Archives For Disruptive Innovations

alan turing centennial celebration

Più studio la storia della tecnologia più rimango affascinato dalla potenza creativa dei suoi interpreti – cioè dalle persone che l’hanno fatta. Charles Babbage e Ada Lovelace nella prima metà dell’800, mentre l’Europa andava in sollucchero per il romanticismo, immaginavano computer e linguaggi di programmazione. Per non parlare dei tanti inventori del ’900. Definirli ingegneri è riduttivo: erano grandi visionari. Tra questi, una figura incredibile è quella di Alan Turing, “Widely considered to be the father of computer science and artificial intelligence”. Padre o madre? Chissà cosa avrebbe preferito, essendo stato omosessuale ed essendosi suicidato a causa delle persecuzioni subite per questo. Solo nel 2009 il governo britannico ha fatto pubblica ammenda. Quest’anno è il centenario della sua nascita e il Piccolo Teatro di Milano partecipa con uno spettacolo durato cinque giorni e fatto praticamente di nascosto – tanto chissenefrega, non è mica roba che piace al pubblico. E’ solo uno dei più importanti pensatori del secolo scorso. Pace all’anima sua.  Continue Reading…

david-orban-singularity-university“Un’idea o progetto per rendere migliore la vita, aumentare la felicità, la salute, l’istruzione, la sicurezza, le opportunità per il futuro di almeno tre milioni di persone in Italia nei prossimi tre anni, facendo leva sull’innovazione e sull’uso della tecnologia”. Questa la ricerca di Axelera, fondazione / associazione no-profit creata recentemente da un gruppo di alumni e simpatizzanti della Singularity University, per la quale c’è un premio da 30.000 dollari quale borsa di studio per frequentare il corso estivo. Ho fatto due chiacchiere con David Orban, primo ad aver portato la SingularityU in Italia, sul premio e altro. La teoria della singolarità parte dalle idee di Ray Kurzweil secondo il quale, per farla molto molto semplice, alcuni cambiamenti tecnologici hanno impatto esponenziale, dalla natura dirompente.

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Parecchio che non seguo più da vicino il mercato dei gadget – i dispositivi che, poi, il mercato lo fanno davvero. E il Consumer Electronics Show di Las Vegas è chiaramente l’appuntamento da non mancare – video sotto. Molto interessante vedere sul blog ufficiale di Google che quest’anno ci sarà anche YouTube, insieme alle varie novità per Google TV. La disruption del mercato televisivo si avvicina? Dai.

Le 20 Things I Learned About Browsers And The Web le ha raccolte Google in un simpatico libriccino. Quella in più è la convinzione definitiva che l’HTML5 è il linguaggio che cambierà le regole del gioco.

Google 20 things I learned about the web(Mashable)

Jack Dorsey è la persona che ha avuto l’idea originale poi diventata Twitter. Nel video sotto, in occasione della 99% Conference, racconta com’è nato il servizio di microblogging, ne mostra qualche primo mock-up e confessa anche che molte delle innovazioni del servizio non solo sono venute dagli utenti, ma che il team dell’azienda non le voleva proprio. Potere delle community.

Ma, a parte questo, parla di Square, la sua nuova startup. E di come sia necessario cogliere i segnali, gli stimoli dall’ambiente. Soprattutto in momenti di cambiamento radicale come quelli determinati dalla crisi finanziaria. Non mi stupirebbe se ci avesse azzeccato di nuovo.

Via Fred Wilson via Business Insider via Lou Sagar.

Don Tapscott è uno degli autori di Wikinomics, e nel videopodcast qui sotto non usa mezzi termini per descrivere quello che sta per succedere. A causa della crisi (trend economico), dei nuovi modelli di lavoro (sociale) e dei prossimi sviluppi tecnologici. E mentre assistiamo agli ultimi momenti del Web 2.0, si stanno di nuovo per incrociare i flussi, segno della vicinanza di una nuova fase di disruptive innovation. Io sono pronto per il “2.0 2.0“. Tu?

