Archives For Citizen (and) Journalism

Sul modo

dottavi —  15 September 2007 — Leave a comment

Interrompo la mia lunga assenza per una segnalazione che non dovrebbe passare inosservata (anche perché credo sia uno dei più veri e importanti pregi dei blog): trovo da Alessandro Gilioli la segnalazione di questa "denuncia" di malcostume (se così si può definire) giornalistico fatta da Federico Ferrazza. Mi associo alla richiesta di intervento fatta da Alessandro.

Ricordate il bellissimo post "The Future of News: How to Survive the New Media Shift" di Information Architects? Sempre per quel lavoro che ho in corso mi è venuto lo sghiribizzo di vedere cosa succedeva con Alexa facendo lo stesso tipo di analisi in Italia… (english at bottom)

A occhio e croce, se&o, direi che i risultati sono confermati anche qui. Nel nostro caso ho comparato i blog network principali, non avendo singoli blog-zine tipo a Engadged o Gizmodo, e questo è effettivamente un dato "spurio": l’analisi di iA infatti si concentra sul consumo di news, mentre qui vediamo un traffico generico. Però i trend sono confermati: chiaramente in crescita per i blog e "clearly downward", invece, per i siti dei media tradizionali. Aggiunta mia l’ultimo chart, relativo ai portali classici, che mostrano una dinamica appena un po’ diversa, ma neanche poi tanto. Bisognerebbe forse confrontare meglio il Q1 2006 sul 2007.

Chiaro, i valori assoluti sono ancora molto, molto distanti. Per esempio, secondo Audiweb, Alice.it a maggio ha fatto 18 volte il numero di visite di Blogo.it. Alice è il primo portale italiano, con oltre 1,3 miliardi di pagine viste al mese. Nello stesso tempo Blogo.it, sempre a maggio, ha totalizzato un numero di visite superiore al Sole24Ore.com – 6,6 milioni contro 5,5. Il che forse ci dice anche qualcosa sulla recente acquisizione del 30% di Blogosfere. Insomma, queste sono analisi davvero rozze e approssimate, però, a "nasometria"… si sente l’aria che tira. E si spiega anche il fatto che una persona ogni dieci utenti Internet abbia un blog. Già, perché circa 20 milioni sono gli utenti che, si stima, si colleghino a Internet, in Italia, almeno una volta in un mese. E circa due milioni – dato ormai confermato da più fonti, sono il numero di blog italiani. Mi sembra un bel risultato, come ho avuto modo di dire altrove.

To the guys of iA: Thank you for the brilliant idea. As you see, the basic trend seems to be the same here in Italy. We do not have big blog-zines like Engadged etc, so I had to exit a little bit the domain of "news consumption" and aggregate the top italian blog networks (first chart). In the middle you can see that the web sites of the main italian publishers show the same downward dynamics that you pointed out in the international scenario. The last chart is a comparison of the biggest italian traditional "portals": they still have most of the traffic, and have a different trend, but the conclusions we can get don’t seem to be very different :)

Del prossimo giornalismo

dottavi —  14 May 2007 — 4 Comments

Trovo la segnalazione da Mario Tedeschini Lalli di un post di Vittorio Zambardino, che a sua volta riprende Stefano Quintarelli, sul futuro dei media. In sintesi Quintarelli parla di come le “filiere” (credo intenda produzione – distribuzione – fruizione ma relativo all’informazione) vengano ridefinite dall’innovazione digitale. Un tema classico della convergenza. Zambardino riprende il tema derivandone possibili scenari sul futuro dei media, tra cui cinque punti molto centrati.

Sui quali, però, mi permetto di dissentire. In particolare sul primo, riguardo al quale ho lasciato un lungo commento che vi invito a leggere da lui e di cui estraggo solo uno spunto. Zambardino dice: “Tra 5-8 anni i giornali saranno una fabbrica del contenuto che distribuisce e cerca/trova i propri lettori/clienti su tutti i dispositivi della comunicazione, fabbrica i cui prodotti sono indifferenti al supporto “materiale” su cui sono fruiti”.

Nel commento dico tra l’altro che secondo me “contenuto, media di trasporto / fruizione e comportamenti sono sempre e comunque indissolubilmente legati”. Quindi l’idea di un contenuto “indifferente”, IMHO, non sta in piedi. Lì argomento per esteso, qui vorrei solo aggiungere che non mi piace neanche la visione di un giornale come “luogo chiuso” (fabbrica o simili) contrapposto a uno spazio esterno, per due motivi.

