Archives For Citizen (and) Journalism

World Press Freedom Day 2009“Freedom of Expression is a fundamental human right, as stated in Article 19 of the United Nations Declaration of Human Rights”. Mi chiedo perché si debba discutere di affermazioni come questa, invece di considerarle punti fermi nell’universo. Eppure. In Doha, Qatar, lo scorso 3 maggio si sono tenute le celebrazioni del sedicesimo World Press Freedom Day, iniziativa che ci ricorda cosa sia e a cosa serva il giornalismo. Ne è risultata una “Declaration on the Potential of Media: Dialogue, Mutual Understanding and Reconciliation“, che afferma:

“Independent and pluralistic media are essential for ensuring transparency, accountability and participation as fundamental elements of good governance and human rights-based development. It furthermore notes that freedom of opinion and expression are essential for free and democratic societies and contribute to a better understanding of and a dialogue among cultures”.

E, inoltre, “The Doha Declaration urges media and professional associations to commit themselves to improving the professional qualifications of journalists, and to exercise the highest ethical and professional standards in their work”.

Eppure. Freedom House pubblica uno studio secondo il quale “Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status“. Niente male. C’è chi dice che è colpa di Internet, chi, invece, che Internet è la sola speranza. E, su questo doppio fronte, da non perdere la riflessione di Luca De Biase.

Tra mestiere, mercato e politica non si sa quasi più dove girarsi. Eppure. Eppure il Center for the Digital Future della USC Annenberg School, uno dei massimi centri internazionali di studio e analisi dell’eveoluzione di Media e Internet, nel suo recente Digital Future Report 2009, progetto che dura da otto anni, dice che

“In a year when the woes of newspapers — layoffs, consolidations, and outright closings — are more extensive than in any period in memory, strong evidence of the changing nature of media use in America may be found in a single statistic: Internet users report a large increase in time reading online newspapers”.

Jeffrey I. Cole, Center director, afferma: “We’re clearly now seeing a path to the end of the printed daily newspapers — a trend that is escalating much faster than we had anticipated”, e continua precisando che “The decline of newspapers is happening at a pace they never could have anticipated. Their cushion is gone, and only those papers that can move decisively to the Web will survive”.

Cole conclude dicendo che i giornali hanno di fronte “The greatest opportunities in their existence”, perché “For the first time in 60 years, newspapers are back in the breaking news business”. La mia malsana passione per giornali e giornalismi non passerà mai, penso io. Eppure continuo a vedere il bicchiere mezzo pieno. E mi fa piacere non essere il solo. Barra al centro e dritti verso il futuro. Digitale.

Qui sotto gli highlights del Digital Future Report:

USC Annenberg School – Digital Future 2009 – Highlights USC Annenberg School – Digital Future 2009 – Highlights Alberto D’Ottavi Highlights of the eight edition of the USC Annenberg School survey about Digital Future, focused on on-line newspapers and news consumption

Colpisce, il discorso di De Bortoli al Corriere [vedi oltre], soprattutto per l’assenza di qualsiasi riferimento politico. A parte uno, “L’indipendenza [del Corriere] è un bene assoluto”, oltre a un generico invito a moderazione e dialogo. Se quest’ultimo non stupisce, il primo suona come un’affermazione doverosa, certo, ma più forte in questi giorni che seguono il suo rifiuto della presidenza della RAI.

Parla del mestiere ai tempi di Internet, De Bortoli, anche se non sembra scontato il passaggio sulla rappresentatività (“L’Italia che ce la fa”), almeno se lo interpretiamo come espressione volontaristica che coinvolge tutti senza dimenticare, invece, chi non ce la sta facendo. E ripetute sono le sollecitazioni per una maggiore presenza, da parte dei giornalisti, su tutti i fronti: “Bisogna aprirsi di più al mondo. Non solo nella ricerca dell’originale e dell’eccentrico”; “Scriviamo troppo per le nostre fonti e troppo poco per i nostri lettori”; “Se noi rendiamo [la qualità della scrittura] più difficile e oscura, perché [il lettore] dovrebbe continuare ad acquistarci? Perché dovrebbe farlo se il nostro menabò è prevedibile…? Perché?”

