it, most of us have gradually adopted a “reactionary workflow”. We are constantly bombarded with incoming communication: email, text messages, tweets, Facebook posts, phone calls, instant messages, etc. Rather than be proactive with our energy, we spend all of our energy reacting, enslaved to the last incoming item.

To avoid this reactionary workflow, some of the most productive people I have met schedule what can be called “windows of non-stimulation” in their day. For two to three hours per day, these people avoid email and all other incoming communication. In this time, they focus on their list of big items: not routine tasks, but long-term projects that require research and deep thought.

Another idea is to aggregate all messages in a central location. Setting your social networks to email you, and using filters to automatically manage these emails, will reduce your “hopping time” (when you hop between sources of communication) and focus your attention. Some people even have their voice mails transcribed automatically and forwarded by email. In a world of many inboxes, you have to consolidate.

2. Strip Projects To Three Primary Elements

Every project in life can ultimately be reduced to just three primary elements: 1) action steps, 2) backburner items and 3) references. Action steps are tasks that can be articulated succinctly and begin with verbs. They should be kept separate from your notes and sketches.

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[Qualcosa più di un guest blogger, visto che Nicola Junior Vitto è mio socio in Blomming e spero riuscirà a parlare più spesso, in futuro, di software e startup. Qui sotto racconta impressioni esperienze e idee raccolte a Better Software, di cui avevo già parlato in altri articoli -ad]

Laptop appoggiati sulle gambe, molti con una mela luminosa ben visibile ai relatori. Negli schermi la pagina di Twitter o di uno dei tanti client che usano le sue API per fare il resoconto in tempo reale della presentazione che si sta ascoltando, in sale spesso piene. A conferma che non è sempre facile scegliere il relatore giusto da seguire, essendo uno più interessante dell’altro.

E’ così che ci si può immaginare l’ambiente a Better Software. Per chi sviluppa software si è trattato di un incontro ai vertici. Si è parlato di metodologie Agili, Extreme Programming (XP), Social Media, Open Source, startup e innovazione. Ma si è parlato soprattutto delle persone, di come migliorare professionalmente per una crescita individuale e del team in cui si lavora.

Foto: <a href=

Nei talk molti relatori hanno espresso le difficoltà incontrate ad applicare le metodologie agili alle loro necessità e strutture aziendali, e hanno spiegato come sono state rielaborate d adattate alle loro esigenze. Lo stesso Francesco Cirillo (noto inventore della Tecnica del Pomodoro; vedi anche), parlando delle dinamiche di team, ha affermato come in ogni contesto l’organizzazione migliore sia quella che meglio si adatta alle esigenze interne, spiegando come in qualche modo sia meglio scegliere una metodologia concreta – in particolare XP – visto che l’Agile è astratto e definisce un sistema di regole troppo perfetto, troppo chiuso e quindi in realtà non è la migliore strada da perseguire. O meglio: “In qualche modo XP è incompleto: è questa la sua forza… l’Agile è perfetto: per questo non serve a niente”.

Illuminante in questo senso anche il talk su Agile e tecniche dell’improvvisazione jazz di Fabio Castronuovo. Nell’esecuzione di un brano di musica classica, visto come metafora di organizzazione gerarchica con direttore d’orchestra, una stonatura è il male assoluto. In un’improvvisazione jazz si dà per scontato l’errore e l’imprevisto, la bravura sta nel reagire positivamente alla situazione potenzialmente negativa trasformandola in un punto di forza: questo è essere agili!

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Si avvicina Better Software. Uno degli speaker è Francesco Cirillo: “Noto a livello internazionale come esperto di metodi agili, Design Pattern e progettazione Object Oriented. Riconosciuto come pioniere dell’ Extreme Programming… Ha fondato e dirige XPLabs. Con essa ha aiutato aziende di diversi settori ad aumentare la propria produttivita’ con la transizione ai metodi agili”. Per approfondire: il sito, il blog, su Twitter.

Tra i programmatori è famoso per la Tecnica del Pomodoro. Non è una battuta: è una metodologia di Time Management ormai nota in tutto il mondo. Alla conferenza parlerà di organizzazione dei team.

Frequentando luoghi digitali si incontrano usi e costumi diversi, che tipicamente coinvolgono gruppi di persone. Dopo un po’ si notano dei pattern, delle persistenze: ciò che accade in un tempo/spazio poi si ripete altrove. Tipicamente, in Italia si adottano abitudini nordamericane un paio di anni dopo – abbiamo ormai intere antologie di casi osservati. Un po’ come le onde dei bioritmi: siamo fuori sync, ma abbiamo la stessa fase, il che ci dice anche qualcosa sulla prevedibilità dell’innovazione.

