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Wikileaks Cables CablegateBrevissima riflessione: sembra quasi che l’annuncio della pubblicazione dei Wikileaks Cables abbia fatto più rumore dei documenti stessi. Mi chiedo cosa possa esserci in ciò che non è stato pubblicato.

Il Guardian, dopo una fantastica mappa che collega luoghi e documenti, sta facendo live update. La search su Twitter è Trending Topic anche in Italia, al momento. Il Post fa un interessante riassunto della storia.

PS Sarà banale ma impossibile non pensare che i giornali stanno benissimo quando pubblicano… news.

Il momento cruciale arriva domenica sera quando, dopo l’incontro col Comitato di Redazione, il Direttore del Corriere Della Sera Ferruccio De Bortoli rilascia una dichiarazione all’ANSA in cui chiede di interrompere la protesta “Perché non ha alcun fondamento”. Blocco. Da 48 ore Paola Caruso è in sciopero della fame, avendo interrotto da poco quello della sete grazie all’intervento di Macchianera ed essendosi lasciata convincere a prendere caffellatte zuccherato da alcuni amici. La Rete si è sollevata, prima per preoccupazione personale e poi schierandosi a difesa o critica, ma comunque la sostiene. Altrettanto fanno esponenti del sindacato, e le mail e gli SMS di tanti colleghi in giro per l’Italia. Tutti le chiedono di smetterla. Paola inizia a sentirsi debole, è di fisico minuto. Ma cocciuta. E decide di andare avanti, scrivendo a De Bortoli una Lettera Aperta sul suo blog.

Avvisata della vicenda poche ore prima, Letizia Mosca, voce nota del GR di Radio Popolare Milano e sindacalista, contatta Daniela Stigliano, vicesegretario nazionale e presidente della Commissione lavoro autonomo FNSI (il sindacato dei giornalisti) e il CdR che – stando ai contenuti della lettera, in fondo con altri documenti – chiede incontro al Direttore per “Fare chiarezza” sulle procedure e le questioni contrattuali che hanno portato a Paola questo gesto. Esasperata, avevo scritto io. “Disperata”, mi correggerà lei. In ogni caso estrema, eccessiva. Così pare a tutti e anche alla Stigliano, che cerca di convincerla al telefono. Rilascerà una dichiarazione ufficiale il giorno dopo, assicura, perché è vero che il problema è esteso. Niente da fare.

Ma le prese di posizione arrivano. Il sito dell’FNSI lunedì riporta: “La protesta estrema di Paola Caruso ha portato sotto i riflettori anche del grande pubblico una situazione da tempo non più sostenibile: le drammatiche condizioni di lavoro dei giornalisti freelance. Un mondo di quasi 24 mila persone, a fronte di 20 mila contrattualizzati, che contribuiscono ogni giorno alla realizzazione dell’informazione su giornali, radio, tv, agenzie e siti Internet italiani, con pochi o nulli diritti, quasi sempre sottopagati, costretti a una vita di precarietà senza uscita“. Non solo: “La Commissione per il Lavoro autonomo della Fnsi, che si riunirà giovedì prossimo 18 novembre, affronterà il caso di Paola Caruso per elaborare un documento da sottoporre all’Assemblea dei lavoratori autonomi, convocata per il giorno successivo. La collega Caruso sarà inoltre uno dei nomi che la Fnsi indicherà per l’indagine sulle condizioni dei giornalisti freelance, in svolgimento al Senato su iniziativa bipartisan”. Altrettanto nette le affermazioni di Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti: “Nuove Schiavitù”, titola il pezzo. ANSA e AGI rilanciano.

Ora Paola dovrebbe incontrare De Bortoli. Difficile immaginare una soluzione alla sua vicenda professionale. Nel frattempo, però, il dibattito si è aperto, il problema sollevato. Di questo caso si parlerà in una commissione parlamentare. Un gruppo di giornalisti sta organizzando un incontro “Per parlare di giovani, lavoro, giornalismo e, soprattutto, precariato”. Altri ne seguiranno. E Paola ha interrotto lo sciopero della fame.

