Shocking proportion, dice David McCandless in Cognitive Surplus visualized. Ha elaborato il grafico sotto sulla base di dati riferiti da Clay Shirky (di cui s’è già parlato).
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Qualche altro milestone da segnare.

Ultimamente mi capita di veder passare sempre più spesso considerazioni a favore di Android, il sistema operativo mobile di Google. Un po’ per la chiusura del sistema Apple, un po’ per le novità dell’ultima versione. LifeHacker riassume pro e contro. Google presenta App Inventor, per far fare applicazioni anche a chi sviluppatore non è (Mashable). E – fa un po’ ridere – introduce un’app per condividere, gosh, i parcheggi (RWW). Mi chiedo – e chiedo agli esperti lì fuori – se è tempo di considerare seriamente l’alternativa all’iPhone.
Nel frattempo, con un filo unito solo da Big G, trovo questa grafica che è un utile reminder sul motore di ricerca. Capace che lo uso a lezione l’anno prossimo. Viene da PPCBlog, dove si trova anche la versione maxi.
Infographic by PPC Blog
Da quando ne ho sentito parlare da Joi Ito a Le Web 07 sapevo che mi stavo perdendo qualcosa. Ma guardare i numeri di World of Warcraft fa ancora più impressione.
Viene dalla Spagna, e precisamente da Granada, dove dal 18 al 20 Aprile scorsi si è tenuto un Informal Ministerial Meeting of Telecommunications and the Information Society, nell’ambito della Presidenza spagnola della UE. Si è tenuto anche il (D’) Evolution Summit, dal fulminante sottotitolo “Apri la mente del tuo Ministro della Cultura”. Eh. Procuriamoci un salvagente gigante anche noi. Fatto sta che il gruppo Internet NO serà otra TV ha tirato fuori il poster che trovate qui sotto, a opera dell’artista Miguel Brieva. E’ abbastanza semplice, dicono, “Che può capirlo anche un ministro” ;)
Sembra abbia funzionato. Nella pagina di rassegna stampa dicono che la “Declaración finalmente firmada por los ministros” è “Muy desactivada respecto a la intención inicial. Por esto sirve estar vigilando“ (grassetto mio).

A questo indirizzo il download della versione originale. Via Exectweets.
Quelli di Online MBA hanno riassunto i numeri del cinema, qua sotto. Se qualcuno sa come recuperare Colin, il film a più basso budget mai fatto, lo vedrei volentieri.

[Un post speciale dall'amica Alessia Fabbri che, in qualità di guest blogger d'eccezione, ci racconta le sue impressioni di Dubai, raccolte durante un viaggio di lavoro di un mese per UNIMITT - Centro per l'Innovazione e il Trasferimento Tecnologico dell'Università di Milano, in partnership con l'Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie dell'Innovazione. L'occhio di Alessia spazia a 360° e non tralascia nulla. Dai grattacieli più alti del mondo ai carri surriscaldati che trasportano gli operai che li hanno costruiti, dal petrolio agli investimenti forse unici al mondo per costruire una Economia della Conoscenza -ad]
Speculazione, mazzette, prostituzione, sfruttamento e tantissima povertà. Leggendo l’ottimo Dubai Confidential di Sergio Nazzarro durante il volo d’andata mi è venuta un po’ d’ansia. In quarta di copertina dice: “Dubai o l’hai vissuta o non la conosci. Non puoi inventarla”. Io l’ho vissuta poco, la conosco poco, ma provo comunque a raccontarti qualcosa senza inventarmi niente. L’ho trovata una città estrema, del tutto schizofrenica ma anche generosa per chi vuole e sa cogliere le opportunità offerte dal dinamismo di questo ambiente.

Dubai STOP, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata
I primati non riguardano solo azzardi architettonici come il Burj Khalifa, grattacielo più alto tra gli alti, ma si inscrivono in molti aspetti della vita economica e sociale. Lo sviluppo stesso di Dubai, per modalità, tempi e proporzioni, non ha eguali. E’ difficile pensare che dove sorge la città più alta del mondo fino a pochi decenni fa lo skyline era fatto di dune, con insediamenti di pescatori sulla costa e tribù di beduini nomadi nell’interno. Eppure. Prima la scoperta del petrolio. E poi, con grande lungimiranza, quando alla fine degli anni Ottanta è stato chiaro che le risorse di greggio qui si sarebbero esaurite a breve – un problema che non riguarda la vicina Abu Dhabi dove risiede il 10% circa delle risorse mondiali – Dubai ha saputo differenziare rapidamente la propria economia, investendo in servizi finanziari, real estate e infrastrutture, sfruttando la propria posizione geografica per diventare il più grande centro di trading mediorientale e proponendo al turista un cocktail fatto di lusso tutto sommato low-cost, centri commerciali (ognuno con la sua attrazione peculiare, dal mega-acquario del Dubai Mall alla pista da sci del Mall of the Emirates, dove la neve artificiale non manca nemmeno quando la temperatura esterna supera i 50°) e una serie infinita di world biggest.