Il primo è che, come dico lì, penso che i media dovrebbero “aprire la piattaforma (per dirla in gergo 2.0)”, o più semplicemente abilitare la conversazione. Il secondo, che aggiungo qua, è che non mi convince l’idea di un giornalista che in qualche modo “esce” dal giornale, “va” in Rete, e poi “torna” al giornale. Cioè l’ennesimo tentativo di riportare le regole di un certo fenomeno a quelle di un altro.

Credo il problema stia nel fatto che siamo ancora in un momento di transizione. Siamo, la maggior parte di noi, “digital immigrants”, e quindi cerchiamo ancora gli schemi di interpretazione, e spesso non riusciamo a liberarci da quelli vecchi. Ma per il giornalismo, i giornalisti, ritengo si tratti di una priorità, di un’urgenza. Bisogna viverci, in Rete. Intendo in senso metaforico, ovviamente: è necessario comprenderne e accettarne le regole profonde, tecnologiche e sociali.

E’ su questa base che credo si possa fare “più giornalismo, non meno giornalismo”. Però diverso.

Oggi è la giornata che la World Association of Newspaper dedica alla libertà di stampa: il World Freedom Day. E, come ci ricorda il gruppo Libertà di Stampa – Diritto all’Informazione, il premio Unesco è stato assegnato ad Anna Politkovskaya (qui Osservatorio Balcani, Wikipedia, Internazionale e Beppe Grillo). Nel 2006 si contano 110 giornalisti uccisi, e 134 ancora in prigione. “The number of journalists jailed worldwide for their work increased for the second consecutive year” afferma l’inchiesta del Committee to Protect Journalists. E, evidente segno dei tempi, “one in three is now an Internet blogger, online editor, or Web-based reporter”.

Ora, sembrerà fuori luogo, ma io non riesco a trattenermi da un’associazione di idee. Non ho avuto occasione di seguire il concerto del Primo Maggio, così non so esattamente quali siano le frasi “incriminate” pronunciate dal comico-conduttore dell’evento. Ho però sentito alla radio, durante la rassegna stampa quotidiani, che il Vaticano le ha definite atto di “terrorismo”.

Voi cosa ne pensate? E’ un uso appropriato del termine?

Bentornato Enzo Biagi

dottavi —  23 April 2007 — 1 Comment

Ieri sera su Rai Tre anteprima di RT – Rotocalco Televisivo: “Buonasera”, attacca Biagi un po’ emozionato, “Scusate per l’interruzione. E’ durata cinque anni, ma abbiamo avuto problemi tecnici insormontabili”. Eh già.

Nella presentazione da Fabio Fazio, poco prima, dice tenero che due sono i principi che lo ispirano: “non dire mai bugie” e “dare voce a chi non ne ha” (forse un po’ busker anche lui?). E infatti parte duro con un’intervista a Roberto Saviano, autore di Gomorra, storia di cui si è parlato davvero troppo poco. E continua per niente morbido con una carrellata inquietante sui caduti italiani sul campo del giornalismo – sono 2.000 nel mondo dal 1944 – per poi passare a varie testimonianze sulla Resistenza e le resistenze.

Delicato, nei modi, Enzo Biagi. Un po’ lento nel format. Ma duro e lucido nei contenuti, come da tempo non capitava di vedere. E di cui si sentiva il bisogno. Auguri, nonno Biagi, raccontaci ancora queste storie.

Ieri sera a Casalecchio, durante questo evento a cui ho avuto il piacere di partecipare, ho fatto scoperte interessanti. Si è parlato di giornalismo civico e citizen journalism, di blog, con una nota critica su cui riflettere, di cittadinanza attiva e di democrazia nell’età dell’informazione. Di democrazia, insomma.

L’incontro, moderato dal professor Roberto Grandi, pro-rettore dell’Università di Bologna, è stato aperto da Raymond Dessi, che ha raccontato la sua esperienza con Asterisco Radio. Il nome la dice lunga: lui e un suo amico, entrambi camerunensi, erano “infastiditi” da come i media tradizionali trattavano le notizie dal suo Paese, e in generale i temi dell’immigrazione. Così gli è venuta voglia di mettere “un asterisco” a queste news e scrivere in calce le “correzioni”. Prima comparsa del tema del “watchdog” che tornerà ricorrente durante la serata.[//]

Ha continuato Cristiano Lucchi di Altracittà, “giornale della periferia” per scelta e vocazione. Nasce anche come reazione all’indifferenza dei media e alle scorrette rappresentazioni che i media davano del quartiere. Durante la serata si è detto “è difficile leggere notizie che non siano connotate in un modo piuttosto che in un altro”. Eh, chiaro. Fa parte della definizione di notizia. Il problema non sta qua, però, ma nel sistema, piuttosto. Andiamo avanti.