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Sette anni di precariato al Corriere, con le assunzioni bloccate. Poi si libera un posto e un giovane appena uscito dalla scuola di giornalismo che “le passa avanti”. Troppo, per Paola. Che ha iniziato a raccontare il suo gesto su Twitter e ora ha aperto un Diario su Tumblr, mentre su Friendfeed si è sviluppata una appassionata discussione tra chi la segue in tempo reale. Macchianera.net ha oscurato, Alessandro Gilioli ritiene che sia il primo caso del genere, per il giornalismo italiano. Aspetta: ho detto giornalismo italiano? Quale? Che giornalismo rimane, in una situazione così?

Paola Caruso freelance del Corriere in sciopero della fame

“Most people think that bloggers are some kind of lunatics [...] and that happens, but in reality 28% of bloggers do that for commercial reasons, and half of them get paid [...] So you can imagine a network of hundreds or thousands of them that get curated together” [grassetto mio]. Così Don Tapscott, autore di Wikinomics, durante l’ultimo World Business Forum. Tra le moltissime suggestioni che ha offerto durante il suo speech, en passant ha anche suggerito un modello di business basato sul crowdsourcing per i quotidiani. Idea certo già nota ma peculiare che si ripresenti nel 2010. Ho avuto occasione di intervistarlo e ne abbiamo parlato nel video qui sotto (primo di una serie). Don è molto attivo su Twitter.

Non c’è notizia, perché molte ce ne sono state durante l’estate, ma l’intervista del Guardian a Julian Assange, fondatore di Wikileaks, secondo me è da segnare. E’ stata portata in Italia in un numero scorso da Internazionale, che in questa pagina raccoglie altri contributi.

Julian Assange, Wikileaks

Photo by biatch0r

La frase che a me ha colpito di più è “Journalism should be more like science”. Che mi ha ricordato un po’ il passaggio logico fatto da De Biase nel suo Keynote Speech al Festival del Giornalismo – purtroppo non trovo più il video, solo un comunicato -  da Mestiere a Metodo. In Italia è classico dire che “Il giornalismo è un mestiere”. Eco di quando si imparava “sul campo”. Forse è tempo di crescere.

Il tema principale è quello della trasparenza. Di come Wikileaks verifichi le sue fonti, di come è finanziato, etc. E anche quello del disclosure, cioè se sia corretto diffondere notizie riservate. Di nuovo Luca De Biase ha scritto sul tema, raccogliendo anche altri pensieri importanti. Io penso solo che sia troppo dura fare ragionamenti in assoluto. E che dipende dai tempi. Quelli in cui viviamo, per esempio, mi sembrano pieni di notizie ma molto poveri di significato. Mi sembra anche che le notizie siano a volte usate più per distrarre che per informare, e che ciò che è importante sapere per aver coscienza della Cosa Pubblica resti invece oscuro.

E allora forse una finestra su certe stanze buie può solo aiutare. Giornalismo compreso.

Stagione importante, la prossima, per il Publishing. C’è la solita convergenza di forze – economica, tecnologica, sociale – che preannuncia l’arrivo dell’onda. Anche da noi.

Recente il lancio di BookRepublic, “Servizio di distribuzione online per i libri digitali rivolto principalmente agli editori indipendenti e libreria online”, iniziativa di Marco Ferrario (intervista) e Marco Ghezzi, con Giuseppe Granieri quale direttore editoriale e Matteo Brambilla chief editor. E’ un online store che aggrega un gran numero di editori italiani (vedi), quindi in chiara alternativa a Apple iTunes – iBooks. Non altrettanto lucida, ma pur sempre positiva, sembra la proposta di Ebook.it, di ambito romano, che ha recentemente organizzato un incontro sul tema dell’IVA che per i libri cartacei è al 4% mentre per gli ebook, parificati al software, al 20.