Il tema dei Makers, estremizzato nel romanzo di Cory Doctorow, è stato ripreso recentemente da Chris Anderson di Wired: Atoms Are the New Bits. Forse eccede, Anderson, nel dire che si tratta della Next Industrial Revolution, tanto da attirarsi una contro-opinione da quelli di Gizmodo: Making is not Manufacturing. Ma non per questo il tema è meno importante per un tessuto produttivo come quello italiano, soprattutto se lo decliniamo come incontro tra mercato, progettazione e produzione. C’è un passaggio illuminante nel video di Anderson (all’indirizzo sopra), quando al minuto 1:18 parla di come sia facile trovare (per esempio con motori di ricerca specializzati come Alibaba.com) un produttore in Cina, o in qualsiasi altro posto nel mondo. La domanda è se le PMI italiane siano altrettanto trovabili – perdonate la brutta parola – e se siano in grado di gestire micro-produzioni, magari collegando i propri sistemi CAD-CAM-CAE (vedi) tramite la Rete.

Sarà prospettiva di lungo periodo, ma credo opportunità importante. Anche perché, nel frattempo, nello scenario internazionale i punti d’incontro di questo tipo si moltiplicano. Qui sotto una rassegna dei quattro più importanti.

Shapeways

Shapeways

Shapeways

Forse il primo, ma certamente il più famoso, è un sistema di stampa a richiesta di… oggetti fisici. Il video nella pagina di About lo spiega bene. Notevole il fatto che ora non siano più limitati alla stampa di materiali plastici ma possano anche lavorare metalli. C’è un limite all’immaginazione?

FabbersMarket

FabbersMarket

FabbersMarket

Si definiscono un “Free global B2B marketplace and network, connecting designers, engineers and manufacturers”. Supportano così l’incontro diretto tra produttori e clienti, soprattutto online.

RedesignMe

RedesignMe

RedesignMe

Non meno interessante, RedesignMe è diverso. E’ orientato alla co-creation, cioè alla progettazione collaborativa. “For example by setting up communities of tea-lovers who brainstorm about tomorrow’s innovations in tea”, dicono.

Ponoko

Ponoko

Ponoko

Ponoko è forse il più completo di tutti, ponendosi chiaramente come punto d’incontro tra “Creators, digital fabricators, materials suppliers and buyers”. E permette anche di sottoporre il progetto, direttamente in digitale, per cercare qualcuno in grado – o interessato – a produrlo.

Che impatto avrebbe un sistema del genere in Italia? Che valore potrebbe portare all’economia delle nostre piccole aziende, tra le quali tantissime oggi in crisi? Forse ha ragione Alberto a dire che “Non siamo neanche lontanamente pronti”. Ma probabilmente è il caso di prepararsi.

Ma l’avevo detto o no che bisognava reinventare tutto, e che l’Ipad poteva esserne l’occasione? Ok, evidentemente non ho saputo dirlo abbastanza bene. Questo video di Penguin Books, invece, va oltre: lo fa vedere.

Importante notare che un’ondata di innovazione come quella che si sta prospettando nell’ambito del Do-it-yourself – benché ultrapotenziato – sia iniziata in realtà da un centro di ricerca – ancora una volta, al MIT: Center For Bits And Atoms. Il racconto di Neil Gershenfeld, fondatore del centro e iniziatore del movimento dei FabLab, nel video qui sotto, è un contributo a un TED del febbraio 2006. Ci torneremo su.

Thanks to Marco Fabbri.

Costa meno di mille dollari, te la consegnano in un kit che devi montare, è lenta e ingombrante ma in compenso non fa solo statuette e bamboline: fa buchi nell’universo. E’ una 3D printer ed è l’inizio della prossima rivoluzione. Video qui sotto.

Ho avuto il piacere di ricevere una richiesta di intervista (scritta) da Innovation Café, altra iniziativa Telecom Italia collegata a Next Open Innovation. Consegnata da poco, mi hanno detto che la pubblicheranno a febbraio. Ci tengo però a segnalarla ora (dopo il salto), prima degli annunci Apple attesi per mercoledì 27, giusto per una scommessa con me stesso. Le indiscrezioni parlano di iCloud, un sistema per mettere la propria musica in Rete in modo che sia sempre accessibile, e di un possibile tablet. Nel primo caso buona idea, ci sta lavorando anche una giovane start-up italiana, Audiobox.fm, segnalata da uno dei fondatori, Claudio Poli con cui abbiamo avuto una piacevole chiacchierata in mail – approfondimenti in futuro.

