Articles in the Citizen (and) Journalism Category
Citizen (and) Journalism »
Non c’è notizia, perché molte ce ne sono state durante l’estate, ma l’intervista del Guardian a Julian Assange, fondatore di Wikileaks, secondo me è da segnare. E’ stata portata in Italia in un numero scorso da Internazionale, che in questa pagina raccoglie altri contributi.

- Photo by biatch0r
La frase che a me ha colpito di più è “Journalism should be more like science”. Che mi ha ricordato un po’ il passaggio logico fatto da De Biase nel suo Keynote Speech al Festival del Giornalismo – purtroppo non trovo più il video, solo un comunicato - da Mestiere a Metodo. In Italia è classico dire che “Il giornalismo è un mestiere”. Eco di quando si imparava “sul campo”. Forse è tempo di crescere.
Il tema principale è quello della trasparenza. Di come Wikileaks verifichi le sue fonti, di come è finanziato, etc. E anche quello del disclosure, cioè se sia corretto diffondere notizie riservate. Di nuovo Luca De Biase ha scritto sul tema, raccogliendo anche altri pensieri importanti. Io penso solo che sia troppo dura fare ragionamenti in assoluto. E che dipende dai tempi. Quelli in cui viviamo, per esempio, mi sembrano pieni di notizie ma molto poveri di significato. Mi sembra anche che le notizie siano a volte usate più per distrarre che per informare, e che ciò che è importante sapere per aver coscienza della Cosa Pubblica resti invece oscuro.
E allora forse una finestra su certe stanze buie può solo aiutare. Giornalismo compreso.
Books and History, Citizen (and) Journalism »
Stagione importante, la prossima, per il Publishing. C’è la solita convergenza di forze – economica, tecnologica, sociale – che preannuncia l’arrivo dell’onda. Anche da noi.
Recente il lancio di BookRepublic, “Servizio di distribuzione online per i libri digitali rivolto principalmente agli editori indipendenti e libreria online”, iniziativa di Marco Ferrario (intervista) e Marco Ghezzi, con Giuseppe Granieri quale direttore editoriale e Matteo Brambilla chief editor. E’ un online store che aggrega un gran numero di editori italiani (vedi), quindi in chiara alternativa a Apple iTunes – iBooks. Non altrettanto lucida, ma pur sempre positiva, sembra la proposta di Ebook.it, di ambito romano, che ha recentemente organizzato un incontro sul tema dell’IVA che per i libri cartacei è al 4% mentre per gli ebook, parificati al software, al 20.
Gli stessi fondatori di BookRepublic hanno poi creato anche una piccola casa editrice, 40k, che si aggiunge alla pioneristica Simplicissimus e alle collane di Apogeo. E molte altre. Per esempio, Noa Carpignano mi contatta via blog per segnalare la sua BBN, “Prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali”, e la tre giorni che sta organizzando per il prossimo settembre: Ebook.Fest. Be’, complimenti.
Insomma il primo passo è stato interpretare i nuovi sistemi di pagamento, senza i quali non si muove foglia. Dichiarazione netta del director of operations di una importante casa editrice italiana, che ho incontrato proprio al lancio di BookRepublic: “Il giro del web gratuito l’abbiamo fatto. Il prossimo giro sarà a pagamento. Deve essere redditizio”. Sacrosanto.
Nel frattempo si reinventa la tecnologia. Riflessione appuntita di De Biase in questo post, che termina affermando “I libri resteranno prodotti. I giornali tenderanno a diventare servizi”. E’ proprio così: vedi per esempio gli aggregatori di blog come Liquida, giusto per citare un italiano (a proposito: che fine ha fatto BlogNation?). I blog negli anni scorsi si sono affermati come nuove fonti ma puntuali, atomiche. Il giornale generalista è diventato un aggregatore. E sempre De Biase segnala il passo avanti fatto dal New York Times che, dice, “Proporrà in licenza le sue applicazioni ad altri editori su un vero negozio online”. Per ora il NYT ha aperto la sua Developer Network, offrendo accesso ai suoi dati tramite interfacce di programmazione – le API. Qui il blog, che non a caso si chiama Open. Interessantissimo. Per chi ama le letture tecniche, questo post dà un’idea di alcune possibilità, recuperando i dati di geo-localizzazione associati agli articoli.
Quindi non è solo il giornale che va ripensato, ma anche i suoi contenuti. Questo stesso articolo è un oggetto stupido, fatto di tante parole buttate in un campo testo, senza differenziazione. Wordpress, la piattaforma che uso, si dichiara “semantica” solo perché usa le tag. Ridicolo. De Biase un po’ di tempo fa affermava che i giornali siano applicazioni. Esatto. Anzi, prima di tutto i giornali sono database, o dovrebbero esserlo, e in formati ben definiti – vedi per esempio.