Ora in ambienti conversazionali come Twitter e FriendFeed, che hanno iniziato esclusivamente come piattaforme di egoboosting, abbiamo anche professionisti nel senso italiano del termine: commercialisti, avvocati, imprenditori e top manager che, dopo un prudente studio iniziale, chiacchierano tranquillamente delle loro attività professionali con le loro micro-community.

E’ un’apertura di processo, of course. Il prossimo passo sarà quello di ribaltare totalmente il punto di vista del racconto: come ha fatto il New York Times con TimesCast, selezione di video in cui mostrano quel che succede dentro.

New York Times TimesCast

(via LSDI)

[Post lungo ma nonostante questo incompleto. Scriverò ancora sull'argomento, ma soprattutto ne parleremo in un incontro aperto a cui siete invitati con Massimo di OpenP2pDesign, gli esponenti di Edufashion e Adam Arvidsson - docente sociologia, autore Ethical Economy - venerdì 19 marzo, dalle 17 alle 19:30, a Scienze Politiche, Milano. Altre informazioni su Ricerca Urbana -ad]

Fornire strumenti e metodologie per stimolare l’Open Innovation presso le comunità di Piccole Medie Imprese. Questo l’obiettivo di Collective, progetto europeo partito questo scorso primo gennaio e destinato a chiudersi il 31 dicembre 2012. Partecipano 13 enti di diverse nazionalità, tra cui associazioni, università, imprese e anche la nostra Camera di Commercio, tramite Innovhub. Recentemente si è tenuto un incontro di riflessione a cui ho avuto il piacere di essere invitato per la discussione, e riporto qui un mio contributo.

L’obiettivo di Collective è creare una piattaforma – agorà – ecosistema per “Facilitare collaborazione e innovazione presso le PMI”. Quindi strumenti e metodologie per sostenere comunità auto-organizzate per “Generare nuove tendenze, concetti e modelli di prodotto, processi o business”. Fondamentale: la cultura del networking e della collaborazione è nostra grande tradizione, ma da sempre limitata al territorio tramite distretti e filiere, con storiche difficoltà a muoversi in ambito internazionale. Anche solo per le attività commerciali, figuriamoci per collaborazione e progettazione. E la Rete è perfetta per potenziare queste dinamiche, portandole a una scala superiore – ne avevo parlato con Chris Anderson, direttore di Wired, vedi intervista. Sull’importanza del tema è di simile opinione anche la parte di Rete che ha partecipato alla discussione che ho proposto su Friendfeed: Come collegare l’intelligenza *produttiva* collettiva delle PMI italiane?, da dove sono usciti stimoli importanti…

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Segrate non è proprio in cima alla lista delle design location milanesi, giusto? Uno pensa al glamour di via Tortona, alle vele della nuova fiera, a certi spazi lussuosi di zona 1. Però a Segrate ci sono un po’ di aziende. Una di queste è Microsoft Italia. Intorno è tutto terziario e industriale; un paesaggio non proprio bucolico, specie con la nebbiolina dell’inverno. Dalla strada che porta lì si vedono le forme sempre più grigie del grande palazzo Mondadori, quello di Oscar Niemeyer — uno stacco netto, che piaccia o meno: in mezzo a quei prefabbricati anonimi, sembra l’ultima impronta lasciata da una civiltà superiore.

Palazzo Mondadori

Photography by Nitot, Creative Commons by-sa 3.0, from Wikipedia

Microsoft lo scorso novembre ha promosso e ospitato un workshop intitolato “Interaction Design @ Microsoft Research”, per far meglio conoscere la “visione [dell'azienda] sull’evoluzione delle tecnologie di Interaction Design attualmente oggetto di ricerca e sviluppo nei laboratori di Microsoft Research”. Il workshop rientrava nel programma dei Faculty Days, iniziativa più ampia per gli scambi con il mondo accademico. Io ero lì con il doppio cappello di NABA, Scuola di Media Design e Arti Multimediali, dove insegno ormai da qualche anno un corso di metodologia, e con quello di Infoservi, grazie all’invito indirizzato in precedenza ad Alberto (che pure insegna in NABA) e Francesco Monico, direttore della Scuola, da parte di Roberto Cavallini e Mauro Minella di Microsoft,