Dubai Look Up, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata
Ma questo è già storia, in una città-stato in cui la parola d’ordine è Visione (quella che spesso manca alle nostre democrazie). Dieci anni fa il predecessore nonché fratello di Sua Altezza Mohammed bin Rashid Al Maktoum, Primo Ministro, Vice-Presidente degli Emirati Arabi e sovrano di Dubai (ogni volta viene citato con la lista dei titoli) pose come obiettivo strategico per il 2015 la creazione di un’economia della conoscenza. Se già il regime fiscale di Dubai – insieme alla posizione geografica e a un clima, tutto sommato, di tolleranza – rende l’ambiente decisamente competitivo, con l’assenza di imposte e la possibilità di rimpatriare il 100% di capitali e redditi, le zone franche offrono agli stranieri la possibilità di accedere a infrastrutture e servizi di alta qualità per il business set-up a prezzi agevolati, ma soprattutto li sollevano dall’obbligo di avere uno sponsor locale come socio di maggioranza. A partire dai primi anni del secolo Tecom Investments, facente capo alla governativa Dubai Holding (di cui lo sceicco detiene il 99,7%), ha così investito in settori economici basati sulla conoscenza, affiancando alle “storiche” free zones (per lo più per attività di stoccaggio e distribuzione) nuovi business park tematici a elevato valore aggiunto. Tra queste Media City, con oltre 1.200 partner del mondo dei media, Internet City, una dinamica comunità internazionale che ospita circa 850 aziende leader dell’ICT mondiale, e, ultima in ordine di arrivo, Dubiotech (che mi ha ospitato per un mese) nel settore delle biotecnologie, a ribadire la volontà di perseguire obiettivi a lungo termine. Parallelamente, per promuovere lo sviluppo del capitale umano sono stati creati prima Knowledge Village e quindi International Academic City (sì, lo sceicco deve aver chiesto una consulenza alla Marvel per la toponomastica), dove università di tutto il mondo sono invitate a stabilire una propria sede. L’operazione però stenta a decollare, forse perché gli studenti emiratini sono stipendiati dallo Stato fino a dottorato compreso anche quando vogliono studiare all’estero.
Ritrovo questa immagine nel mio disco fisso, non ricordo più da dove l’ho presa e sì, ho visto il copyright ma mi sembra doveroso pubblicarla lo stesso. Illuminante – nel senso letterale del termine.

Proprio in questi giorni ho tenuto, per il corso in NABA, due lezioni sul microblogging – cioè Twitter, Twitter, poi Twitter e Friendfeed. I ragazzi, che spesso non riesco a staccare da Facebook anche mentre parlo, mi guardano straniti. E ammetto non è facile spiegare per sottrazione: “E’ come Facebook senza…”. Ma c’è un argomento definitivo: rispetto a Google da una parte e Facebook dall’altra, Twitter è l’unico sistema che permette di estrarre le informazioni. Prova a recuperare su Facebook un tuo status update di mesi fa. O a capire quali sono i termini più cercati su Google. A me risulta impossibile. Intorno a Twitter, e proprio per l’accessibilità dei suoi dati tramite API di programmazione, sono nate più di 100.000 applicazioni. Quale altra piattaforma può vantare un risultato simile?
Il dato proviene da Chirp, prima conferenza ufficiale di Twitter in corso oltreoceano. Altra cifra significativa è il numero degli iscritti, che non sarà un’osservazione sostanziale – preferirei sapere quanti sono quelli che mandano almeno un tweet al giorno – ma neanche banale. Molte altre cose interessanti le racconta Andrea Contino sul suo blog.

L’ha twittato Robin Good: secondo uno studio del Social Computing Lab di HP, come riportato dal Technium di Kevin Kelly, la frequenza di citazione nei tweet anticipa l’andamento degli eventi – nel caso studiato, il successo dei film al botteghino. Non è una sfera di cristallo, però. E’ analisi. Ed è anche il succo dell’interesse intorno a Twitter e a tutto il Real-Time Web degli ultimi tempi. Potenziato, inoltre, dall’incontro con nuovi modi di visualizzare le informazioni.
Sentimenti (quelli veri)

Di Twistori avevo già parlato, ma mai pubblicato una schermata, che invece merita. E’ ipnotico da quanto è bello, nella sua semplicità.

Ancora più semplice ma non meno affascinante anche Tweetwish, il Twitter dei desideri.
In occasione di eventi

Ho citato VisibleTweets proprio su Twitter non molto tempo fa, suggerendone l’uso in occasione di eventi. Preciso: non per pubblicare i tweet della sala nella sala stessa, ma fuori.

SXSW ha realizzato un bell’esempio di applicazione sponsorizzata. PepsicoZeitgeist è un visualizzatore di Twitter (e altro) che ha mostrato quel che twittavano i partecipanti durante l’evento.
Opinioni in tempo reale

Anche del New York Times per il Super Bowl avevo già detto, ma vale la pena riprenderlo: dettagli qui.
Grafica non nuovissima ma ancora impressionante. Soprattutto la curva in discesa del costo di un gigabyte, nella parte centrale. Mi ricorda la Coda Lunga dello Storage che avevo fatto tempo fa.
(via Gizmodo)
Don Tapscott è uno degli autori di Wikinomics, e nel videopodcast qui sotto non usa mezzi termini per descrivere quello che sta per succedere. A causa della crisi (trend economico), dei nuovi modelli di lavoro (sociale) e dei prossimi sviluppi tecnologici. E mentre assistiamo agli ultimi momenti del Web 2.0, si stanno di nuovo per incrociare i flussi, segno della vicinanza di una nuova fase di disruptive innovation. Io sono pronto per il “2.0 2.0“. Tu?