Una ipotesi di possibile Apple Tablet secondo SciBlogs

Una ipotesi di possibile Apple Tablet secondo SciBlogs

Quel che più o meno tutti si aspettano però è un tablet. Una sorta di super-iPhone da 10 pollici, o qualcosa di simile. Microsoft ha messo la bandiera sul nome Slate poco tempo fa. Insomma la mia scommessa è che Apple un tablet lo presenterà, e cambierà di nuovo le regole del gioco. Io mi immagino un sistema semi-chiuso, come l’iPhone, e l’estensione di iTunes a più contenuti digitali a pagamento, video e libri in primis, per non parlare di possibile interazione wireless con computer o anche le nuove tv recentemente presentate al CES. Io mi immagino che si potranno comprare video, film, podcast, corsi on-line dal tablet, e poi proiettarli in tv. Una macchina da salotto. Un super-telecomando. E guarda caso proprio ciò a cui i produttori di televisori non hanno mai badato. Insomma penso si possa iniziare a reinventare l’esperienza della televisione.

Lo stesso dicasi per i libri. Ci vedo bene la morte del Kindle di Amazon e di tutti gli e-book reader, non perché non siano interessanti ma perché si rivolgono a un pubblico di nicchia e perché storicamente le macchine dedicate hanno sempre perso contro quelle generali (concetto che risale, tutto sommato, a Turing). Il che è coerente anche con le tardive mosse di Amazon di aprire il Kindle agli sviluppatori e, pochi giorni fa, di alzare le royalty per gli editori al 70%. Troppo tardi, imho. Anche perché che noia i libri da leggere. Su un dispositivo così si possono immaginare libri di natura completamente nuova. Per esempio con i video dentro.

Magari mi sbaglio, eh, però di solito funziona così: It’s the software, as always. E i prodotti Apple sono oggi ottimo software incastonato dentro ottimo hardware. Chiuso, certo. Ma chi l’ha detto che Internet e i contenuti devono essere gratis?

Segue l’intervista sul più generale tema dell’innovazione, anche italiana, con pillola video finale.

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avatar

Giovedì notte, o, meglio, venerdì mattina (erano le 00:01 in effetti) ho finalmente assistito alla prima italiana di Avatar . Delle principali caratteristiche dal punto di vista tecnico ha parlato Alberto qui dopo l’ante-prima per la stampa, illustrando quali sono le innovazione introdotte da James Cameron nella realizzazione di questo kolossal.

Volevo solo aggiungere alcune considerazioni sul film. Dal punto di vista estetico, sono convinto di poter affermare che Avatar abbia davvero aperto la porta su una nuova era del cinema. Il livello di coinvolgimento e immersione visiva, accentuato sicuramente dalle fantas(cien)tiche ambientazioni del film (dai panorami del pianeta Pandora al livello di dettaglio e realisticità delle creature e dei Na’vi  - in particolare della naturelezza delle loro espressioni facciali-).

Un viaggio su Pandora

Dal punto di vista della trama, non sono d’accordo con quelli che non la considerano nulla di (troppo) degno di nota e sottolineano il film solo dal punto di vista degli effetti speciali e delle innovazioni tecniche che comporta. Certo, è una trama funzionale al tipo di film, ovvero un film di azione e di effetti speciali (due caratteristiche che vanno a braccetto da sempre) rivolto alla massa. Non è la più originale delle trame (si tratta, come ha detto Cameron stesso, di “una guerra di civiltà”) ma quanti film sono davvero originali? E cosa significa originale?

Secondo me il film affronta dei temi sostanziali sui concetti di avatarmondi virtuali e la relazione-interazione dell’uomo(reale) con essi. Io penso che visto nell’ottica del grande kolossal, del film fatto per la massa, il suo valore diventa quindi immenso non più solo per le innovazioni tecniche e l’estetica che introduce nel cinema ma anche per come amalgama temi molto profondi a una storia che vuole evitare le lunghe disquisizioni filosofiche a cui si era assistiti ad esempio vedendo Matrix (cosa che ok, farà certo gioire i critici ma magari storcere il naso ai più che di certi temi magari non hanno mai sentito parlare -a prescindere che Matrix resta comunque un altro capolavoro assoluto-).

