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How much does a social network user value? Economically, in dollars. It depends from company’s evaluation. Here’s the secrets of LinkedIn, Instagram, Facebook, Twitter and others.

LinkedIn LNKD is the heavyweight champ in this category. Based on its current market valuation and 202 million active accounts, investors are valuing it at $95 per user.

Instagram is at the bottom of the spectrum, despite the hysteria over its $1 billion sale to Facebook FB. At the time of the deal, it had 35 million users, meaning Facebook paid just $29 per Instagrammer.

Much of the social market, however, has settled neatly in between those two points. Facebook has a running value of $58 per user, while Pinterest and Twitter are right around $50 a head, based on recent financing rounds and network statistics. Working with that range, Goodreads’ 16 million users at $55 each would add up to a sticker price of $880 million.

via Amazon Likely Paid $1 Billion For Goodreads – Businessweek.

Social Network User? $55 Is Your Average Value – For Them

insead-global-innovation-index-2011

L’INSEAD, prestigiosa business school che prepara manager di calibro internazionale, ha rilasciato il Global Innovation Index 2011. Un leggero miglioramento per l’Italia nel ranking generale, che passa dalla posizione 38 del 2010 all’attuale 35. Nel 2009 eravamo alla 31. Mi sono sembrati interessanti il salto in avanti della Lettonia (Latvia) e la tenuta di Spagna e Portogallo, nonostante la crisi. Il full report – amena lettura – si trova qui.

Ho conosciuto Mariano Carozzi a Fa’ la Cosa Giusta, fiera delle iniziative, diciamo così, “eque e solidali” di cui ho raccontato qui. D’istinto, non era il più normale dei contesti in qui mettersi a parlare di banche, finanza, algoritmi di pagamento e sistemi di analisi statistica dei dati. E invece sì, perchè il discorso riguardava proprio i nuovi modelli economici che stanno emergendo dalla Rete, come il Social Lending (Wikipedia), ovvero il prestito tra persone. Kiva e Zopa, per dire due nomi.

E’ anche su questo che, con i suoi soci, ha costruito Prestiamoci.it – su questo e su anni di esperienza di online banking (qui il suo profilo LinkedIn), oltre che proprio con SAS, forse il più prestigioso tra i sistemi di Business Intelligence. Ne parla l’azienda stessa in questo case study. Prestiamoci è ancora in startup ma i numeri stanno girando, come raccontano sul loro blog facendo i conti di giugno.

Tema da approfondire. Un’occasione è l’evento che hanno organizzato domani sera a The Hubqui le info. Con Paolo Rossi dei GAS (vedi sotto) ci hanno invitato a parlare di Blomming.com e a prendere un aperitivo. Estendiamo l’invito: vi va di venire?

PS Grazie all’infaticabile Micaela Calabresi (blog, Twitter, Facebook) per avermi messo in contatto.

Marco Massarotto fa una bellissima recensione di una serie di applicazioni editoriali per iPad. Degli italiani dice che per ora sono solo pidieffoni, e promuove Associated Press (io l’ho vista al volo a New York e non mi ha fatto buona impressione, ma saprà meglio lui). Insomma “Italiani rimandati a settembre”, commenta Salvo Mizzi su Facebook.

Io sto discutendo con un’azienda che sviluppa applicazioni editoriali per iPad, e mi dicono che tanti editori italiani stanno andando su Zinio. La loro gallery di testate sembra confermarlo. Non stupisce: è una piattaforma di trasformazione del contenuto piuttosto efficace, e soprattutto è… un’edicola. Per la precisione è un’app definita Newsstand Reader: guarda qua. In effetti è anche di più: si dichiara markeplace multipiattaforma. Dichiarano di avere “850 major consumer brands available digitally and delivered on behalf 300 publishers”. Bum.

Jack Dorsey è la persona che ha avuto l’idea originale poi diventata Twitter. Nel video sotto, in occasione della 99% Conference, racconta com’è nato il servizio di microblogging, ne mostra qualche primo mock-up e confessa anche che molte delle innovazioni del servizio non solo sono venute dagli utenti, ma che il team dell’azienda non le voleva proprio. Potere delle community.

Ma, a parte questo, parla di Square, la sua nuova startup. E di come sia necessario cogliere i segnali, gli stimoli dall’ambiente. Soprattutto in momenti di cambiamento radicale come quelli determinati dalla crisi finanziaria. Non mi stupirebbe se ci avesse azzeccato di nuovo.

Via Fred Wilson via Business Insider via Lou Sagar.

La Rete Del Debito Europeo

dottavi —  14 May 2010 — 1 Comment

Qui si segue il filone Visual data, si sa. Impressionante però la grafica qui sotto, e inquietante che venga dal New York Times. L’ho trovata da Paul Buchheit su Friendfeed.