Nell’auditorium a dire il vero non eravamo in molti, ma quasi tutti hanno seguito i lavori dall’inizio alla fine e le conversazioni durante le pause, almeno per me, sono state fitte ed eccellenti. Buona parte della giornata è stata spesa nella presentazione di alcune tecnologie e strumenti Microsoft nel dominio della creatività e del design: di mio ho trovato interessante soprattutto l’introduzione a SketchFlow di Roberto, ma si è parlato anche parecchio di Blend e soprattutto  di Silverlight, dove come sanno anche i sassi da tempo Microsoft sta proponendo un’alternativa al numero uno in questo spazio, Flash di Adobe. Dicevamo però di interaction design e Microsoft Research. Bisogna dare credito qui agli organizzatori per aver aperto una finestra su pratiche, metodi e processi di progetto diventati un riferimento nel contesto internazionale, ma purtroppo molto meno frequentati dalle nostre parti (e sì, è difficile trovarne traccia anche nella Milano “capitale del design”, come disse con grande cortesia Bill Moggridge quando passò in Mediateca per Meet the Media Guru, recensito sempre qui su Infoservi).

In rappresentanza di Microsoft Research ha parlato quindi Richard Banks, di stanza a Cambridge, UK, dove c’è l’unico polo europeo della struttura globale di R&D dell’azienda. Un centinaio di persone sulle duemila totali impiegate nel mondo. Di queste cento, ha spiegato Richard, la maggior parte lavora su problemi di pura (“hard core”) computer science, mentre un buon quarto, al quale appartiene lui stesso, si colloca in un ambito ibrido, una combinazione di ricerca sociale, psicologia e design, dove per design si intende appunto “interaction design”. Penso sia meglio precisare, col rischio di sembrare pedantii: nel mondo accademico e nella pratica professionale non c’è ancora un accordo granitico sulle definizioni e sui confini esatti di questo dominio. Non ci mettiamo a imbastire qui la discussione teorica. Chi volesse una traccia autorevole sul punto potrebbe partire per esempio dalle prime pagine di Theories and Practice in Interaction Design, co-editato da Gilliam Crampton Smith, tra l’altro presente al workshop (oggi è allo IUAV, dopo l’esperienza all’Interaction Design Institute di Ivrea). Durante la pausa ho trovato il modo di chiacchierare un po’ con lei di design, design research e interaction design in Italia.

Dicevamo dell’intervento di Richard Banks. Pur essendosi assegnato il compito di offrire soltanto una cornice e un rimando (“grounding”) al resto delle presentazioni previste nella giornata, molto più orientate ai prodotti, Richard ha aperto un bello squarcio su alcune delle ricerche in corso nel suo gruppo, dando dimostrazione di come si può articolare il nesso tra design e ricerca nello sviluppo delle tecnologie. Dal punto di vista culturale, è il mondo descritto magistralmente da Bill Buxton in Sketching User Experiences, uscito nel 2007 e già diventato un titolo importante nella migliore divulgazione sul tema. Buxton è entrato in Microsoft Research in tempi abbastanza recenti, dopo una lunga carriera di ricercatore sulle interfacce sviluppata tra università di Toronto, Xerox PARC, SGI e Alias Wavefront. I metodi e i casi raccontati nel suo libro, a voler cercare una formula, mostrano che l’essenza esplorativa, visuale e generativa del design tradizionale può evolvere in un insieme di modelli e di tecniche adatti a progettare interazioni, media e “intangibili”, per dirla con John Chris Jones (per inciso, il nume tutelare del mio corso in NABA). Come ovvio qui il discorso va oltre le dimensioni pur gigantesche di Microsoft: uno dei casi di studio più ampiamente illustrati nel libro di Buxton, acclamato in quarta di copertina nientemeno che da Bill Gates, riguarda l’evoluzione della user inteface dell’iPod…