Lucchi ha anche liquidato il fenomeno blog con una nota molto critica, come “ego-centrati” e, soprattutto ha detto che non fanno giornalismo. Risponde critico il blogger misterioso, o meglio Senza Identità. Anche qui, ho sempre evitato questa polemica, ma tocca metter due punti:

  • Una cosa è “il fenomeno blog”, una cosa sono i blogger presi singolarmente. Il fenomeno in quanto tale è indiscutibile strumento di democrazia , ha creato uno scenario di conversazione che prima non esisteva, nuove forme di selezione e insorgenza delle notizie… eccetera
  • Nello stesso tempo, l’equazione blog = giornalismo per me non è dimostrata. Così come è tutta da dimostrare l’equazione giornali = giornalismo, sia ben chiaro. Alcuni blogger / blog, e alcuni giornalisti / giornali, fanno giornalismo. Altri, no. Diversamente detto, non basta un blog per fare giornalismo, in questo concordo con Lucchi, così come purtroppo spesso anche certi giornali mancano alla loro “missione”. E qui ci starebbe bene una definizione di giornalismo, però non ce la posso fare ora

Quel che è certo, ho poi aggiunto, è che i blog hanno creato un nuovo “terreno”, un nuovo scenario: si sono messi a fare i “watchdog”, i cani da guardia, proprio del mondo dell’informazione. E a questo i media non erano abituati. Era il loro ruolo storico, quello del cane da guardia. Un ruolo dal quale, diciamocelo, hanno abdicato.

Ecco quindi che i giornali di oggi guardano i blog come la borghesia di un tempo guardava gli operai leggere la prima penny press: con aria di sufficienza. Ma ci ricordiamo com’è andata?

(Purtroppo ora non ho più tempo, a presto per una seconda puntata, che mancano giusto metà serata e argomenti :)

Appunto qui qualche risultato delle ricerche fatte per l’incontro Cittadini e Media, ho trovato cose interessanti. Ma prima, perché credo Enzo Baldoni tutto sommato un notevole citizen journalist, segnalo che l’Accademia di Comunicazione sabato 12 maggio presenterà una borsa di studio a lui intestata. E segnalo anche che il 3 maggio sarà il World Press Freedom Day.Un argomento su cui credo sarà doveroso ritornare. Il resto a seguire.[//]

Intanto trovo sempre valido questo pezzo di Richard Sambrook, giusto di un annetto fa ma sempre fresco.

Questi bravissimi di Information Architects Japan, che ho scoperto grazie a Web *.0. Interessanti molte cose, segnalo in particolare The Future Of News.

Poi tre interessantissime presentazioni, a parte quella di OhMyNews che avevo già messo qua.

Janet Robinson, President & CEO, The New York Times Company

"Transforming the journalism curriculum", by Mindy McAdam, University of Florida

Last but not least, da non sottovalutare quella del mitico Robin Good…

A Casalecchio di Reno, per la precisione, nella bella Casa della Conoscenza (foto) che abbiamo già avuto modo di conoscere per il CitizenCamp.

Le attivissime dell’associazione La Città dei Cittadini pongono la non secondaria domanda “Cittadini e Media: Quale dialogo?“. Sono presenti diverse risposte, e sarà interessante approfondire. Anche se già porsi la domanda non mi sembra poco.

Si comincia oggi pomeriggio con il workshop su “Know how della cittadinanza”. Si prosegue stasera, dalle 20:30, con l’incontro su Cittadini e Media. Entrambi saranno trasmessi in streaming da La Città dei Cittadini. Qua il comunicato:
stampa.

Proprio ieri sera commentavo da Mario Tedeschini Lalli la nuova home page di El Comercio, quotidiano peruviano. Al primo posto tra le novità importanti citavo il tempo di permanenza sulla pagina, una delle tante piccole “rivoluzioni” del 2.0. E oggi, sempre da Poynter, una più approfondita riflessione sul tema. In sintesi: i modelli di revenue pubblicitari dei quotidiani on-line oggi sono sostanzialmente basati sul numero di pagine viste. E i siti (es. Corriere, Repubblica) sono “ottimizzati” di conseguenza. Cioè sono pensati “per far fare molti click”.