Better Software sembra aver davvero catalizzato le migliori energie italiane in ambito sviluppo applicativo – o quanto meno le più agguerrite. Last but not least, come si usa dire, chiuderà i lavori Luca Mearelli con uno speech dal titolo WorseSoftware: errori e orrori nel business del software. Mi lega a Luca una storia particolare: quando nel 2007 si cercava di stimolare l’interesse sul tema del Web 2.0 – vedi per esempio – l’ho scoperto in Rete con uno suo piccolo esercizio di stile: aveva infatti realizzato un word-processor online, accessibile via web. Solo da pochi mesi erano online esempi americani simili: ajaxWrite e Writely, poi comprato da Google e diventato Google Docs. Luca non ha venduto per qualche milione di dollari, ma è poi diventato chief architect di Kiaraservice, la prima suite di fatturazione e amministrazione per professionisti offerta in modalità SaaS. In questa pagina alcuni esempi di come funziona.

KiaraService

KiaraService

E’ novità recente l’accordo fatto con SuperSaaS, che offre un servizio per ricevere prenotazioni e registrare appuntamenti via web 24 ore su 24. Facilmente integrabile grazie al modello Software as a Service – se ce ne fosse stato bisogno, una prova in più della sua efficacia, che permette addirittura di creare offerte di prodotto integrate tra aziende distanti.

Questa è una segnalazione che volevo fare da un po': Kapipal è un progetto tutto italiano di Crowdfunding, realizzato da Alberto Falossi. Un giovane serial entrepreneur, come si usa dire: qui la sua bio. Ha parlato di questi temi poco fa a Better Software (vedi la sintesi del suo intervento) e, da quanto mi è riuscito di leggere su Twitter (dopo il salto gli aggiornamenti live), sembra aver riscosso notevole interesse. Ha segnalato tra l’altro tre iniziative di crowdfunding per aziende: Grow VC, Kachingle e Flattr. Aggiungerei anche l’italiano Prestiamoci.it, benché rivolto alla famiglia. La prospettiva dell’Economia P2P si fa all’improvviso molto più vicina.

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[Un post speciale dall’amica Alessia Fabbri che, in qualità di guest blogger d’eccezione, ci racconta le sue impressioni di Dubai, raccolte durante un viaggio di lavoro di un mese per UNIMITT – Centro per l’Innovazione e il Trasferimento Tecnologico dell’Università di Milano, in partnership con l’Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione. L’occhio di Alessia spazia a 360° e non tralascia nulla. Dai grattacieli più alti del mondo ai carri surriscaldati che trasportano gli operai che li hanno costruiti, dal petrolio agli investimenti forse unici al mondo per costruire una Economia della Conoscenza -ad]

Speculazione, mazzette, prostituzione, sfruttamento e tantissima povertà. Leggendo l’ottimo Dubai Confidential di Sergio Nazzarro durante il volo d’andata mi è venuta un po’ d’ansia. In quarta di copertina dice: “Dubai o l’hai vissuta o non la conosci. Non puoi inventarla”. Io l’ho vissuta poco, la conosco poco, ma provo comunque a raccontarti qualcosa senza inventarmi niente. L’ho trovata una città estrema, del tutto schizofrenica ma anche generosa per chi vuole e sa cogliere le opportunità offerte dal dinamismo di questo ambiente.

Dubai, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

Dubai STOP, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

I primati non riguardano solo azzardi architettonici come il Burj Khalifa,  grattacielo più alto tra gli alti, ma si inscrivono in molti aspetti della vita economica e sociale. Lo sviluppo stesso di Dubai, per modalità, tempi e proporzioni, non ha eguali. E’ difficile pensare che dove sorge la città più alta del mondo fino a pochi decenni fa lo skyline era fatto di dune, con insediamenti di pescatori sulla costa e tribù di beduini nomadi nell’interno. Eppure. Prima la scoperta del petrolio. E poi, con grande lungimiranza, quando alla fine degli anni Ottanta è stato chiaro che le risorse di greggio qui si sarebbero esaurite a breve – un problema che non riguarda la vicina Abu Dhabi dove risiede il 10% circa delle risorse mondiali – Dubai ha saputo differenziare rapidamente la propria economia, investendo in servizi finanziari, real estate e infrastrutture, sfruttando la propria posizione geografica per diventare il più grande centro di trading mediorientale e proponendo al turista un cocktail fatto di lusso tutto sommato low-cost, centri commerciali (ognuno con la sua attrazione peculiare, dal mega-acquario del Dubai Mall alla pista da sci del Mall of the Emirates, dove la neve artificiale non manca nemmeno quando la temperatura esterna supera i 50°) e una serie infinita di world biggest.