Già, perché? Domanda che trova le sue radici, ovviamente, nel calo costante delle vendite (vedi per esempio) e la sua risposta, forse, in quelle affermazioni programmatiche (speriamo) con cui De Bortoli incita i colleghi a una maggior cultura della Rete: i pochi redattori web con contratto, il citizen journalism che si manifesta con un uso da cronista di Twitter (era già successo l’anno scorso: vedi qui e qui, mentre per quanto accaduto ieri qui), la risposta alle mail, le potenzialità del telefonini etc etc.

Discorso aggressivo, che rilancia la sfida su tutti i fronti, e lo fa con in mano non le armi, ma i tool della contemporaneità. E apre spazi interessanti, perchè mai prima d’ora s’era visto un endorsement, come si dice, una spinta così forte verso i media digitali da parte dei piani più alti. Ed era quello che mancava.

Quando De Bortoli dice che la prospettiva è “Informazione di qualità” spero voglia anche dire che intende portare il primo giornale italiano a diventare un leader dell’innovazione del giornalismo anche nei suoi strumenti, e quindi del suo linguaggio. Perché è anche questo che rende la stampa rappresentante delle ragioni di una cittadinanza: stare là dove succedono le cose, dove sono le persone. Si tratta solo di star sulla notizia.

PS Allego qua sotto la versione integrale del discorso del direttore, come pubblicato da Prima Comunicazione che ne consente il download senza restrizioni, per cui immagino – spero – farà piacere se lo ripubblico anch’io.

De Bortoli al Corriere De Bortoli al Corriere Alberto D’Ottavi

PPS Il titolo di questo post cita il famoso titolo di Piero Ottone, storico direttore del Corriere. Longanesi purtroppo ne offre una scheda molto laconica.

La storia di Alfred Sirleaf, come raccontata da Lorenzo Cairoli qui, è davvero tutta da leggere. Mr. Sirleaf, nel bel mezzo di Tubman Boulevard, "una delle strade più trafficate di Monrovia, capitale della Liberia", ha creato Daily Talk, "vero e proprio quotidiano che assembla ogni giorno dopo aver letto una mezza dozzina di giornali e aver ricevuto notizie dalla sua rete di corrispondenti che lo tengono informato via cellulare". E’ un giornale? Un blog? E’ una lavagna.

Nel breve video qui sotto Sirleaf racconta il valore che ha per la comunità, e la partecipazione che ottiene.

Eudebate2009.euTrovo EuDebate2009.eu grazie a una pubblicità su Facebook. E’ un’iniziativa sponsorizzata, tra l’altro, dal Parlamento Europeo. Si dichiara "Sito che segue la campagna elettorale europea senza alcuna militanza [e] si occupa di informare e offrire una piattaforma di discussione e di espressione alla società civile europea in vista delle elezioni europeee del giugno 2009". L’ispirazione alle esperienze americane è ovvia ma sembra esperimento intrigante lo stesso.

Cafebabel.com

Tra l’altro mi dà occasione di scoprire Cafebabel.com che, colpevolmente, non conoscevo: è un’iniziativa di giornalismo partecipativo europeo di Nicola Dell’Arciprete e Adriano Farano, nata intorno al 2001da un progetto Erasmus. Questo vecchio articolo di Repubblica ne racconta la bella storia.

Nel frattempo l’italiana Blogolandia, di cui avevo raccontato qui, dice di aver raggiunto i 500 "editor". Be’, complimenti.

Niente più giornalisti – più o meno – secondo Gaspar Torriero. Luca De Biase estende e tratteggia delle alternative. Nel frattempo Beppe Grillo fa una sparata delle sue, ma dà anche un’inquietante serie di cifre sulle prospettive decisamente preoccupanti dell’editoria italiana. Io provo sentimenti contrastanti e non posso trattenermi dal proporre un altro paio di piccoli spunti.

