C’è una bella discussione su Twitter che ci ricorda, quale ennesimo spunto, il valore dell’Open Web e perché opporsi a SOPA: #blog2012. Ancora più interessante, però, la testimonianza che raccolgo qua. Attualissima. Da notare la data, in fondo [evidenze mie]:
Nel 1998 c’erano solo pochi siti del tipo ora identificato come “weblog” (termine coniato nel dicembre 1997). All’inizio del 1999 una pagina ne elencava solo 23. Poi, improvvisamente, sorse una comunità. Sempre più persone iniziano a pubblicare il loro blog personale.
I blog originali erano una miscela mai vista prima di link, commenti, pensieri personali e approfondimenti ragionati. Gli “editori del weblog” [nota: non era ancora stato coniato il termine “blogger”, ndr] presentano link poco conosciuti presi da qualsiasi angolo del web o articoli di notizie attuali che ritengono degni di nota. Tali collegamenti sono quasi sempre accompagnati da un commento del redattore.
Evidenziando articoli che possono essere trascurati da altri, cercando fonti meno note, fornendo punti di vista alternativi e commenti ragionati, gli “editori di weblog” partecipano alla diffusione e interpretazione delle notizie, che altrimenti riceveremmo passivamente. I loro commenti indipendenti ci ricordano di mettere in discussione gli interessi delle nostre fonti di informazione e le competenze dei singoli giornalisti, che pubblicano notizie su argomenti che potrebbero non capire appieno.
Scrivendo poche righe ogni giorno, i “redattori di weblog” iniziano a ridefinire i media come come uno sforzo pubblico e partecipativo.
La promessa del web era che tutti potessero pubblicare. Che migliaia di voci avrebbero potuto fiorire, comunicare, connettersi. La verità è che solo chi sapeva come scrivere il codice di una pagina web avrebbe potuto far sentire la sua voce.
Le piattaforme come Blogger e le altre hanno dato alle persone con poca o nessuna conoscenza di HTML la possibilità di pubblicare sul web: a pontificare, ricordare, sognare e discutere in pubblico: è facile come inviare un messaggio.
Nel settembre del 2000 ci sono migliaia di weblog: su argomenti specifici, con punti di vista alternativi, che commentano la vita quotidiana come riflesso dai media tradizionali. O come forma abbreviata di riviste, che presentano link alle cose più strane, o ancora quaderni di idee libere. I più tradizionali svolgono un prezioso servizio di filtro per una valutazione più critica delle informazioni disponibili sul web. Quelli più “free-style” sono auto-espressione.
Ognuno è evidenza di un cambiamento sconcertante: da un’età di informazioni controllate dalle autorità costituite a un’opportunità senza precedenti per l’espressione individuale su scala mondiale. Ogni tipo di weblog offre nuove possibilità a ogni individuo, su molti livelli.
Siamo travolti da un diluvio di dati. Se non preserviamo tempo e spazi in cui riflettere, ci rimarranno solo le nostre reazioni.
Credo fermamente nel potere dei weblog di trasformare sia scrittori sia lettori da “pubblico” a “partecipanti” e da “consumatori” a “creatori”.
I Weblog non sono una panacea per gli effetti invalidanti di una cultura satura di media, ma credo siano un antidoto.
Dal blog di Rebecca Blood, “Weblogs: a history and perspective“, 7 settembre 2000.



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