Io, che sono istintivamente polemico, preferirei quindi dire “pessimizzati”. Invece Jakob Nielsen, che è il primo tra i teorici dell’usabilità dei siti Internet, acutamente commenta: “Because you are measuring the wrong things, you are driving your project in the wrong direction. You are not maximizing what causes value. You are maximizing the things a computer can count easily“.

Che, nella mia modesta opininone, è la versione digitale di quando si diceva alla stampa tradizionale “voi vendete news, non carta“. Un cultural divide, digital or not, non da poco.

L’intervento che pensavo di proporre al Citizencamp (report), e che allego qua, non è propriamente sulla "cittadinanza digitale", ma fa parte di un’analisi che ho fatto un po’ di tempo fa sul tema Citizen Journalism, che del primo è comunque un tassello importante. Sono andato a confrontare quello che ritengo un punto di contatto cruciale tra un sito e i suoi lettori: le procedure di login. Purtroppo non ho avuto tempo di "campionare" i siti in maniera scientifica, ma anche da questa rapida carrellata salta subito agli occhi che, in media, agli editori italiani i lettori sembrano dare "fastidio"…

In realtà è più complicato di così. Da questa analisi, secondo me, vengono infatti anche fuori spunti su problemi di marketing e relativi ai modelli pubblicitari. Un ragionamento di cui vedo assonanza in questo post di Luca Conti (quando dice "possibile che per registrarsi sia obbligatorio fornire il consenso all’uso dei dati per scopi promozionali"), di cui mi piacerebbe sapere quindi l’opinione sul tema.

Colgo anche l’occasione di perfezionare la risposta alla domanda che mi ha posto Nicola Mattina sul giornalismo partecipativo (verso la metà del video). Ho infatti dimenticato di citare che OhMyNews ha da poco compiuto sette anni (avete letto bene, sette), continua ad estendere le sue iniziative internazionali (parlato qua), e che deve il suo successo proprio a un’iniziativa politica. Ma questa storia, con una illuminante presentazione della stessa OhMyNews, la metto dopo il salto.[//]

Per capire OhMyNews bisogna sapere due cose. La prima è che è nato in uno scenario politico molto diverso dall’attuale, con dei mezzi di informazione molto controllati dal potere. La seconda è che si tratta della nazione più avanzata al mondo (già, più degli USA) per diffusione della banda larga e delle tecnologie in generale.

Più chiare quindi le potenzialità di un’iniziativa che si proponeva di dare voce a chi voce non aveva. Nella presentazione poi c’è traccia della manifestazione (nel 2002, se non sbaglio) che ha portato in piazza oltre un milione di persone, e che voleva essere "oscurata" dai mezzi di informazione "istituzionali". OhMyNews ne ha fatto un coverage estensivo, sollevando a tal modo l’opinione pubblica da cambiare le intenzioni di voto. A prendere il potere nelle elezioni successive, infatti, il leader dell’allora opposizione.

Purtroppo casi simili (di media nazionali che non seguono manifestazioni con milioni di partecipanti) sono capitati anche da noi, anche se per fortuna possiamo ancora dire di non vivere in un "regime" stretto. Il tema peraltro meriterebbe un dibattito esteso, per ora voglio solo riferirmi agli oscuramenti di cui si è avuta notizia di blogger cinesi, tibetani e iracheni. Sarà necessario un altro studio, intanto un’analisi illuminante di quanto accaduto in passato è l’Handbook for bloggers and cyber-dissidents di Reporters sans frontiers. L’ho letto l’anno scorso, sorry se mai trovata occasione di parlarne prima, ora è un po’ datato ma credo dovrebbe far parte del bagaglio culturale di chiunque si occupi di questi argomenti. Qui sotto le slide di OhMyNews. Io invece ora per un po’ spengo che sono in ritardo su altro :)

Lo trovo su Giornalismo d’Altri di Mario Tedeschini Lalli con grave ritardo, ma non posso non rilanciare: "Se diminuisci la quantità di soldi spesa per le attività di redazione, molto presto il prodotto informativo diventerà tanto scadente che comincerai a perdere soldi". Lo dice Esther Thorson, professore di Tecnica pubblicitaria alla Scuola di Giornalismo dell’Università del Missouri.

E’ uno studio che sarà pubblicato ad aprile nel prossimo numero del Journal of Marketing. Tedeschini Lalli ne parla qua.