  • Su Torriero e i “giornalisti”. Sarò astratto, ma resto alla definizione corrente: colui che fa questo mestiere in modo esclusivo e continuativo. Certo, la realtà dei fatti può essere diversa, però io non credo che possa mai sparire l’esigenza di una specializzazione. E’ vero che l’informazione diretta, come disegnata da Gaspar, è importantissima e il suo ruolo è destinato solo a crescere. Ma credo altrettanto vero che non si possa seguire una molteplicità di fonti; che la capacità di selezione e discernimento non è uguale per tutti; che le stesse esigenze non sono uguali per tutti. Non vedo perché le due cose non possano coesistere. E forse anche per questo sottoscrivo in pieno le sue conclusioni sulla Rete, ma non sul futuro del giornalismo.
  • Su De Biase e i “giornali”. Aggiungerei un punto alla lista delle opzioni: aggregare in modo nuovo. E’ ovvio che un giornale è un concentratore di audience. E allora è forse necessario pensare come reinventarsi. Nonostante le difficoltà, che non si possono sottovalutare, nuovi modelli sono emersi – i super-blog tipo boingBoing, Huffington Post etc e appunto nuovi concentratori tipo Google News o Alltop.
  • Sugli “editori”. Mi viene da citare una frase dall’introduzione allo State of the News Media del Pew Project: “The problem facing American journalism is not fundamentally an audience problem or a credibility problem. It is a revenue problem – the decoupling, as we have described it before, of advertising from news”. Certo, non un problema da poco. E ancora più complesso in Italia. Però forse aiuta a focalizzare meglio almeno un aspetto tra le molte criticità da affrontare.

Siamo nel guado, e ho paura toccherà ancora farsi del male. Ma come dice Dave Winer in conclusione a questo suo pezzo di ieri, The reboot of journalism: “As with everything new, to see it you have to jump out of your skin and look at the situation from the new body, not the old one”. E allora cosa succede saltando fuori e guardando Internet da lontano?

Io, sperando di non essere del tutto impazzito, vedo una palla grande come un pianeta, fatta di puntini più o meno grossi, più o meno colorati, collegati da tante linee. Lì dentro ogni secondo un’azienda apre il suo sito; una persona cerca compagnia o scambio di idee; un gruppo si organizza per compiere un’azione; qualcuno costruisce e qualcuno smonta. Molti sono in cerca di visibilità; altri di strumenti; altri di partnership. Whatever. In ogni caso continuo a pensare che ci sono molte opportunità per creare valore mettendo insieme persone e informazioni – il che, my two little cents, mi sembra molto vicino al cuore dell’azione giornalistica.

Tu che cosa vedi?

Dice il New York Times che anche il Seattle Post-Intellingencer passa definitivamente al web. Quella di ieri è stata l’ultima copia cartacea.

Il NYT racconta anche che il nuovo P-I avrà "A news staff of about 20 people rather than the 165 it has had". Una botta mica da ridere. Però non posso fare a meno di pensare che nel giro di un anno o due la redazione sarà di nuovo in forze – magari non in 165, ma senz’altro molti più di 20.

E forse è semplicemente questo il futuro dei giornali.

PS Una riflessione molto più seria sul futuro di questo settore, e citata da molti in questi giorni, è quella di Clay Shirky: Newspapers and Thinking the Unthinkable. Davvero da scolpire nella pietra.

E incidentalmente mi dà una fonte (anzi due: lui e la Elizabeth Eisenstein) preziosissima per lo stesso identico ragionamento che ho sviluppato in occasione di Brand 2.0: la fase che stiamo attraversando è epocale tanto quanto lo è stata quella della diffusione del libro. E, in entrambi i casi, il cambiamento viene da un’innovazione tecnologica disruptive: oggi Internet, ieri la stampa a caratteri mobili.

Qui un abstract del lavoro della Eisenstein (se funziona il link)

NYT: A leapfrog jump

dottavi —  11 February 2009 — 1 Comment

Las Vegas, novembre del 2000, primo incontro internazionale di ZDNet.com, noi in Italia eravamo appena nati. Sale sul palco il Director of Content - giornalista fino all’osso. All’epoca ZDNet aveva una cultura e un’etica incentrata su un giornalismo “classico”, non era ancora stata acquisita da CNet.com che aveva un approccio più da industria televisiva. Passano le prime slide e poi:

“Dont’ forget that we are software developers”

Eh. Appunto.