Avatar non è il primo film ad affrontare i temi trattati, ma unito alle innovazioni tecniche di cui appena detto, penso che se non altro fra un po’ di anni verrà ricordato come viene ricordato oggi quel primo “insignificante” treno che correva verso la macchina da presa facendo fuggire le persone dalle sale, convinte che stesse per uscire dallo schermo e piombar loro addosso. Interessante a mio avviso che questa volta succede “davvero”: le immagini escono dallo schermo e ci piombano addosso -senza travolgerci fisicamente, d’accordo :)

E’ questo il passo avanti del cinema: le immagini vengono verso di noi, fuori dallo schermo, e noi andiamo un po’ di più verso(dentro) a esse.

Che è poi il tema vero (la metafora), a mio avviso, di questo gran prodotto hollywoodiano: uomo reale e ambiente virtuale. Come non riconoscersi nel protagonista Jack Sully (Sam Worthington) quando pur di entrare nel suo avatar e restare nel mondo di Pandora insieme ai Na’vi -il popolo indigeno che lo abita- comincia a trascurare ogni altro aspetto della sua vita come farsi la barba, cambiare abiti, bere e mangiare (ovviamente il tutto è ironicamente forzato -ma neanche troppo-)… E la dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver) appare come una mamma severa ma comprensiva che deve star dietro al ragazzino che non vuole proprio staccarsi da Internet o dal suo videogioco preferito.. Per non parlare poi di tutto il tema delle connessioni neurali: fra uomini e avatar / fra i Na’vi e Pandora (come una grande rete neurale), una metafora di mondo reale/mondo virtuale. E qui poi ogni altro parallelismo o metafora sono benvenuti: la guerra fra esseri umani e Na’vi si può leggere in tanti modi a mio avviso tutti in parte giusti. Grandi temi odierni come in-tolleranza/integrazione fra civiltà, la guerra, il dibattito aperto sul rapporto uomo-tecnologie… Insomma, tante cose.

A mio avviso un film, per essere un grande film e per avere una storia definibile “profonda”, non deve necessariamente essere intriso di dialoghi o riflessioni complesse comprensibili/accessibili ai pochi. Secondo il mio modesto parere, Avatar è un film che riesce a mescolare temi molto profondi e attuali a una favola di semplice lettura (è pur sempre un kolossal rivolto a tutti, ricordiamolo) e per me in grado di regalare momenti unici grazie a un impatto visivo senza precedenti (vi consiglio: guardatelo in 3D, non ha senso vederlo in altro modo, non al cinema almeno) di cui siamo i primi fortunati fruitori.

James Cameron sul set di AvatarPazienza se l’IMAX 3D (qui un video dimostrativo del 2006) deve ancora arrivare in Italia, arriverà e ci abitueremo anche a questa nuova estetica, ma io penso che le emozioni e la sensazione di immersione che possiamo provare guardando questa pellicola in 3D, sia paragonabile a quello che devono aver provato i primi fruitori di un film sonoro o a colori.

Forse esagero? Sarà, ma con film e innovazioni come questi ci si divide sempre fra scettici, critici ed entusiasti. Ricordo solo che l’avvento del sonoro fu a suo tempo visto da alcuni con indifferenza, da altri con entusiasmo, da altri ancora con avversione e anche sul tema della storia e della fruizione c’era chi percepiva che non apportasse alcun valore aggiunto a un film se non addirittura gliene togliesse. Stessa cosa per gli effetti digitali. E così via.

Io appartengo agli entusiasti e penso che Avatar ci faccia entrare veramente in un altro mondo. Sia visivo che narrativo, e la sua grandezza sta proprio in questa perfetta unione (connessione?) che ci fa vivere l’esperienza cinematografica e non più solo guardarla.

Se non altro, ha di certo fatto entrare il cinema in una nuova era.

fabio