Gli stessi fondatori di BookRepublic hanno poi creato anche una piccola casa editrice, 40k, che si aggiunge alla pioneristica Simplicissimus e alle collane di Apogeo. E molte altre. Per esempio, Noa Carpignano mi contatta via blog per segnalare la sua BBN, “Prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali”, e la tre giorni che sta organizzando per il prossimo settembre: Ebook.Fest. Be’, complimenti.

Insomma il primo passo è stato interpretare i nuovi sistemi di pagamento, senza i quali non si muove foglia. Dichiarazione netta del director of operations di una importante casa editrice italiana, che ho incontrato proprio al lancio di BookRepublic: “Il giro del web gratuito l’abbiamo fatto. Il prossimo giro sarà a pagamento. Deve essere redditizio”. Sacrosanto.

Nel frattempo si reinventa la tecnologia. Riflessione appuntita di De Biase in questo post, che termina affermando “I libri resteranno prodotti. I giornali tenderanno a diventare servizi”. E’ proprio così: vedi per esempio gli aggregatori di blog come Liquida, giusto per citare un italiano (a proposito: che fine ha fatto BlogNation?). I blog negli anni scorsi si sono affermati come nuove fonti ma puntuali, atomiche. Il giornale generalista è diventato un aggregatore. E sempre De Biase segnala il passo avanti fatto dal New York Times che, dice, “Proporrà in licenza le sue applicazioni ad altri editori su un vero negozio online”. Per ora il NYT ha aperto la sua Developer Network, offrendo accesso ai suoi dati tramite interfacce di programmazione – le API. Qui il blog, che non a caso si chiama Open. Interessantissimo. Per chi ama le letture tecniche, questo post dà un’idea di alcune possibilità, recuperando i dati di geo-localizzazione associati agli articoli.

Quindi non è solo il giornale che va ripensato, ma anche i suoi contenuti. Questo stesso articolo è un oggetto stupido, fatto di tante parole buttate in un campo testo, senza differenziazione. WordPress, la piattaforma che uso, si dichiara “semantica” solo perché usa le tag. Ridicolo. De Biase un po’ di tempo fa affermava che i giornali siano applicazioni. Esatto. Anzi, prima di tutto i giornali sono database, o dovrebbero esserlo, e in formati ben definiti – vedi per esempio.

Se riusciamo a strutturare informazione e conoscenza, riusciremo poi a estrarla creando nuovo significato. Da lì in poi sì che svilupperemo applicazioni. Dove il differenziale diventerà però l’esperienza. I nuovi device come l’iPad ci hanno fatto finalmente… toccare con mano, scusate la battuta, le potenzialità. D’ora in poi è tutto da costruire. Di nuovo.

Vedi anche: visual Data.

E’ genovese, Giulio Ardoino, oltre che ingegnere, e dichiara la sua passione per il mare nel suo Tumblr-blog. Dopo aver fatto consulenza per grandi aziende decide di investire sul web e sviluppa, con un socio, ZicZac, aggregatore di segnalazioni stile Digg. Nato nel 2007, oggi macina 500.000 utenti unici al mese e “200.000 articoli segnalati da quasi 10.000 utenti iscritti”, dicono sul blog. I risultati lo convincono a continuare, così un mese fa ha lanciato BestCreativity. E sta già arrivando ai primi 1.000 iscritti.

Ispirato a servizi come Logotournament e oDesk, di cui ho parlato qua, è un marketplace per la creatività. Le aziende (o chiunque, in realtà) mettono un brief, per esempio per un logo, si crea un contest, i creativi partecipano e chi vince viene pagato. Un po’ come quel che fa Zooppa per la pubblicità, ne avevo parlato nel 2007. Questi modelli funzionano bene nell’internazionale. Il nostro mercato del lavoro, specie quello creativo, ha una presenza forte dei freelance. BestCreativity sembra davvero un “Bingo!”.

PS Dimenticavo: si son beccati un’ANSA. Arriva la Wikipedia della creatività.