Trovo da Gianluca e non posso non ripubblicare:

PS Mi fa morire quando a 1:34 raccolgono la testimonianza di un “home computer owner” :)

Interessante The Bivings Report: A Look At Failed Social Networks. Oltre a raccogliere esperienze utili, ricostruisce la timeline di un gran numero di social networks, aiutando così a metterli in prospettiva storica:

E in qualche modo mi si collega al percorso sull’evoluzione attuale dei giornali (due post qui: The Present Future Of News e Next Question). E’ di questi giorni la notizia che Tribune Co. (Chicago Tribune, Los Angeles Times e altri) va in bancarotta: comunicato, NYT, CNN.

Con questo non voglio dire che le SN stiano sostituendo i giornali, ma non posso non pensare che una correlazione ci sia. E comunque è il caso di fare riflessioni più approfondite, come quelle del Times.

Quasi mi scappava: PaidContent.org racconta la storia della chiusura di PC Magazine. Eh be’: segna un momento storico – almeno per qualcuno.

Era una vera corazzata. Nel ’92 Mondadori ne ha preso la licenza e ha fatto PC Professionale. Ma in Italia "noi" di PC Magazine ;) si pubblicava già da tempo, mentre iniziava a impallidire la mitica MC Microcomputer. PC World era ancora giovane, Il Mio Computer sarebbe arrivato solo più tardi, e anche Chip era un po’ fuori orizzonte.

Ci siamo dati un sacco di mazzate, pur sempre con amicizia e stima. Si giocava a chi la sapeva di più e meglio: un elemento competitivo forte era la qualità del laboratorio, per esempio. O la quantità dei software recensiti. Essere in corsa ci spingeva a migliorare costantemente.

Ma vabe’, tralasciamo la nostalgia. Nell’articolo di PaidContent citato sopra mi sembra comunque significativo che Jason Young, CEO di Ziff Davis dica che "The revenues on the online side have grown an average of 42 percent yearly since 2001; digital is about 70 percent of the revenues for the PCMag brand, and overall is profitable".

Ottimo. Forse abbandonare definitivamente la carta e abbracciare del tutto il digitale come core business può aiutare a focalizzarsi e trovare nuove strade. Che non mancheranno di apparire.

The Present Future Of News

dottavi —  24 November 2008 — Leave a comment

Trovo da Marco Formento notizia del convegno Beyond The Printed Word dell’IFRA (che si dichiara "a platform for forging diverse contacts between publishing houses and supplier companies to the media industry"), di cui ripubblico il video sotto. Citazione già al ventesimo secondo: "the focus of the editorial departments moves away from the printed products, back to its basics: telling a story".

Lo diciamo da un po’ :) e fa molto piacere leggerlo anche con la firma di Smile sulle pagine di Prima Comunicazione. Eh: era da tempo che non trovavo parole così puntuali, appropriate e semplici, nella loro importanza. Se così parla la corazzata possiamo star sicuri che qualcosa si muoverà.

Molto meno tranquillizzante il richiamo di Steve Outing (che trovo in un bellissimo post di Marco Palombi) che si chiede se i giornali abbiano davvero sei mesi di tempo…

Esperimenti quotidiani

dottavi —  18 November 2008 — 1 Comment

Qualche tempo fa scherzavo con Napolux dicendo che la nuova home page del Wall Street Journal sembra ispirata a Revolution, uno dei più famosi temi Premium per WordPress. Oggi vedo che il nuovo Financial Times sembra, er, proprio un blog.

Nel frattempo anche intorno al New York Times si fanno esperimenti. Leggo da Mezzomondo che un gruppo non meglio identificato ha fatto uno spoof del mitico quotidiano, distribuendolo anche in copie stampate. Al NYT l’hanno presa con flemma british, ricostruendo la storia di casi simili.

Non male. Forse dovremmo fare anche noi Ri-Repu, Ri-Corriere, etc. Nel frattempo qualcuno ha fatto invece PazzoPerRepubblica.