I progetti su cui si è soffermato più a lungo Richard hanno a che fare con la fotografia digitale, la memoria personale e familiare, compresa quella delle persone che sono mancate. Una scelta originale e interesante, credo. Le applicazioni e i servizi digitali straripano di cose utili, divertenti o inutili, ma alle volte sono lontane dagli affetti o dai dolori più forti della vita quotidiana, come quello del lutto. Le persone, ha sottolineato Richard, sono già parte di ecologie complesse e pre-esistenti rispetto alle tecnologie, con le quali entrano poi in relazioni di reciproca influenza (Buxton, aggiungo io, ha scritto che “technologies are adapted, not adopted”). Si tratta di comprendere le persone dal loro punto di vista (Richard: “understanding users in human terms”, e non in “machine terms”), per poi mettere a fuoco idee e opportunità di progetto. Nel caso della fotografia, la domanda di fondo è quindi sul “futuro della memoria” (“the future of looking back”). Pensiamo alla tradizione della fotografie di famiglia, delle immagini fatte per conservare un ricordo. In molte case, spesso in una posizione di rispetto, magari in sala, c’è un classico ritratto di famiglia. Cosa potrebbe diventare il ritratto di famiglia nell’età di Flickr e dei Social Network?

Un prototipo mostrato da Richard, sviluppato attorno alle fotografie del padre, offre un’interfaccia che esplora a più livelli la storia personale, quella familiare e la storia generale degli avvenimenti, pubblici, politici, economici e culturali. Le foto analogiche ereditate dal figlio, una volta digitalizzate, si arricchiscono attraverso le associazioni con altre immagini e storie che ne costituiscono il contesto. In un’altra vista sulla sperimentazione il focus è sulla modalità di interazione. Un’interfaccia multitouch (credo via Surface) permette di manipolare le immagini come se fossero raccolte in una serie di box, per analogia con le scatole delle foto stampate. Un altro prototipo mostra le possibilità di esplorare un ambiente andato distrutto o disperso, come uno studio personale o un garage degli attrezzi, combinando in un oggetto 3D una serie di immagini scattate fintantoché era ancora integro, per esempio nello stato in cui era quando la persona venuta a mancare lo viveva quotidianamente. Nelle parole di Richard, questi artefatti sono “eredità tecnologiche” (“technology heirlooms”), emergenti nell’uso quotidiano ma con ampie possibilità di cambiamento, indagine, invenzione.

The Timecard (Richard Banks)

Sono soltanto esempi, come si capisce. Come e quando diventeranno prodotti e tecnologie per tutti è un’altra storia. Ma danno un’idea del tipo di ricerca possibile su persone, società e interazione. Due o tre segnalazioni in chiusura per chi volesse approfondire: il newsfeed di Microsoft Research (dove si parla di R&D in generale, non solo interaction design), il sito personale di Bill Buxton (con molti articoli e video) e per la generazione più giovane il nome celebre, ben meritato, di danah boyd, sempre ricercatrice a Microsoft Research, non UK ma New England — btw, a quando Microsoft Research Milano?

Nel video sotto Tim Brown, CEO di Ideo, una delle più famose design firm del mondo, parla del suo libro: Change By Design. In questa pagina si possono vedere i vari capitoli del video, se si vuole saltare qualcosa.

32.000 interviste, affermano gli autori di Global Web Index, per la mappa mondiale del Social Web Involvement che pubblico qui sotto. Uno snapshot niente male. Per l’Italia danno gli attivi sui blog a circa quattro milioni, che non è un dato molto lontano da altri studi a riguardo, mi pare. Tutta da studiare.

global_Map_of_Social_Web_Invol

Sorriso gentile, approccio tranquillo e una presentazione che spacca. La bravissima Alessandra Tarantino per la sua tesi ha analizzato la filiera e la logica produttiva del mercato degli elettrodomestici italiani, ed è giunta a una semplice conclusione: che bisogna cambiare tutto. Per contrastare la concorrenza che viene dall’estero, per ottimizzare i costi e quindi per salvare posti di lavoro. Sembrano obbiettivi irrealizzabili? Prima di saltare alle conclusioni guardate il video qua sotto. Alessandra è stata a TesiCamp e sarà a I Realize – Start-up Hack (ti ricordo che l’invito è ancora aperto, se vuoi partecipare anche tu).

Alessandra Tarantino – Elettrodomestici: Cambiare Le Regole – Tesicamp from Alberto D'Ottavi on Vimeo.

Complexity Gets Visual

dottavi —  14 September 2009 — Leave a comment

Non riesco a smettere. Già Visual Complexity è una risorsa straordinaria: “A unified resource space for anyone interested in the visualization of complex networks. The project’s main goal is to leverage a critical understanding of different visualization methods, across a series of disciplines, as diverse as Biology, Social Networks or the World Wide Web”. In più, reMap riorganizza il loro database di visualizzazioni secondo relazioni tra tag. Addicting.

visual_complexity

Sopra l’home page di VC, sotto una schermata di reMap:

reMap2