Design dalla Florida, di un’agenzia specializzata in web per l’editoria e selezionata in una gara internazionale tra una rosa di 12 nomi, anche italiani. Impatto forte, e prima impressione molto positiva. Un salto qualitativo si nota subito in quella che è la parte più importante e sottovalutata di un sito, cioè la pagina “foglia” – nel nostro caso, l’articolo. Nel video sotto, come al solito quick and dirt, a un certo punto si riesce a vedere. Poco, perché purtroppo la risoluzione dello schermo dei demo point era 1024 x 768, e il nuovo sito de IlSole24Ore.com, che esce lunedì, è altrettanto o quasi (certamente più del 950 standard usato oggi), il che rende rende difficile farsi un’idea complessiva della pagina.

La pagina dell’articolo, incastonata sotto un header imponente che uniforma tutto il giornale, a prima vista offre un impatto da web magazine internazionale – ed era ora, accidenti. Sarà forse la nuova palette nero – rossa, o una griglia che, per quel poco che è stato mostrato, sembra pulita ed efficace. Uniformità: forse questo il primo miglioramento sensibile, visto che il Sole.com di oggi è un’accozzaglia di sezioni diverse per esperienza di navigazione, in cui regolarmente ti perdi, fatichi a trovare quel che cerchi e alla fine ti stufi e te ne vai. Vedremo quando sarà online la nuova edizione se questa promessa è stata mantenuta, cioè se il design non è solo grafico ma anche di ottimizzazione, appunto, dell’uso – cioè il design come ripensamento strategico e non solo questione estetica, ricordate Jacek Utko?

Il nuovo Sole sembra andare comunque in questa direzione, stando alle affermazioni di Paola Bonomo, vice president della business unit online. Diverso e più esteso uso di immagini e video, oltre a contenuti giornalistici basati su infografiche e “nuove logiche”. Integrazione verso i Social Network e un più facile accesso per i lettori grazie a procedure di login veloci. Ipotesi future di API di programmazione per fornire accesso alle banche dati – che sarebbe una mossa certamente avanzata ma interessantissima. Apertura possibilista, ahimé, ai format pubblicitari invasivi. E una condivisa dichiarazione d’impegno di qualità giornalistica sull’online sia da Gianni Riotta, direttore del giornale, sia da Daniele Bellasio,  responsabile de  IlSole24Ore.com – che collabora anche con Il Foglio, stando al suo profilo Twitter e Linkedin. Luca De Biase – qui il suo blog – sottolinea la radicalità del cambiamento e il fatto che i vertical oggi arrivano ad avere una dignità forte, quasi da testata autonoma. Ovviamente aspettiamo di vedere le pagine di tecnologia.

Love at first sight è citazione un po’ forte, però l’impatto è davvero positivo. Innovazione non radicale, ma respiro internazionale e modernità marcata. Con una battuta, verrebbe da dire “Un piccolo passo per il Web, ma un grande balzo per l’editoria italiana online”.  Sul quale i concorrenti si interrogheranno, of course. Il tutto, comunque, soggetto a verifica da lunedì in poi.

Periodo cruciale per il giornalismo italiano. Non molto tempo fa le novità in ambito giornalismo iperlocale. Ora ben tre iniziative di Crowdfunded Journalism, ovvero del giornalismo – o meglio delle inchieste – finanziate dai cittadini. Modelli americani, tra tutti, Spot.us e ProPublica, che ha recentemente fatto scalpore perché Sheri Fink, uno dei “suoi” giornalisti, ha vinto il Premio Pulitzer alla categoria Investigative Journalism (vedi). Notevole che a distanza di poche settimane siano nate ben tre iniziative italiane con lo stesso spirito: YouCapital, Dig-it e Spotus.it. Ho raccolto qualche commento da parte delle persone coinvolte.

Dig-it è un’iniziativa di Roberto Marino, è diretto da Andrea Franchini e Claudia Del Vecchio ne è caporedattore. Mi conferma che a giorni dovrebbe uscire la nuova versione e, soprattutto, che hanno già ricevuto molte proposte di inchiesta da parte di giornalisti freelance. Il tono dei feedback, afferma, è “Finalmente, ci voleva”. Cioè manifestazioni di interesse rilevanti, e tema interpretato come effettiva opportunità per i freelance.