Se riusciamo a strutturare informazione e conoscenza, riusciremo poi a estrarla creando nuovo significato. Da lì in poi sì che svilupperemo applicazioni. Dove il differenziale diventerà però l’esperienza. I nuovi device come l’iPad ci hanno fatto finalmente… toccare con mano, scusate la battuta, le potenzialità. D’ora in poi è tutto da costruire. Di nuovo.
Vedi anche: visual Data.
Citizen (and) Journalism, Fashion and Creative Industries, Startup Italy »
E’ genovese, Giulio Ardoino, oltre che ingegnere, e dichiara la sua passione per il mare nel suo Tumblr-blog. Dopo aver fatto consulenza per grandi aziende decide di investire sul web e sviluppa, con un socio, ZicZac, aggregatore di segnalazioni stile Digg. Nato nel 2007, oggi macina 500.000 utenti unici al mese e “200.000 articoli segnalati da quasi 10.000 utenti iscritti”, dicono sul blog. I risultati lo convincono a continuare, così un mese fa ha lanciato BestCreativity. E sta già arrivando ai primi 1.000 iscritti.
Ispirato a servizi come Logotournament e oDesk, di cui ho parlato qua, è un marketplace per la creatività. Le aziende (o chiunque, in realtà) mettono un brief, per esempio per un logo, si crea un contest, i creativi partecipano e chi vince viene pagato. Un po’ come quel che fa Zooppa per la pubblicità, ne avevo parlato nel 2007. Questi modelli funzionano bene nell’internazionale. Il nostro mercato del lavoro, specie quello creativo, ha una presenza forte dei freelance. BestCreativity sembra davvero un “Bingo!”.
PS Dimenticavo: si son beccati un’ANSA. Arriva la Wikipedia della creatività.
Citizen (and) Journalism, Experience and Interface »
Design dalla Florida, di un’agenzia specializzata in web per l’editoria e selezionata in una gara internazionale tra una rosa di 12 nomi, anche italiani. Impatto forte, e prima impressione molto positiva. Un salto qualitativo si nota subito in quella che è la parte più importante e sottovalutata di un sito, cioè la pagina “foglia” – nel nostro caso, l’articolo. Nel video sotto, come al solito quick and dirt, a un certo punto si riesce a vedere. Poco, perché purtroppo la risoluzione dello schermo dei demo point era 1024 x 768, e il nuovo sito de IlSole24Ore.com, che esce lunedì, è altrettanto o quasi (certamente più del 950 standard usato oggi), il che rende rende difficile farsi un’idea complessiva della pagina.
La pagina dell’articolo, incastonata sotto un header imponente che uniforma tutto il giornale, a prima vista offre un impatto da web magazine internazionale – ed era ora, accidenti. Sarà forse la nuova palette nero – rossa, o una griglia che, per quel poco che è stato mostrato, sembra pulita ed efficace. Uniformità: forse questo il primo miglioramento sensibile, visto che il Sole.com di oggi è un’accozzaglia di sezioni diverse per esperienza di navigazione, in cui regolarmente ti perdi, fatichi a trovare quel che cerchi e alla fine ti stufi e te ne vai. Vedremo quando sarà online la nuova edizione se questa promessa è stata mantenuta, cioè se il design non è solo grafico ma anche di ottimizzazione, appunto, dell’uso – cioè il design come ripensamento strategico e non solo questione estetica, ricordate Jacek Utko?
Il nuovo Sole sembra andare comunque in questa direzione, stando alle affermazioni di Paola Bonomo, vice president della business unit online. Diverso e più esteso uso di immagini e video, oltre a contenuti giornalistici basati su infografiche e “nuove logiche”. Integrazione verso i Social Network e un più facile accesso per i lettori grazie a procedure di login veloci. Ipotesi future di API di programmazione per fornire accesso alle banche dati – che sarebbe una mossa certamente avanzata ma interessantissima. Apertura possibilista, ahimé, ai format pubblicitari invasivi. E una condivisa dichiarazione d’impegno di qualità giornalistica sull’online sia da Gianni Riotta, direttore del giornale, sia da Daniele Bellasio, responsabile de IlSole24Ore.com – che collabora anche con Il Foglio, stando al suo profilo Twitter e Linkedin. Luca De Biase – qui il suo blog – sottolinea la radicalità del cambiamento e il fatto che i vertical oggi arrivano ad avere una dignità forte, quasi da testata autonoma. Ovviamente aspettiamo di vedere le pagine di tecnologia.