Dubai, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

Dubai Look Up, by Alessia Fabbri - Riproduzione riservata

Ma questo è già storia, in una città-stato in cui la parola d’ordine è Visione (quella che spesso manca alle nostre democrazie). Dieci anni fa il predecessore nonché fratello di Sua Altezza Mohammed bin Rashid Al Maktoum, Primo Ministro, Vice-Presidente degli Emirati Arabi e sovrano di Dubai (ogni volta viene citato con la lista dei titoli) pose come obiettivo strategico per il 2015 la creazione di un’economia della conoscenza. Se già il regime fiscale di Dubai – insieme alla posizione geografica e a un clima, tutto sommato, di tolleranza – rende l’ambiente decisamente competitivo, con l’assenza di imposte e la possibilità di rimpatriare il 100% di capitali e redditi, le zone franche offrono agli stranieri la possibilità di accedere a infrastrutture e servizi di alta qualità per il business set-up a prezzi agevolati, ma soprattutto li sollevano dall’obbligo di avere uno sponsor locale come socio di maggioranza. A partire dai primi anni del secolo Tecom Investments, facente capo alla governativa Dubai Holding (di cui lo sceicco detiene il 99,7%), ha così investito in settori economici basati sulla conoscenza, affiancando alle “storiche” free zones (per lo più per attività di stoccaggio e distribuzione) nuovi business park tematici a elevato valore aggiunto. Tra queste Media City, con oltre 1.200 partner del mondo dei media, Internet City, una dinamica comunità internazionale che ospita circa 850 aziende leader dell’ICT mondiale, e, ultima in ordine di arrivo, Dubiotech (che mi ha ospitato per un mese) nel settore delle biotecnologie, a ribadire la volontà di perseguire obiettivi a lungo termine. Parallelamente, per promuovere lo sviluppo del capitale umano sono stati creati prima Knowledge Village e quindi International Academic City (sì, lo sceicco deve aver chiesto una consulenza alla Marvel per la toponomastica), dove università di tutto il mondo sono invitate a stabilire una propria sede. L’operazione però stenta a decollare, forse perché gli studenti emiratini sono stipendiati dallo Stato fino a dottorato compreso anche quando vogliono studiare all’estero.

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Regime fiscale agevolato per le aziende di nuova costituzione, soprattutto se dimostrano di avere un giro d’affari in crescita e assumono. Quasi senza sconti: basterebbe pagare le tasse dopo aver guadagnato, anziché in anticipo. Ma le idee e la storia di Marco Massarotto e la sua Hagakure sono chiaramente più complete di così: qui sul suo blog, la sintesi nel video sotto. Dopo aggiungo due considerazioni.

1. In ambiente start-up è sempre più frequente l’uso di aziende estere. Micro-entità legali, principalmente a Londra, la cui costituzione costa un decimo rispetto a fare una S.r.l. nel nostro Paese, e che godono poi di un regime fiscale agevolato molto simile a quanto descritto. I casi saranno ancora pochi, ma non è forse il caso di farci un pensiero?

2. Marco a un certo punto racconta dei “Pagamenti a 100 giorni”, e sappiamo tutti quanto sia normale, da noi, rimandare alle calende greche il pagamento dei fornitori. Il che non costituisce forse un polmone nascosto di debiti finanziari che rischia di venire alla luce all’improvviso? Io non sono in grado di valutare davvero ma, di nuovo, mi chiedo se non sia l’ora di affrontare anche questo problema.

maglietta3sNel piccolo giro degli startupper diventerà oggetto di culto. E’ la maglietta “I Presented In Silicon Valley And Survived” che hanno ricevuto i partecipanti a Mind The Bridge 2010. Erano a Stanford, accidenti, e stando a quel che mi dice Antonio Bonanno di TripShake in chat da laggiù, hanno fatto incontri interessanti e si sono confrontanti con un ambiente di gran livello – qui il suo resoconto. Entusiasti sembrano anche Marcello Orizi e Daniele Idini di Where Is Now, che lo raccontano qui. L’iniziativa vincitrice è VRMedia, un sistema di realtà aumentata per la manutenzione remota – qui la scheda di sintesi. Qui il racconto finale di MTB. Sintesi da non mancare, però, è quella di Fabrizio Capobianco.

Mentre i ragazzi si preparano per il Gran Finale di New York, li aspettiamo in Italia per i racconti. Al ritorno ci vorrebbe un incontro startup-to-startup per condividere le esperienze, che anche qui ci si sta preparando e non si sta mica con le mani in mano :)

Catania ha aperto gli Stati Generali dell’Innovazione, un modo per condividere riflessioni e proposte sulla città. Tra le iniziative un Barcamp (qui la pagina su Barcamp.org, qui l’evento su Facebook) al quale sono invitati anche 15 blogger di tutta Italia. Io ringrazio ma non posso andare, perché avevo già dato la mia adesione all’evento su Innovazione Sociale ed Economia P2P organizzato da Ricerca Urbana di cui ho già parlato, e di cui vedete locandina sotto. Il nostro è decisamente più bootleg, però speriamo di aprire un confronto interessante. Se sei a Milano ti va di venire? Ti aspettiamo, c’è da discutere.

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