Sono stato invitato da Adobe, per la promozione della loro Creative Suite, all’anteprima di Avatar, ultimo filmone di James Cameron – Titanic, Terminator, Abyss e molti altri. La trama (nel sito ufficiale linkato sopra è presente il trailer) è un polpettone con un minimo di interessante diversità dalle solite storie, e cioè il fatto che gli umani sono proprio i cattivi, senza mezzi termini. Questo, e altro, ha sollevato un po’ di commenti sullo spirito ecologista del film. Tra questi da segnalare la stroncatura di Radio Vaticana, che però presenta una distorsione: più che “divinità da adorare”, infatti, la natura tratteggiata da Cameron è legata da vere e proprie connessioni di tipo neuronale, come cerca di spiegare nel film la ricercatrice interpretata da Sigourney Weaver. Il che quindi apre a diverse intepretazioni, ma quella “panteistica” sembra proprio inadeguata.
Tralasciando la politica, Avatar per noi è interessante per le tecniche di produzione. In primis il Performance Capture – se ne legge qualcosa sulla pagina di Avatar su Wikipedia, e Cameron ne racconta in questa intervista per Discovery Channel. Da una parte si creano personaggi di sintesi. Dall’altra si mettono sensori sul corpo dell’attore. La recitazione di questo, poi, comanderà le azioni del primo. Tecnica già sperimentata in altri film, a questa Cameron aggiunge una micro-telecamera rivolta verso il viso dell’attore, in grado così di riconoscerne e digitalizzarne ogni espressione. Si vede in questa immagine qui sotto (catturata, giuro, prima di scoprire che ce n’è un’altra uguale nella pagina di Wikipedia :)
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Una delle novità importanti è proprio questa: che non è vero che i personaggi di sintesi con cui è fatto il film non siano emozionanti. Al contrario: le espressioni di dolore del Popolo Blu (i Na’vi) di fronte alla tragedia dell’Alberocasa sono forse le più convincenti che sia capitato di vedere da parecchio tempo, meglio di molte recitazioni “umane”.
Ma Cameron aggiunge un’altra tecnologia interessante: usa infatti un Performance Capture Stage chiamato Volume. Ne parla dettagliatamente Popular Mechanics. Come vedete, la scena è grigia, e non verde come si usa nei sistemi di Motion Capture per sovrapporre recitazioni umane a scenari ripresi. Questo perché l’ambiente viene creato in tempo reale (a bassa definizione) tramite sintesi. E il regista può vedere immediatamente il risultato, così:
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Inoltre, grazie al gran numero di telecamere con cui vengono fatte le riprese, può rivedere subito le scene da diversi punti di vista e scegliere cosa mandare in post-produzione per la resa ad alta definizione. Di questo (e molto altro) si è occupata Weta Digital, azienda australiana, di cui è interessante vedere la pagina di offerte di lavoro: già solo le job description sono pura poesia. Comunque. Meglio vedere direttamente come funziona, nel video qui sotto:
Insomma: aveva ragione Fabio Mattia, laureando NABA che collabora con queste pagine, titolando un suo pezzo sulla tecnica del Machinima Il Cinema Alla Portata di Tutti. Ora noi possiamo lavorare su ambienti virtuali molto rozzi, ed è più o meno impensabile potersi permettere un kit da performance capture, figuriamoci lo stage – non per niente Avatar è costato 400 milioni. Però ha richiesto anni di sviluppo codice, quindi oggi quelle stesse tecnologie sono già il doppio performanti e costano la metà. Esempio: L’affondamento in Titanic ha usato due terabyte di storage. Avatar, invece, un petabyte (=1.000 tera). Però oggi due tera li compri al supermercato. E i sistemi di performance capture sono basati su componenti non certo da fantascienza – la Realtà Virtuale, tutto sommato, ha ormai più di trent’anni.


alberto ma posso portare mio figlio di 6 anni a vederlo? grazie
Ciao Sele… no, direi proprio di no. Non è spaventoso in sé ma decisamente troppo d’impatto per un bambino
[...] di Avatar . Delle principali caratteristiche dal punto di vista tecnico ha parlato Alberto qui dopo l’ante-prima per la stampa, illustrando quali sono le innovazione introdotte da James [...]
altro che polpettone,oramai la gente davvero ignorante non può fare a meno di storcere il naso davanti a produzioni colossali e di gridare al ”blockbuster” con ogni connotazione negativa possibile. Anche io all’inizio non ero convinto,lo ammetto, ma mi sono ricreduto subito dopo i primi 30 secondi di proiezione.L’enorme successo della pellicola è dovuta ad un perfetto connubio di trama semplice e scorrevole e di regia impeccabile, che rendono il film verosimile nella sua surrealità.Il mondo creato dalla genialità di cameron poi,amplifica al massimo le sensazioni dello spettatore a cui sembrerà di guardare i protagonisti muoversi all’interno di un quadro cosi bello che non è mai stato dipinto!La tecnolgia usata da cameron nemica e assassina del cinema? direi proprio di no, piuttosto un’inattesa alleata che restituira alla sala buia il ruolo di ”luogo mistico” che aveva un tempo, offrendo emozioni che lo streaming non potrà riprodurre.L’età del bronzo è finita amici, date il benvenuto a un cinema più vero.
p.s. x selena
l’impatto visivo è si enorme,ma non turbante se non in alcune precise scene, per quello che ne può capire poi un bambino di 6 anni….
[...] avanzato tecnologicamente di quanto mi potessi aspettare. cercando in rete si possono trovare varie informazioni riguardanti la tecnologia ed il backstage. Devo ancora capire se il film può essere considerato in “vera” [...]
concordo con blindo: è un’analisi perfetta
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