Love at first sight è citazione un po’ forte, però l’impatto è davvero positivo. Innovazione non radicale, ma respiro internazionale e modernità marcata. Con una battuta, verrebbe da dire “Un piccolo passo per il Web, ma un grande balzo per l’editoria italiana online”. Sul quale i concorrenti si interrogheranno, of course. Il tutto, comunque, soggetto a verifica da lunedì in poi.
Citizen (and) Journalism, Startup Italy »
Periodo cruciale per il giornalismo italiano. Non molto tempo fa le novità in ambito giornalismo iperlocale. Ora ben tre iniziative di Crowdfunded Journalism, ovvero del giornalismo – o meglio delle inchieste – finanziate dai cittadini. Modelli americani, tra tutti, Spot.us e ProPublica, che ha recentemente fatto scalpore perché Sheri Fink, uno dei “suoi” giornalisti, ha vinto il Premio Pulitzer alla categoria Investigative Journalism (vedi). Notevole che a distanza di poche settimane siano nate ben tre iniziative italiane con lo stesso spirito: YouCapital, Dig-it e Spotus.it. Ho raccolto qualche commento da parte delle persone coinvolte.
Dig-it è un’iniziativa di Roberto Marino, è diretto da Andrea Franchini e Claudia Del Vecchio ne è caporedattore. Mi conferma che a giorni dovrebbe uscire la nuova versione e, soprattutto, che hanno già ricevuto molte proposte di inchiesta da parte di giornalisti freelance. Il tono dei feedback, afferma, è “Finalmente, ci voleva”. Cioè manifestazioni di interesse rilevanti, e tema interpretato come effettiva opportunità per i freelance.
Federico Bo, fondatore di Spotus.it con Antonio Badalamenti, mi racconta invece del loro scambio con David Cohn, fondatore di Spot.us: “Gli abbiamo spiegato che vogliamo seguire la filosofia di Spot.us ma anche sperimentare soluzioni e metodologie diverse. Volevamo scambiarci esperienze e informazioni per costruire un ecosistema degli Spot.us. Ci ha accordato l’utilizzo del nome, interessato dal fatto che l’idea dell’ecosistema era venuta anche a lui”.
YouCapital – come racconta l’anteprima su LSDI – nasce dalla spinta di Antonio Rossano e Luca Longo, “Che già da tempo operano nel mondo del giornalismo partecipativo e della comunicazione su internet, realizzando progetti di citizen media come The Populi e Yurait Social Blog“. E’ un’associazione no-profit e sta lanciando la seconda inchiesta.
E’ nato qualcosa di nuovo: la cosiddetta “offerta” c’è. Resta il quesito se ci sarà abbastanza “domanda” – cioè se davvero ci saranno lettori disposti a pagare. Ma è chiaro che qui si tratta di creare un mercato nuovo. E in questi casi è l’offerta che conta. Lo dice anche il fondatore di Dropbox, citando Steve Blank, alla slide 29 del post di ieri. Vedremo se logiche da start-up si possono applicare anche allo scenario dell’informazione italiana. Quel che è certo, però, è che qualcosa è cambiato.
Citizen (and) Journalism, Startup Italy, The Dot »
Nel pensare al futuro dell’informazione non dovremmo dimenticarci che in Rete si è globali per definizione, e si possono trovare interlocutori ovunque nel mondo. E forse non bisognerebbe sottovalutare il ruolo dei traduttori automatici, nella prospettiva più ampia della creazione personalizzata delle news. Camille mi scrive dalla Gran Bretagna:
On 03/26/10 10:36 AM, Camille wrote:
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Hi Alberto,
I regularly read a number of Italian online news sites (with Google Translate’s assistance) to monitor Italian trends (especially in the tech, business and internet sectors). This helps me with my work. I find Infoservi.it particularly interesting because it also covers UK and US stories that I might not have seen elsewhere and its coverage ranges from the light-hearted to the more serious.
Best regards,
Camille
Thanks Camille, my pleasure!
2.0, Citizen (and) Journalism, Media Research, Methodology »
Frequentando luoghi digitali si incontrano usi e costumi diversi, che tipicamente coinvolgono gruppi di persone. Dopo un po’ si notano dei pattern, delle persistenze: ciò che accade in un tempo/spazio poi si ripete altrove. Tipicamente, in Italia si adottano abitudini nordamericane un paio di anni dopo – abbiamo ormai intere antologie di casi osservati. Un po’ come le onde dei bioritmi: siamo fuori sync, ma abbiamo la stessa fase, il che ci dice anche qualcosa sulla prevedibilità dell’innovazione.