Federico Bo, fondatore di Spotus.it con Antonio Badalamenti, mi racconta invece del loro scambio con David Cohn, fondatore di Spot.us: “Gli abbiamo spiegato che vogliamo seguire la filosofia di Spot.us ma anche sperimentare soluzioni e metodologie diverse. Volevamo scambiarci esperienze e informazioni per costruire un ecosistema degli Spot.us. Ci ha accordato l’utilizzo del nome, interessato dal fatto che l’idea dell’ecosistema era venuta anche a lui”.

YouCapitalcome racconta l’anteprima su LSDI – nasce dalla spinta di Antonio Rossano e Luca Longo, “Che già da tempo operano nel mondo del giornalismo partecipativo e della comunicazione su internet, realizzando progetti di citizen media come The Populi e Yurait Social Blog. E’ un’associazione no-profit e sta lanciando la seconda inchiesta.

E’ nato qualcosa di nuovo: la cosiddetta “offerta” c’è. Resta il quesito se ci sarà abbastanza “domanda” – cioè se davvero ci saranno lettori disposti a pagare. Ma è chiaro che qui si tratta di creare un mercato nuovo. E in questi casi è l’offerta che conta. Lo dice anche il fondatore di Dropbox, citando Steve Blank, alla slide 29 del post di ieri. Vedremo se logiche da start-up si possono applicare anche allo scenario dell’informazione italiana. Quel che è certo, però, è che qualcosa è cambiato.

Nel pensare al futuro dell’informazione non dovremmo dimenticarci che in Rete si è globali per definizione, e si possono trovare interlocutori ovunque nel mondo. E forse non bisognerebbe sottovalutare il ruolo dei traduttori automatici, nella prospettiva più ampia della creazione personalizzata delle news. Camille mi scrive dalla Gran Bretagna:

On 03/26/10 10:36 AM, Camille wrote:
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Hi Alberto,
I regularly read a number of Italian online news sites (with Google Translate’s assistance) to monitor Italian trends (especially in the tech, business and internet sectors). This helps me with my work. I find Infoservi.it particularly interesting because it also covers UK and US stories that I might not have seen elsewhere and its coverage ranges from the light-hearted to the more serious.
Best regards,
Camille

Thanks Camille, my pleasure!

Frequentando luoghi digitali si incontrano usi e costumi diversi, che tipicamente coinvolgono gruppi di persone. Dopo un po’ si notano dei pattern, delle persistenze: ciò che accade in un tempo/spazio poi si ripete altrove. Tipicamente, in Italia si adottano abitudini nordamericane un paio di anni dopo – abbiamo ormai intere antologie di casi osservati. Un po’ come le onde dei bioritmi: siamo fuori sync, ma abbiamo la stessa fase, il che ci dice anche qualcosa sulla prevedibilità dell’innovazione.

Ora in ambienti conversazionali come Twitter e FriendFeed, che hanno iniziato esclusivamente come piattaforme di egoboosting, abbiamo anche professionisti nel senso italiano del termine: commercialisti, avvocati, imprenditori e top manager che, dopo un prudente studio iniziale, chiacchierano tranquillamente delle loro attività professionali con le loro micro-community.

E’ un’apertura di processo, of course. Il prossimo passo sarà quello di ribaltare totalmente il punto di vista del racconto: come ha fatto il New York Times con TimesCast, selezione di video in cui mostrano quel che succede dentro.

New York Times TimesCast

(via LSDI)

Per la seconda volta, e a ben tre anni di distanza dal CitizenCamp dove ci siamo conosciuti, ho avuto il piacere di partecipare alla giuria per il premio nazionale La Città Dei Cittadini, promosso dall’Istituzione dei Servizi Culturali Casalecchio delle Culture, del Comune di Casalecchio di Reno.

cittacittadini_premioQuest’anno l’associazione ha ricevuto un numero davvero importante di iniziative, anche solo per la sezione Mezzi di Comunicazione che trovate qui subito dopo il salto.

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