Ora in ambienti conversazionali come Twitter e FriendFeed, che hanno iniziato esclusivamente come piattaforme di egoboosting, abbiamo anche professionisti nel senso italiano del termine: commercialisti, avvocati, imprenditori e top manager che, dopo un prudente studio iniziale, chiacchierano tranquillamente delle loro attività professionali con le loro micro-community.
E’ un’apertura di processo, of course. Il prossimo passo sarà quello di ribaltare totalmente il punto di vista del racconto: come ha fatto il New York Times con TimesCast, selezione di video in cui mostrano quel che succede dentro.

(via LSDI)
Citizen (and) Journalism, Politics (and) Transitions »
Per la seconda volta, e a ben tre anni di distanza dal CitizenCamp dove ci siamo conosciuti, ho avuto il piacere di partecipare alla giuria per il premio nazionale La Città Dei Cittadini, promosso dall’Istituzione dei Servizi Culturali Casalecchio delle Culture, del Comune di Casalecchio di Reno.
Quest’anno l’associazione ha ricevuto un numero davvero importante di iniziative, anche solo per la sezione Mezzi di Comunicazione che trovate qui subito dopo il salto.
Citizen (and) Journalism, Media Research, Startup Italy »
L’altro giorno presentazione di Percittà, start-up italiana ma di modello americano nell’ambito del giornalismo iperlocale e “dei cittadini”. Partono con uno staff di 17 persone, coprendo 10 città italiane – per esempio, Milano. Redazione che non si può definire centrale perché distribuita sul territorio. Tutti i redattori lavorano con notebook, videocamera, telefonino e collegamento Internet, e ognuno di loro coordina altri collaboratori. Numerose osservazioni si sono già sviluppate su Friendfeed, compreso – e non è l’unico – il dubbio se si tratti di giornalismo partecipativo o citizen journalism. Sarà comunque questa la loro sfida, vista l’affermazione del fondatore Vincent Turco di avere l’obiettivo specifico di generare partecipazione tramite il modello “a blog”. Altro fronte più interessante, forse, la coincidenza con la recente presentazione del progetto Citynews di Luca Lani, già CEO di Studenti Media Group e ora imprenditore.

Lani, come spiega nell’intervista a Prima Comunicazione, ritiene che “La torta della pubblicità locale è consistente, perché sommando free press e quotidiani locali si arriva a oltre 150 milioni di euro”. Tutto da vedere: i modelli dell’offerta – stile classico giornale online quello del gruppo di Lani, vedi per esempio RomaToday, a blog con forti elementi fotografici quello di Percittà; le strategie di ingaggio dei lettori; quelle verso gli inserzionisti e, soprattutto, come risponderanno i grandi editori stile Corriere (i rumor dicono che si sta muovendo in questa direzione, ma con che ritmo non si sa), Repubblica o gli alternativi.

Condivido in pieno la sottolineatura positiva di Luca De Biase sui “Giornalisti giovani ed entusiasti”, riguardo Percittà. L’offerta la si crea, anche, e si migliora sperimentando. Però a me la domanda principale che mi viene è come sia possibile che né da una parte né dall’altra ci sia una figura veramente esperta non solo di nuovo giornalismo digitale, per dir così, ma almeno di community, o di engagement. Davvero una iniziativa giornalistica qualsivoglia, oggi, può considerare i Social Media un aspetto secondario?
PS Su Percittà vedi anche l’intervista video fatta da Blogosfere a Vincent Turco. Un po’ di storia (cronaca?) del Citizen Journalism su queste pagine in questa categoria.
Citizen (and) Journalism, Humor and Comics, Media Research, YouTube, Cinema, TV »
Il video che vedete sotto è l’intervento tenuto alla DLD Conference da Baratunde Thurston, editor e web comedian di The Onion. Volevo usarlo come occasione per riflettere sulle ampie prospettive di rinnovamento del giornalismo – gli stumenti real time di cui parla lui ma soprattutto l’ironia, umorismo e satira che contraddistinguono quel giornale. E’ una sorta di nostro Vernacoliere ma di status e capacità internazionale. Hanno creato nuovi format e potenziato il filone del giornalismo umoristico (ricordate Rocketboom, Wallstrip o Mad Money?) come quant’altri mai. Avrei voluto fare un post ottimista e divertente, segnalando anche lo humor nero ma irresistibile del finto spot di Lars Von Trier che si sono inventati: in questa pagina. Avrei voluto, poi ho visto la versione che ne ha fatto Repubblica online, mettendoci la sua pubblicità e limitandosi a una rapida citazione della fonte senza link. E mi è venuto da ridere.
PS La copertina sulla Luna che compare a 00:55 è da non perdere…





















